Midge Raymond.
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L'ultimo continente.
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Titolo originale: My Last Continent. 2016.
Traduzione di: Marinella Magri.
2017. Marsilio Editori, VENEZIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Eccoci qui disse. Fin del mundo...
... principio de todo risposi io, terminando la frase al posto suo come facevo sempre.
La fine del mondo, l'inizio di ogni cosa.
Distese di neve e ghiaccio, tramonti di fuoco che durano ore, e contro l'orizzonte pi incontaminato del pianeta la sagoma rassicurante delle creature in frac.
Per Deb e Keller, ricercatori del Progetto Pinguini Antartici, non  stato difficile riconoscersi nei paesaggi fascinosi e aspri del polo sud, il continente bianco che da secoli attira tanti solitari come loro, esseri umani allo stesso tempo fragili e coraggiosi, in fuga da una vita poco appagante. Da quel primo incontro sul cargo diretto alla stazione di McMurdo, i due si ritrovano ogni estate per studiare le colonie di pinguini Papua, Adelia e Imperatore minacciati dall'inquinamento, ma anche per amarsi liberamente nell'unico posto al mondo in cui si sentono a casa.
Riuscire a costruire una routine, sia pur anomala,  per un miraggio in Antartide, dove nessun giorno  uguale all'altro e basta un attimo perch la pace selvaggia degli iceberg baciati dalla luce perpetua si trasformi in una minaccia.  quello che accade quando al Cormorant, il battello che conduce Deb e i suoi colleghi alla stazione di ricerca, arriva un SOS da parte
dell'Australis, una nave da crociera rimasta incagliata.
La richiesta di soccorso  tanto pi drammatica per lei perch su quel gigante del mare c' proprio Keller.
Con un eco-romanzo che vibra di romanticismo e di passione ambientalista, Midge Raymond ci guida in un viaggio emozionante ai confini di una terra magnifica, il cui destino, delicato e prezioso, dipende da ognuno di noi.
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L'AUTRICE.
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Midge Raymond, editor, docente di scrittura creativa e autrice di saggi e racconti, vive sulla costa nordoccidentale degli Stati Uniti, dove ha fondato una casa editrice dalla forte impronta ecologista e animalista. Questo  il suo primo romanzo.
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L'ultimo continente.
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Dopo.
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Nell'accompagnare i turisti lungo le piste rocciose dagli
Zodiac alle colonie dei pinguini, noto come questi visitatori,
imbacuccati in ampie giacche a vento rosse, gonfie
come palloncini, camminino essi stessi come pinguini: occhi
inchiodati sul sentiero innevato e braccia in fuori per
mantenere l'equilibrio. Altrettanto risoluti nel giungere a
destinazione. Ma se sono qui, non  per informarsi sugli
uccelli o su queste isole. Non sembrano interessati al calo
demografico degli Adelia o alle abitudini riproduttive dei
Papua o alla crescente penuria di cibo per i sottogola.
 l'Australis ad attrarli.
Quante persone sono annegate?, domandano. Quante
sono ancora disperse? Quanti corpi faranno parte del mare
per sempre?
Tutte domande cui io non voglio rispondere.
Nel 1979, il volo turistico 901 della Air New Zealand
partito da Christchurch si schiant sul fianco del monte
Erebus, nell'Antartide sud-occidentale. Quel giorno i
morti furono pi di duecentocinquanta. Il peggior disastro
nella storia del continente. Fino a cinque anni fa. Fino
all'Australis.
Stando ai verbali, fu un errore di navigazione a far precipitare
e affondare entrambi i mezzi di trasporto, l'aereo
e la nave. Ambedue abbattuti da una fatalit, qualcosa di
cui l'equipaggio conosceva l'esistenza, ma che non pot o
non volle vedere.
A volte mi chiedo se non vi sia qualche altra forza nei
paraggi, qualcosa di altrettanto nascosto, una sorta di avvertimento:
nessuno di noi dovrebbe essere qui in Antartide.
Attraversiamo le ispide pendenze passando accanto ai
nidi dei pinguini, le rocce ricoperte di guano rosato che impregna
la neve come sangue. In questo momento dell'anno
- fine gennaio, il cuore dell'estate australe - gli uccelli
sono ben nutriti, con i pulcini intanati sotto il petto. Senza
perderci d'occhio, si sporgono in avanti per riscaldare e
proteggere quei corpicini di lanugine bianca e grigia. Gli
Adelia ci fissano con i loro occhi cerchiati di bianco. I sottogola
ci scrutano severi sotto i loro elmetti dipinti. I Papua
ruotano il capo puntando il becco arancione all'aria
pur di seguire ogni nostra mossa.
Gli uccelli pi di ogni altra cosa mi ricordano tutto
quello che ho perso. E questo, in qualche modo, aumenta
la mia determinazione a salvarli. Ecco perch ritorno.
Preferirei non rispondere a tutte quelle domande
sull'Australis, per lo faccio. Dopotutto  mio dovere, non
lavoro solo per i pinguini, lavoro anche per l'imbarcazione
che mi riporta qui a ogni stagione.
Cos racconto.
Racconto che ero qui quando la grossa nave da crociera
si incagli e affond in una spaccatura della banchisa
spazzata dal vento. Racconto che quella nave era troppo
grossa e troppo fragile per navigare cos a sud, e che il
Cormorant, la mia nave, era s la pi vicina, ma si trovava
comunque a un giorno intero di navigazione da l. Racconto
che, sotto il circolo polare antartico, la frase ricerca
e salvataggio significa in pratica ben poca cosa. Semplicemente,
non c' nessuno nei dintorni che possa accorrere
in tuo soccorso. Racconto che quel giorno settecentoquindici
persone, fra passeggeri ed equipaggio, persero la vita.
Non racconto per che tra i tanti a morire ci furono due
soccorritori, due uomini i cui destini si erano tragicamente
intrecciati. La maggior parte della gente chiede delle
vittime, non dei soccorritori. Non sa ancora che siamo entrambe le cose.
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Una settimana prima del naufragio.
Canale di Drake.
(5939'S, 6156'O)
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A giudicare dal movimento, sembra che il Cormorant
si sia imbattuto in onde di quasi cinque metri. Una sciocchezza
per il nostro capitano, che in un altro viaggio,
poco pi di due settimane fa, ha attraversato il canale di
Drake, arrancando fra onde alte ben dieci metri, nel punto
in cui l'oceano Meridionale, il Pacifico e l'Atlantico si
incontrano sbatacchiando le navi qua e l come giocattoli.
Durante la stagione il Cormorant compir lo stesso viaggio
sei volte, ma non diventer mai una routine. Il canale
di Drake non regala due volte la stessa esperienza. Non
patisco nemmeno la met del mal di mare che fingo di soffrire,
ma il tempo libero mi consente di affrontare con pi
calma il ruolo di guida turistica. Visto che il novanta per
cento dei passeggeri sta male e rimarr segregato in cabina
per altri due giorni, Glenn, il capo della nostra spedizione,
non avr nulla da ridire se me ne resto per i fatti miei
negli alloggi dell'equipaggio finch non raggiungiamo le
Shetland meridionali.
Il Cormorant, motonave ammiraglia della compagnia, fu
costruito l'anno stesso della mia nascita, quasi quarant'anni
fa. Ma se io sono alta quasi un metro e ottanta e sono single,
lui misura poco pi di novanta metri e si fa carico di cento
passeggeri pi cinquanta membri dell'equipaggio. Siamo
tagliati entrambi per i ghiacci - io ho la pelle spessa e una
tendenza alla solitudine; lui ha degli stabilizzatori e uno scafo
rinforzato che ci permettono di sgattaiolare fra le strette
insenature della penisola antartica e, tempo permettendo,
di spingerci a sud oltre il circolo polare: una delle voci che
tutti i visitatori vogliono spuntare dalla lista delle cose da
fare prima di morire.
Gli opuscoli che promuovono la crociera mettono in
risalto non solo le riserve protette di fauna e flora, ma anche
la presenza a bordo di esperti come me. Sono uno
dei sei naturalisti su questa nave - un gruppo di storici ed
esperti di riserve naturali assunti da Glenn per istruire i
passeggeri su pinguini, balene, uccelli marini, ghiaccio e
storia dell'Antartide. Mentre la maggior parte dei naturalisti
rester a bordo per tutte e due le settimane del viaggio,
durante ogni stagione due di noi sbarcheranno varie volte
su una delle isole disabitate intorno alla penisola, allestiranno
un campo e raccoglieranno dati per il Progetto Pinguini
Antartici (PPA). Dopo altre due settimane, al nuovo
passaggio della nave con un nuovo carico di passeggeri, ci
uniremo a loro per il viaggio di ritorno alla civilt. Quando
sono a bordo sono sempre reperibile e disponibile a
rispondere alle domande, pilotare gli Zodiac (i piccoli ma
robusti gommoni che fanno la spola fra la nave e la riva),
accompagnare i turisti, avvistare balene e tenere piccole
conferenze nel salone dopo cena. Questa  una parte che
mi piace: presentare il continente come una volta  stato
presentato a me. La parte che invece temo  quella delle
domande che si avventurano ben oltre il regno di fauna e
flora.
Almeno una volta in ogni viaggio qualcuno mi chieder
come faccio: come riesco a vivere quaggi per settimane
o mesi di seguito, passando dalla nave alla tenda e
alle dure condizioni che comporta, e a trascorrere tutto
quel tempo da sola. Mi chieder se sono sposata, se ho
figli, domande che di rado sento rivolgere a un naturalista
maschio. Ma dato che desidero conservare questo ingaggio,
mi morder la lingua e sorrider. Risponder che se
delle abitudini di vita dei pinguini so tutto, le relazioni
umane sono invece una cosa completamente diversa, e
complicata, soprattutto quando ci si misura con l'Antartide.
Offrir in sacrificio un pezzetto del suo passato,
traboccante di storie d'amore finite male: quella dello
scienziato polare Jean-Baptiste Charcot che, tornato a
casa dopo un inverno trascorso fra i ghiacci, scopr che la
moglie lo aveva lasciato. O quella di Robert Falcon Scott,
che mor sul continente senza che gli fossero mai giunte
all'orecchio le dicerie sulle scorribande della moglie
mentre lui era lontano. E naturalmente ho anche le mie,
di storie. Riguardano la complessa storia d'amore che sto
vivendo fra i ghiacci, ma queste non ho certo intenzione
di condividerle.
Gli opuscoli segnalano anche il lussuoso salone ristorante,
il centro fitness con sauna, la nicchia della biblioteca
con i suoi computer e il telefono satellitare: tutto quanto
serva a ricordare ai nostri passeggeri che non saranno
mai troppo lontani dalle comodit di casa. Questa gente
non pu capire che io preferisco un sacco a pelo sopra un
duro terreno ghiacciato a morbide lenzuola in una cabina
riscaldata. Che preferisco mangiare cibo mezzo congelato
piuttosto che un pasto di cinque portate. Che attendo con
impazienza ogni singolo attimo trascorso lontano dalla
nave, quando potr ascoltare le voci dei pinguini e delle
procellarie, sentendomi pi distante che mai dal mondo
che esiste sopra al sessantesimo parallelo.
La mattina seguente mi sveglio presto, e l'altra cuccetta
 vuota. Amy, la mia compagna di cabina, dev'essere salita
sul ponte a cercare albatros e procellarie. Amy Lindstrom
 la specialista di subacquea a bordo, ma  altrettanto affascinata
dalle creature che si librano sopra l'acqua; e il
canale di Drake offre la possibilit di osservare uccelli che
pi a sud non vedremo.
Dovrei trascinarmi anch'io fuori dal letto, invece mi
sollevo su un gomito e osservo un albatros svolazzare appena
oltre l'obl sopra la mia cuccetta. Continuano a incantarmi
questi animali che dominano i cieli sull'oceano
Meridionale. Trascorrono in mare mesi interi, a volte anni,
circumnavigando questa parte del pianeta senza mai toccare
terra. Osservo l'albatros per una decina di minuti, e
mai una volta lo vedo sbattere le ali. Occasionalmente lascia
che il vento lo sollevi oltre la nave, uscendo dalla mia
visuale, ma perlopi scivola a pochi centimetri dalle onde,
appena fuori dalla portata delle loro creste spumeggianti.
Giro la testa nell'udire la porta che si apre, ma so che
non sar la persona che a questo punto mi aspetterei di
vedere, la persona che pi di tutte desidero vedere.
 ora di alzarsi! dice Thom.
I suoi capelli arruffati hanno pi fili grigi di quanti ne
ricordi. Non vedo Thom dal nostro ultimo campo fra i
pinguini sull'isola di Petermann, cinque anni fa, entrambi
impegnati a fare ricerche per il PPA, e ieri, durante la baraonda
del trasporto dei passeggeri a bordo e della loro
sistemazione nelle cabine, non abbiamo avuto il tempo di
scambiare che poche parole. Come la maggior parte delle
isole che visiteremo con i turisti nel corso della prossima
settimana, Petermann  abitata soltanto da nativi dell'Antartide:
uccelli e foche, muschi licheni e alghe, vari tipi
di invertebrati. Nonostante le lunghe ore che vi abbiamo
trascorso a contare pinguini e raccogliere dati, l la vita 
tranquilla, piena di pace. E so che io e Thom, adesso, ricadremo
negli stessi ritmi, a terra e in mare, soli o circondati
dai turisti. Di solito lavoriamo in un socievole e intimo
silenzio; grazie alle settimane trascorse insieme in capo al
mondo sappiamo riconoscere i reciproci stati d'animo.
Fammi indovinare dico.  Glenn che ti manda.
Annuisce. Si va in scena.
E che altro ci tocca, costumi e majorette?
Un momento vale l'altro per debuttare risponde Thom.
Ma in questo momento siamo su una nave fantasma. L'ultima
possibilit di consumare un pasto in santa pace.
Mi tiro su lentamente, accorgendomi dalla stabilit del
mio stomaco di quanto le onde si siano placate, e bench
l fuori il Drake non sia esattamente un lago, non ci sono
buone ragioni per restarmene rintanata qua sotto.
Getto le gambe oltre il bordo della cuccetta. Dato che
la doccia la faccio la sera e dormo vestita, devo soltanto
legarmi i capelli e poi sono pronta a partire.
Lascio che sia Thom a fare strada fino alla sala da pranzo
e osservo la sua lieve zoppia, risultato di una caduta in
un crepaccio durante il suo primo viaggio in Antartide,
pi di dieci anni fa. Nonostante l'oscillazione dello scafo,
nonostante la mia necessit di lasciare che le mani seguano
le paratie per conservare l'equilibrio, lui non ha bisogno di
reggersi a niente.
Sediamo a un tavolo vuoto con piatti di pane tostato e
frutta, le tazze colme di caff sciabordante. La sala  deserta
a eccezione di un cameriere di bordo che l'attraversa
per andare a servire una zuppa antinausea a base di zenzero
a uno dei passeggeri costretti a letto.
Hai ragione dico a Thom. Come si pu non amare
una nave fantasma.
Annuisce. Lo guardo per un momento, poi gli chiedo
dei bambini, di sua moglie, di come si sente a tornare qui.
Di solito non dedichiamo molto tempo a parlare della nostra
vita personale. Ma c' una domanda che devo fargli, e
voglio prenderla con calma.
Dopo che Thom mi ha informata del nuovo lavoro di
sua moglie, del passaggio dei figli alla prima e alla terza
elementare, affronto la questione. Quindi, ti hanno chiamato
un po' all'ultimo minuto?
Fa un cenno d'assenso. Mi ero messo in contatto con
Glenn lo scorso anno, pensando che sarei stato in grado
di tornare quaggi, ora che i bambini sono pi grandi. Mi
aveva detto di non avere posti vacanti, ma poi un paio di
mesi fa mi ha chiamato, proponendomi un rimpiazzo.
Al posto di Keller?
Esatto.
Non ti ha detto perch?
Non gliel'ho chiesto. Mi getta un'occhiata. Tu non
lo sai?
Scuoto la testa. Con la coda dell'occhio noto un passeggero
entrare nella sala, e sento le mie spalle che sprofondano,
un riflesso automatico, l'istinto di nascondermi. Ma
il tizio ci vede e viene verso di noi, il piatto stracolmo di
uova e salsicce, che mi darebbero il voltastomaco anche se
non stessimo rollando attraverso il canale di Drake. So dal
medico di bordo che circa il sessanta per cento degli uomini
qui prende farmaci per il cuore. So anche che la seconda
pillola pi richiesta su questa nave, dopo il Meclizine per
il mal di mare,  il Viagra, e che la diminuzione del flusso
sanguigno nei posti giusti  dovuta pi all'occlusione arteriosa
da cibo che all'et.
E adesso questo tizio di mezz'et, che di fatto sembra
pi lindo e sano della media, si siede di fronte a noi.
Bel binocolo commenta Thom, indicando lo strumento
che l'uomo ha posato sul tavolo.
Grazie risponde, visibilmente compiaciuto che Thom
l'abbia notato. Waterproof, resistenza agli urti, stabilizzatore
d'immagine. Dotato anche di visione notturna.
Non che qui ce ne sia bisogno dice Thom.
Che intende dire?
Non fa mai buio risponde Thom. Solo un paio d'ore
di oscurit fra il tramonto e l'alba.
L'uomo getta un'occhiata verso l'obl pi vicino, quasi
non fosse certo se credere a ci che ha sentito. Be',
visto quello che mi  costato, di sicuro lo user in altri
viaggi dopo questo dice infine. Comunque, mi chiamo
Richard. Richard Archer.
Thom Carson. E lei  Deb Gardner. Benvenuto a bordo.
Thom si alza per prendere dell'altro caff, portando
con s anche la mia tazza.
Accenno al binocolo. Posso? chiedo, allungando una
mano.
Richard lo spinge verso di me sulla tovaglia immacolata.
Prego.
Vado vicino a un obl e mi porto il binocolo al viso. Ci
metto un po' a capire che  digitale, e che c' un bottone
che devo premere prima che il campo visivo vada a fuoco,
con rapidit e precisione.  di una potenza incredibile.
Dopo alcuni istanti vedo il testone grigio di un capodoglio,
intarsiato di crostacei, bucare appena la superficie
dell'acqua per rifornirsi d'aria. Dovrei annunciarlo all'altoparlante,
ma senza un binocolo del genere nessun altro
riuscirebbe a vederlo.
Lo abbasso, torno al tavolo e lo restituisco.
Forse ci ho speso troppi soldi dice Richard, ma questo
 un viaggio che si fa una sola volta nella vita, giusto?
Non voglio perdermi niente.
C' un capodoglio a ore undici. Indico l'orizzonte
e lo osservo scrutare alla ricerca della balena. Immagino
i piccoli impulsi elettronici scomporre e riassemblare la
realt a velocit sbalorditiva.
Thom ritorna, posandomi di fronte una tazza di caff
appena fatto. Che cosa vede? chiede a Richard.
Sto cercando di avvistare un capodoglio.
Probabilmente si  immerso faccio io. Non si preoccupi.
Ne vedr degli altri.
Non ne sono sicura - normalmente, solo gli esemplari
maschi si nutrono in questa zona, e preferiscono le profondit
del mare - ma cerco di essere incoraggiante, di lasciare
che le persone credano che vedranno tutto il possibile,
che l'esperienza varr il denaro speso. Non c' bisogno di
dirgli che potrebbero visitare l'Antartide ogni anno per
il resto della loro vita senza riuscire a vedere tutto quello
che ospita.
Allora fa Richard, posando nuovamente il binocolo
sul tavolo, da quant' che lavorate sul Cormorant?
In realt facciamo parte del PPA gli dice Thom.
Cio?
Thom si  riempito la bocca di pane tostato, perci
continuo io. Il Progetto Pinguini Antartici  un'organizzazione
no profit spiego. Studiamo le tre specie presenti
nell'area, monitorando il loro sviluppo, il numero degli
esemplari, le abitudini alimentari e riproduttive. La nave
ci trasporta quaggi con la missione di istruire la gente su
questo luogo.
Bello commenta Richard. Se dovete essere quaggi,
questo  il modo migliore di viaggiare, non c' dubbio.
Quale sar il nostro primo scalo?
Thom gli spiega che non lo sapremo fino a poco prima
di arrivarci: ogni escursione in queste minuscole isole
remote dipende dai ghiacci, dal tempo che far e dall'accessibilit,
tutti elementi che variano di giorno in giorno,
a volte di ora in ora.
Il mio pensiero torna indietro di qualche giorno, al mio
arrivo a Ushuaia, nell'alberghetto dove io e Keller avevamo
in programma di incontrarci. Lui non era ancora arrivato,
io ne avevo approfittato per fare una doccia e sciacquarmi
di dosso il lungo volo, e per sonnecchiare un po'. Quando
mi risvegliai era mattina, mi attendevano sul molo dov'era
ormeggiato il Cormorant - e di Keller ancora nessuna
traccia.
Ho mandato una breve email dal computer dell'albergo,
pensando che il suo volo avesse subito un ritardo e che
quella sera, poco prima di salpare, si sarebbe fatto vivo.
Ma quando  risuonato il lungo squillo del Cormorant e
la nave si  introdotta nel canale di Beagle, ho scrutato
inutilmente l'acqua che ci si apriva davanti, oltre i volti dei
passeggeri, oltre le loro coppe di champagne, e ho provato
l'irrazionale impulso di piombare in plancia e dire al capitano
che bisognava aspettare.
Fisso la vetrata panoramica della sala da pranzo e cerco
di essere ottimista: Keller deve aver perso il volo, spostato
il calendario all'ultimo momento, pianificato di raggiungere
il Cormorant a Ushuaia prima del suo prossimo passaggio
verso sud, da qui a due settimane. Ecco cosa mi
dico, anche se ne dubito fortemente. Getto un'occhiata a
Richard intento a regolare la configurazione del suo binocolo,
e non siamo poi cos diversi in questo momento: entrambi
alla ricerca di qualcosa che non ci sar dato trovare.
L'ultima volta che ho detto addio a Keller Sullivan  stata
solo tre mesi fa, negli Stati Uniti, durante una sua visita
inaspettata. Viviamo ancora su coste opposte, e durante
gli otto mesi o pi che trascorriamo lontani dal continente,
restiamo in contatto via email, telefono e Skype. In questo
senso siamo simili ai pinguini: ognuno di noi per la sua
strada finch non ci incontriamo di nuovo, riservando la
condivisione del nido a queste spedizioni, alla penisola, ai
nostri campi allestiti insieme.
Ci che ci spartiamo  complicato: una relazione nata
fra i pinguini, fra creature le cui abitudini riproduttive
sono in costante evoluzione al pari degli oceani, per adattarsi
ai quali continuano a lottare. Mentre molte specie si
accoppiano per la vita, in altre la monogamia dura solo
una stagione. Altre ancora presentano un tasso di divorzio
altissimo, ma per tutti ci che pi conta  la sopravvivenza.
A volte penso che ci riassuma me e Keller piuttosto bene.
Ci siamo innamorati l'una dell'altro cos come dell'Antartide,
eppure dobbiamo separare noi stessi, e ci che siamo,
da questo luogo. Ogni volta che vengo in capo al mondo,
non so quasi mai che aspetto avr il nostro nido, o se esister
del tutto.
Quando la stagione scorsa arrivai a Ushuaia, con gli occhi
pesti e sgomenta all'idea di un'intera settimana sul Cormorant
prima di poter sbarcare insieme a Keller sull'isola
di Petermann, non lo vidi finch non salii a bordo. Finch
non sentii qualcuno prendermi di mano la sacca da viaggio
e un braccio circondarmi la vita.
Prima ancora che mi rendessi conto che era lui mi ruot
sollevandomi in un abbraccio affettuoso, poi mi mise
gi per guardarmi in viso.
Eccoci qui disse. Fin del mundo...
... principio de todo risposi io, terminando la frase al
posto suo come facevo sempre, ripetendo il motto locale
stampato in lettere blu sul muro bianco che delimita gli
edifici colorati della citt e le scoscese montagne incappucciate
di bianco alle sue spalle.
La fine del mondo, l'inizio di ogni cosa.
Partire per un viaggio in Antartide non  pi lo stesso
senza Keller. Colta da un improvviso fiotto di emozioni,
non so pi a quale soccombere: preoccupazione, rabbia o
mera delusione.
Mentre le onde continuano a perdere i loro aculei, gli
ospiti cominciano a emergere dalle loro cabine, avanzando
malfermi lungo i corridoi. Indossano le giacche impermeabili
e termiche rosso fuoco del Cormorant e si dirigono
verso il ponte superiore.
I primi radi ospiti diventano in breve alcune decine, e
in men che non si dica mi ritrovo circondata, impegnata
a rispondere alle loro domande. A quale velocit si
sciolgono gli iceberg? Dove andr a finire quello laggi?
Quanto diventano grandi?
Non molto tempo fa un iceberg grosso quanto Singapore
si  staccato dal ghiacciaio rispondo. Ma il pi
grande era ancora pi grosso, misurava circa trecentoventi
chilometri.
Trecentoventi chilometri?! esclama il ragazzo che ha
fatto la domanda.  quasi la distanza che c' fra New
York e Washington.
Annuisco ma non rispondo, dato che non sono mai
stata in nessuna delle due citt. Ma capisco la loro necessit
di inserire il loro ambiente nel contesto, immagino
che se fossi a New York o a Washington avrei bisogno di
fare lo stesso. Avrei bisogno di comparare il monumento
a Washington alla punta dell'iceberg pi alto mai visto, o
di confrontare l'ampiezza di Times Square con quella dei
crepacci incontrati in Antartide.
Ma la verit  che in questo momento esatto sono grata
per le loro domande. Almeno quando parlano non devo
pensare ad altro, tipo dov' Keller e perch non ho avuto sue
notizie, o come potrei raggiungere un uomo che risponde di
rado al cellulare e tende a restare offline per settimane intere.
Era un pinguino, quello? domanda un passeggero,
battendo gli occhi come se avesse appena visto una meteora.
Qualsiasi cosa abbia visto, io me la sono persa. Pu
darsi rispondo. Si nutrono in questa zona. Tenete gli occhi
sull'orizzonte, oltre il fianco della nave, e li vedrete. Il
rumore dei motori li spaventa facendoli uscire dall'acqua.
Osservo i turisti sporgersi dal parapetto. Ascolto il mitragliare
degli scatti delle loro macchine fotografiche. Con
quale rapidit si acquattano dietro il mirino: nella foga di
catturare immagini dei pinguini, di collezionare ricordi, si
perdono la bellezza concreta di tutto ci che si pu vedere.
Non posso non ripensare al mio primo viaggio a sud,
dove scattai pi fotografie di quante ne potessi contare,
quasi non osando credere che avrei avuto la possibilit di
rivedere tutto. I corpi lucenti dei pinguini filano e balzano
fra le onde, cos veloci da sembrare orche in miniatura.
Saltano e nuotano in formazione, quasi fossero creature
del cielo e non dell'acqua. E in un batter d'occhio mutano
direzione.
Il freddo s'infiltra per gradi, e tutti si spostano all'interno.
Mi addosso al parapetto sentendo le spalle pian piano
rilassarsi. Ci metto un po' ad accorgermi che non sono sola.
Una donna  a cinque o sei metri da me, dove il parapetto
piega verso prua, e se prima guardava nell'altra
direzione, adesso si gira verso di me.
Salve dice, e mi viene incontro. Vedo che getta un'occhiata
al cartellino con il mio nome. Dunque  lei l'esperta
di pinguini commenta, tendendomi la mano. Piacere,
Kate Archer.
Dopo una breve esitazione, le stringo la mano fasciata
in un guanto imbottito. Le si apre un sorriso a mezzaluna
in un viso altrimenti malinconico, e sembra cos felice
di conoscermi da farmi pensare che viaggi sola e che non
parli con nessuno da un bel po'.
 stupefacente dice. Scommetto che non ne ha mai
abbastanza di questa visione.
No, mai.
Indica un iceberg in lontananza. Quant' alto quell'iceberg?
Direi fra i diciotto e i ventiquattro metri. Poi aggiungo:
Circa quanto un edificio di otto piani.
Oh fa lei, poi torna a murarsi nel silenzio.
So che dovrei essere pi cordiale, coinvolgerla in una
conversazione, istruirla sull'Antartide, ma mi sento come
se avessi gi raggiunto la mia quota di conversazione giornaliera.
E poi di fronte a me vedo qualcosa: un lampo di
luce riflessa che indica la presenza di un oggetto che non 
possibile che io stia vedendo.
Infilo la mano nella tasca dei pantaloni cargo, estraggo
il binocolo, e a quel punto ne ho la prova: laggi c'
una nave, pi alta dell'iceberg di otto piani che quasi la
nasconde.
Ma che diavolo? mormoro, e cerco di mettere pi
a fuoco, chiedendomi se il binocolo non sia appannato o
rotto, o se non siano i miei occhi, piuttosto, ad avere qualcosa
che non va.
Poi lancio un'occhiata alla donna accanto a me, cercando
di ricordarne il nome. Kate. Mi scusi. Le dico. 
che non riesco a credere a ci che vedo.
E cos' che vede? Si sporge dal parapetto, come se
questo le permettesse di vedere meglio. Non so di che
cosa stia parlando.
Lo sapr presto rispondo, abbassando il binocolo.
Gli dia solo un attimo.
Se solo potessi avere in questo momento il binocolo di
mio marito. Magari riuscirei addirittura a vedere attraverso
quell'iceberg.
Impiego qualche istante per fare il collegamento. Suo
marito si chiama Richard?
S risponde, guardandomi. Perch?
L'ho incontrato stamattina. A colazione.
Allora l'ha visto pi di me.
C' qualcosa di strano nella sua voce, ma non so bene
cosa sia. Non mi sono mai sentita a mio agio con l'intimit
fittizia che si genera nel corso di questi viaggi, in cui diventiamo
testimoni dello sgretolarsi di matrimoni, di rivalit
tra fratelli e sorelle, di storie d'amore. Credo che in parte il
problema sia dovuto al fatto che per molti di loro l'Antartide
 il viaggio della vita, e nutrono aspettative molto alte.
Vengono quaggi convinti di uscirne cambiati per sempre,
e spesso  cos, ma non nel modo che si aspettavano. Soffrono
il mal di mare, non sono abituati agli spazi ristretti e
chiusi, imparano che  per via delle loro brutte abitudini
che gli oceani stanno morendo. E tutto questo s'infiltra
non soltanto nella loro vacanza dei sogni, ma nelle loro
relazioni, pi profondamente di quanto non siano pronti
ad accettare.
Proprio in quel momento la nave comincia a spuntare
da dietro l'iceberg, dapprima fa capolino la prua e poi,
nell'avanzare, le tante parti esageratamente grandi di cui 
composta: un'ampia terrazza all'aperto, un parapetto che
racchiude un solarium con piscina, una specie di campo
giochi verso poppa. La nave emerge lentamente in tutta la
sua stazza, trascinando con s centinaia di minuscoli obl e
decine di balconate sovrapposte lungo la fiancata sinistra.
Perfino Kate sembra sorpresa. Quant' lontana quella
nave?
Non abbastanza.
Dev'essere gigantesca.
Annuisco. Dieci piani di altezza, milleduecento passeggeri,
quattrocento persone d'equipaggio. E non c' ragione
perch sia quaggi.
 come se avesse sbagliato rotta da qualche parte nei
Caraibi. Come mai lei ne sa cos tanto?
Ho studiato gli effetti del turismo sulle colonie dei
pinguini dico. Mi tengo al passo. L'Australis  una nuova
nave, registrata alle Bahamas ma probabilmente piena
di americani... un parco a tema galleggiante, come lo sono
quasi tutte.
 evidente che non godono della sua stima.
Non ho alcun problema con navi come quella nei
Caraibi o in Europa. Ma quaggi... l'ultima cosa di cui
chiunque ha bisogno, meno che mai i pinguini,  che quel
bestione scarichi su queste isole la popolazione di una piccola
citt.
Allora perch ha il permesso di navigare qui?
Sospiro, e osservo la nave che si muove lungo l'orizzonte
simile a un iceberg butterato.
Nessuno  proprietario di queste acque. Chiunque
pu fare quello che vuole.
Si sta dirigendo a sud?
Cos sembra rispondo, poi alzo le spalle. La buona
notizia  che navi come quelle si limitano perlopi ad attraversare
di corsa il Drake, tanto per consentire ai passeggeri
di dare un'occhiata agli iceberg, e poi virano nuovamente
verso nord. Sicch  probabile che non la rivedremo pi.
 troppo mastodontica per arrivare fino alla maggior parte
dei posti che visiteremo noi.
Kate sta ancora guardando la nave da crociera, e mi
rincuora vedere che sembra disgustata quanto me. Fa
perfino sembrare piccolo quell'iceberg.
Mi sfugge una risatina caustica. Quell'iceberg non 
niente se paragonato a quelli in cui ci imbatteremo dico.
E l'Australis non ha uno scafo rinforzato come lo abbiamo
noi. Ecco perch scommetto che torner indietro.
E se incontra un iceberg? Come far a navigarci intorno?
Con cautela rispondo. Con molta cautela.
...
.
...
Cinque anni prima del naufragio.
Isola di Petermann.
...
.
...
Nell'accorgermi dell'assenza di uno dei nostri piccoli
Papua, sfoglio il taccuino da campo, trovo la mappa della
colonia e verifico nido per nido. Secondo i nostri dati, 
un pulcino di due settimane, ma adesso il nido fra le rocce
 vuoto. Cerco nei dintorni, ma non scorgo nessun corpo.
Concludo, pertanto, che la sua assenza la si deve alla razzia
di uno skua, il pi grosso degli stercorari. Quando gli
skua scendono in picchiata per arraffare pulcini o uova, si
lasciano dietro ben poco.
Mi allontano dalla colonia e mi siedo su una roccia per
prendere appunti.  in quel momento che lo sento. Uno
strillo distintamente umano, accompagnato da un suono
sordo che in vita mia ho udito solo una volta, ma non ho
mai dimenticato: il suono di un osso che cozza contro
qualcosa di solido.
Mi alzo in piedi e vedo un uomo disteso a terra. Indossa
la giacca rossa dei turisti del Cormorant che stamattina ha
gettato l'ancora nella nostra baia. Tra una visita e l'altra
intorno alla penisola antartica, una settimana fa la nave ha
lasciato qui me e Thom, e ci riprender a bordo fra un'altra
settimana, durante l'ultima crociera della stagione.
L'isola di Petermann  minuscola, lunga poco meno di
due chilometri, un tempo dimora di piccole baracche che
ospitavano una spedizione antartica francese degli inizi del
Ventesimo secolo. Adesso vi impiantiamo la base delle nostre
ricerche, con tende e portatili a energia solare. Durante
le due settimane che trascorriamo qui, se il tempo lo consente
il Cormorant ormeggia nei pressi per mostrare ai turisti
gli uccelli e il nostro campo base, offrendo un giro dell'isola
e una fugace visione di come viviamo noi ricercatori.
Quell'uomo ha fatto una brutta caduta, atterrando sulla
schiena. Quando dalla roccia sotto la sua testa vedo una
macchia rossa allargarsi nella neve, mi incammino verso
di lui. Altri quindici turisti sono nel raggio di venti metri,
eppure nessuno di loro sembra averlo notato.
Thom qualcosa deve aver visto, e raggiunge l'uomo per
primo. Adesso una donna sta cautamente discendendo la
stessa collina, facendo molta attenzione, nonostante l'urgenza,
a evitare lo stesso destino.
Mi concentro sull'uomo ferito. Il suo sangue  una vista
sgradita, vivido e fluido in mezzo all'onnipresente guano
rosastro dei pinguini, e stracarico di batteri che potrebbero
rivelarsi mortali per gli uccelli. Reprimo l'impulso di
ripulirlo.
Deb dice Thom improvvisamente, sollevando lo
sguardo. Ha trascorso due anni alla facolt di medicina
prima di passare a biologia marina, e sembra inquieto. Ormai
intorno a noi si sono raccolti altri quattro turisti, tutti
con la stessa giacca rossa.
Avanzo tendendo le braccia, obbligando quelle giacche
rosse a rinculare di un paio di passi. La donna che ha disceso
di fretta la collina sta tentando adesso di sbirciare
oltre le mie spalle. Sembra pi giovane dei passeggeri solitamente
di mezz'et che vanno in crociera in Antartide.
Viaggia insieme a lui? le chiedo. La vostra guida
dov'?
No... non lo so balbetta. Alcuni capelli biondi sfuggiti
da sotto il cappello le finiscono negli occhi, sbarrati in
un'inquietudine che non so decifrare.
Magari  lass. Indica verso la colonia dei Papua.
Alzo lo sguardo sulla collina che la nebbia ha reso quasi
invisibile.
Qualcuno deve andare a cercarlo dico. E abbiamo bisogno
del dottore della nave. Insieme a chi sta viaggiando?
Con la moglie, credo risponde qualcuno.
Trovatela.
Mi inginocchio accanto a Thom che sta esaminando la
testa dell'uomo. Se fossimo in qualsiasi altro posto tranne
che in Antartide, la ferita potrebbe non apparire cos
grave. Ma siamo in capo al mondo, a giorni di distanza
dalla citt pi vicina, e pi distanti ancora dal centro
traumatologico pi prossimo. C' sempre un dottore a
bordo durante la crociera, e un ambulatorio medico alla
stazione di Palmer, una base statunitense di una quarantina
di persone a un'ora di nave da qui; ma non  ancora
detto che questo sia sufficiente.
Da quando  caduto l'uomo non si  pi mosso. La
spessa compressa di garza che Thom gli ha applicato sul
profondo taglio dietro il cranio si  gi inzuppata di sangue.
Voci in avvicinamento: la guida, la moglie, il dottore.
Improvvisamente il torace dell'uomo comincia a sobbalzare,
Thom allunga rapido le braccia e gli gira la testa in
modo che possa vomitare nella neve.
Il poveretto rabbrividisce, cerca di tirarsi su a sedere,
poi perde nuovamente conoscenza. Thom gli applica una
nuova compressa di garza alla testa e solleva lo sguardo.
Che cos' successo? grida la moglie.
 scivolato rispondo.
Dietro di noi adesso c' Susan Beecham, il dottore di
bordo; io e Thom ci facciamo da parte.
Com' potuto accadere? geme la moglie.
Le poso una mano sulla spalla, mentre alcuni dell'equipaggio
arrivano con una lettiga. Dobbiamo portarlo
a Palmer dice Susan a bassa voce.
Thom li aiuta a caricarlo sulla barella, e quelli lo portano
su uno Zodiac. Prendo un sacchetto di plastica dal
nostro accampamento, poi torno sulla scena e comincio a
raccogliere la neve ricoperta di sangue e vomito. Essendo
questo uno degli ultimi ambienti incontaminati al mondo,
compiamo ogni sforzo per proteggere gli animali da
qualsiasi agente estraneo. I visitatori sterilizzano gli stivali
prima di metter piede sull'isola, e lo fanno nuovamente
quando ripartono. Nessuno se ne va lasciando qui qualcosa
con cui era arrivato.
Tuttavia ci sono volte, come adesso, dove tutto sembra
inutile. Lesioni come questa sono rare, ma ho visto turisti
lasciar cadere a terra fazzolettini usati e involucri del
chewing-gum. Mi viene voglia di rincorrerli, di mostrargli
i dati che abbiamo raccolto, di dirgli quanto il destino dei
pinguini sia stato mutato dal passaggio di un sempre maggior
numero di visitatori per queste isole. Ma devo essere
paziente con questa specie dalla giacca rossa. Sono grata
per l'opportunit che mi ha dato il Cormorant di raggiungere
quest'isola remota, e per il supporto finanziario della
compagnia di viaggio al PPA, anche se spesso mi sembra
che con il trascorrere delle stagioni ce lo guadagnamo
sempre di pi, e che il nostro lavoro scivoli in secondo
piano rispetto alla soddisfazione dei turisti.
Thom ritorna, si ferma in piedi accanto a me. Mi hanno
chiesto di andare a Palmer con loro.
Alzo lo sguardo. Perch?
L'equipaggio  nel panico risponde, e hanno bisogno
di qualcuno che stia con il ferito e sua moglie.
Non deve spiegarmi niente, posso immaginare la scena:
Susan alla radio con il dispatcher di Palmer, i marinai che
si preparano a tirar su l'ancora, i naturalisti che rispondono
alle domande preoccupate dei passeggeri, e Glenn
che cerca di accordarsi con il cuoco di bordo sul prossimo
pasto e con il capitano sulla prossima destinazione.
Mi sa che siamo alla loro merc. Esamino la neve
sul terreno per assicurarmi che non vi sia rimasto qualcosa.
Thom non ha scelta - ci chiedono spesso di sostituire
qualcuno dell'equipaggio quando siamo sull'isola - ma so
quello che lui mi sta davvero chiedendo. Abbiamo lavorato
insieme per tre anni, e non ho mai trascorso una sola
notte qui da sola.
Mi alzo in piedi. Dato che Thom  basso e io sono
alta, ci guardiamo dritti negli occhi. Vai pure. Io star
benone.
Sicura?
Terr accesa la radio, per ogni evenienza. Ma s, star
bene. Dopo tutto il trambusto, mi godr un po' di
tranquillit.
Sar di ritorno per domani dice.
Torniamo insieme al campo, un gruppo di tre tende a
pochi metri dalla baia. Da l riusciamo a osservare le navi
avvicinarsi e, soprattutto, ripartire.
Un altro Zodiac sta aspettando Thom per condurlo a
Palmer. Lui afferra alcune cose dalla sua tenda e prima
di andarsene mi d una stretta alla spalla. Ti faccio uno
squillo pi tardi dice. Sorride, e di colpo provo un senso
di solitudine acuta, simile a una boccata d'aria gelida.
Resto a guardare lo Zodiac sparire dietro la falesia pi
distante della baia, poi ritorno al nostro campo vuoto.
In una sera come questa, con l'aria gonfia di pioggia e i
pinguini che si tuffano in una pozza di fanghiglia l vicino,
 difficile credere che l'Antartide sia il pi grande deserto
del mondo, il luogo pi arido della terra. Le Valli Secche
non vedono pioggia da milioni di anni e, grazie al freddo,
nulla va in putrefazione o marcisce. Anche quass, sulla
penisola, ho visto carcasse di foche centenarie in perfette
condizioni, e scali per baleniere abbandonati congelati nel
tempo. Chi perisce in Antartide - pinguini, foche, esploratori -
viene reso immortale: il ghiaccio preserva la vita nel
momento della morte.
Ma a fronte di tutto ci che resta identico, l'Antartide
 in costante metamorfosi. Ogni anno, quando il mare
tutt'intorno ghiaccia, il continente raddoppia le proprie dimensioni;
la calotta si sposta; i ghiacciai si staccano. Le balene,
una volta cacciate, oggi sono protette. Il krill, un tempo
ignorato, oggi viene pescato a strascico. Una terra, un
tempo desolata, oggi vede migliaia di turisti per stagione.
Mi preparo una cena fredda con degli avanzi di pasta
e penso al nostro ritorno. Di nuovo sul Cormorant, io e
Thom mangeremo bene, la mia solitudine lascer il posto
a conferenze e proiezioni di diapositive, e io non vedr
l'ora di essere di nuovo qui, in mezzo ai pinguini.
Finisco di mangiare e ripulisco. Quasi le dieci di sera,
fuori  chiaro, il sole  ancora a ore di distanza dal suo
temporaneo eclissarsi. Faccio una passeggiata e salgo su
verso la colonia, oggi cos trafficata, la stessa che quell'uomo
aveva visitato prima di cadere. I pinguini sono ancora
attivi, intenti a trasportare pietre per fortificare i nidi, a
nutrire i loro piccoli. Alcuni sono seduti a covare le uova;
altri stanno tornando dal mare per riunirsi ai compagni,
si salutano scambiandosi richiami, acuti e vivaci strogolii.
Mi siedo su una roccia, a circa cinque metri dal nido
pi vicino, e osservo gli uccelli procedere dall'acqua a passo
lento lungo il sentiero. Sembrano ignorarmi, ma so che
non  cos. So che il battito del loro cuore accelera quando
gli passo accanto, che quando io sono nei paraggi loro si
muovono pi in fretta. Io e Thom abbiamo studiato le due
maggiori colonie di pinguini della zona, tenendo traccia
del loro numero e del tasso di riproduzione, per misurare
gli effetti del turismo e del contatto umano. Quest'isola 
uno dei luoghi pi visitati dell'Antartide, e dai nostri dati
si direbbe che gli uccelli lo abbiano notato. Patiscono una
condizione di stress, una riduzione del tasso di nascita e
una diminuzione del numero di pulcini che mettono le
piume. Strana ironia che le mani che nutrono la nostra
ricerca siano le stesse che ogni stagione guidano qui il Cormorant,
e ho pensato spesso a quello che succeder dopo
la pubblicazione delle nostre ricerche.
A volte, nell'osservare i pinguini, resto talmente incantata
dal suono delle loro fusa, dei loro strogolii, dalla
meticolosit della loro goffa andatura, che dimentico di
avere un'altra vita da qualche altra parte. Dimentico che
ho affittato un cottage a Eugene, che insegno biologia marina
all'Universit dell'Oregon, che ho trentaquattro anni
e ancora non sono passata di ruolo, che in tre anni non ho
avuto un solo appuntamento galante. Dimentico che adesso
la qualit della mia vita dipende solo dalla mia prossima
borsa di studio, e che quando si esaurir il denaro, temo
che mi esaurir con lui.
Sono venuta in Antartide la prima volta otto anni fa,
per studiare gli Imperatore alla stazione di McMurdo. Da
allora ci sono tornata in ogni stagione, soprattutto in queste
isole della penisola. Passeranno anni prima che il nostro
studio per il Progetto Pinguini Antartici sia completato,
ma dato che i bambini di Thom sono ancora piccoli, si
prender qualche stagione di pausa. Io gi non vedo l'ora
di tornare il prossimo anno.
Mi piacerebbe ritornare sul mare di Ross, a migliaia
di miglia pi a sud, dagli Imperatore: gli unici pinguini
dell'Antartide a riprodursi d'inverno, direttamente sul
ghiaccio. Gli Imperatore non costruiscono nidi, vivono
esclusivamente sulla banchisa e nell'acqua, non mettono
mai piede sulla terra ferma. Mi piace che, durante la stagione
riproduttiva, la femmina una volta deposto l'uovo lo
passi al maschio prima di mettersi in cammino, coprendo
centosessanta chilometri di crosta ghiacciata fino al mare
aperto, per poi tuffarsi alla ricerca di cibo. E torni quando
 bella grassa e pronta a sfamare il suo piccolo.
Mia madre, che ha ormai rinunciato al matrimonio della
sua unica figlia e a dei nipoti, dice che il mio problema
 questo, che ragiono proprio come un pinguino Imperatore.
Mi aspetto che un uomo se ne stia seduto in paziente
attesa, mentre io sparisco fra i ghiacci. E non costruisco
nidi.
Al suo ritorno, la femmina di Imperatore emette un richiamo
particolare per ritrovare il compagno. Una volta
ricongiunti, si avvicinano e muovono su e gi la testa, l'una
verso l'altro, spalla contro spalla in un abbraccio senza
arti, sollevando i becchi in quello che chiamiamo il grido
estatico. I pinguini sono romantici. Molti si accoppiano
per la vita.
D'estate, i tramonti in Antartide durano per sempre. Il
cielo si arrende a un imbrunire che permane per l'intera
notte, una luce grigiastra che si oscura verso la mezzanotte.
Mentre mi preparo ad andare a dormire, sento gli spruzzi
dei pinguini che si tuffano nella fanghiglia ghiacciata, lo
scalpiccio quasi impercettibile delle loro zampe palmate
sulle rocce.
All'interno della tenda, spengo la lampada e sistemo accanto
a me una torcia, e mi rigiro finch trovo una posizione
comoda. Le rocce sono fredde come ghiaccio, l'imbottitura
sotto il sacco a pelo  di gran lunga troppo sottile.
Quando riesco finalmente a mettere gi la testa, sento un
pesante tonfo nell'acqua, di certo prodotto da qualcosa di
molto pi grosso di un pinguino.
Con improvvisa apprensione, riaccendo la lampada. Mi
butto addosso una giacca, afferro la torcia, mi precipito
fuori e discendo verso la riva rocciosa.
Vedo una sagoma nell'acqua, ma  massiccia e ha una
forma strana, non levigata e armoniosa come quella di
una foca. Ci punto contro la torcia e vedo del rosso.
 un uomo, con indosso il parka fornito dalla crociera,
immerso nell'acqua fino alla vita. Guarda dritto nel fascio
di luce. Resto l impalata, sbalordita e immobile.
L'uomo distoglie lo sguardo, e fa un altro passo verso
l'acqua.  pazzo, penso. Perch si immerge ancora di pi?
A volte i farmaci contro il mal di mare che prendono i turisti
causano strani comportamenti, perfino preoccupanti,
ma a una cosa come questa non avevo mai assistito.
Mentre l'osservo ansiosa dalla riva, penso a Ernest
Shackleton. Penso alle sue scelte, alle risoluzioni che adott
per salvare la vita dell'equipaggio. Alla sua decisione di
abbandonare l'Endurance nel mare di Weddell, di mettersi
in marcia lungo la banchisa verso la terra ferma, di
separare i membri dell'equipaggio, di attraversare con una
scialuppa di salvataggio di sette metri ottocento miglia di
mare aperto: se una sola di queste opzioni si fosse rivelata
sbagliata, oggi della vicenda avremmo una memoria completamente
diversa. In Antartide, ogni decisione  ponderata,
ogni esito  tragedia o miracolo.
A quanto pare, adesso  il mio turno. Sarebbe impensabile
starmene qui a guardare quell'uomo annegare, ma
tentare di soccorrerlo potrebbe essere ancora pi pericoloso.
Sono da sola. Indosso dei calzini e una giacca leggera.
L'acqua  di pochi gradi soltanto sopra il congelamento
e per quanto io sia forte, quest'uomo  abbastanza grosso
da mandarmi sotto, se volesse, o se fosse colto dal panico.
Forse Shackleton si illudeva soltanto di avere delle
opzioni. Qui le vere opzioni sono poche.
Chiamo l'uomo a gran voce, ma le mie parole si disperdono
nell'aria nebbiosa. Cammino verso di lui, fin dentro
la baia, e a contatto con l'acqua gelata i piedi mi s'intorpidiscono
nel giro di pochi istanti. L'uomo adesso  immerso
fino al torace. Quando lo raggiungo  quasi al delirio, e non
oppone resistenza quando gli afferro le braccia, me le isso
sulle spalle e torno verso riva. L'acqua lo ha praticamente
trasformato in un peso morto. Avanziamo lentamente.
Una volta sulla sponda, per poco non collassa, e io stessa
faccio fatica a camminare. Devo ricorrere a tutta la mia
forza per aiutarlo a risalire le rocce e a entrare nella tenda
di Thom.
Crolla al suolo, mentre io gli sfilo il parka, gli stivali e le
calze. Dell'acqua gocciola sul sacco a pelo di Thom e sui
suoi libri. Si tolga i vestiti gli dico, girandomi per rovistare
fra le cose di Thom. Gli lancio un paio di pantaloni
di una tuta, il solo indumento di Thom che possa allungarsi
e adattarsi alla statura dello sconosciuto, e due paia
di calzettoni spessi. Trovo anche due t-shirt e un enorme
maglione di lana. Quando torno a girarmi, l'uomo ha indossato
la tuta e sta faticosamente tentando di infilarsi i
calzettoni. Le mani gli tremano talmente da non riuscire
quasi a controllarle. Con impazienza, mi allungo per aiutarlo,
e con uno strattone glieli infilo sui piedi.
Si pu sapere che diavolo si era messo in testa? gli
chiedo. Gli rivolgo a malapena lo sguardo mentre lo svesto
della camicia e lo aiuto a entrare nel maglione asciutto.
Accendo l'interruttore di una coperta termica e apro la
lampo del sacco a pelo di Thom. S'infili dentro gli dico.
Ha bisogno di scaldarsi.
Trema dalla testa ai piedi. Entra nel sacco e si tira la
coperta elettrica fin sopra le spalle.
Che cosa ci fa qui? Anch'io sto tremando di freddo.
Che diavolo  successo?
Solleva appena gli occhi. La nave... mi ha lasciato qui.
Non  possibile. Lo fisso, ma lui evita il mio sguardo.
Il Cormorant fa sempre la conta dei passeggeri. Nessuno
 mai stato lasciato a terra.
Lui scrolla le spalle. Fino a oggi.
Penso a tutto il trambusto della giornata.  possibile
che questo sconosciuto sia sfuggito ai controlli. E sarebbe
la mia solita fortuna.
Chiamo la stazione di Palmer. Qualcuno dovr uscire
per riportarla alla nave. Mi tiro su in ginocchio, impaziente
di andare prima nella mia tenda a indossare abiti
asciutti, e poi nella tenda delle attrezzature dove teniamo
la radio.
Sento una mano sul braccio, la sua. Deve farlo proprio
adesso? dice con un sorriso goffo e i denti che battono.
 solo che... sono stato qui gi cos a lungo, e non sono
pronto a riaffrontare la nave.  imbarazzante, se devo dirglielo
con franchezza.
Non c' nessuno che si sia accorto della sua assenza?
Per la prima volta lo guardo come un uomo, e non
come un alieno piombato nel mio mondo. Ha il viso pallido
e umidiccio, le rughe indicano che  pi vecchio di
me, forse a met dei quaranta. Guardo gi alla ricerca
di una fede nuziale, ma le sue dita sono spoglie. Seguendo
il mio sguardo, si ficca le mani sotto la coperta. Poi scuote
la testa. Viaggio da solo.
Ha preso dei farmaci? Qualcosa per il mal di mare?
No risponde. Non soffro il mal di mare.
Bene dico io. Dobbiamo far venire qualcuno che la
riporti a bordo del Cormorant.
Per la prima volta mi guarda dritto negli occhi. No
dice.
Sono ancora inginocchiata sul pavimento della tenda.
Cosa vorrebbe fare, restare qui? Crede che della sua
mancanza non se ne accorger nessuno? Non risponde.
Ascolti gli dico,  stato un incidente. Nessuno le far
una colpa per essere stato dimenticato sull'isola.
Non  stato un incidente dice. Ho visto quel tizio
cadere. Ho osservato ogni cosa. Sapevo che se fossi rimasto
qui non avrebbero notato la mia mancanza.
A questo punto, allora,  pazzo.
Mi alzo in piedi. Torno subito.
Allunga una mano e mi afferra il polso cos rapidamente
che non ho il tempo di ritirarlo. Sono sorpresa per come
la forza gli sia tornata in fretta. Mi rimetto in ginocchio, e
lui molla la presa. Mi guarda con occhi stanchi e pesanti:
una silenziosa supplica. Adesso mi rendo conto che lui
non fa paura. Lui ha paura.
Fra un mese gli dico, pi delicatamente che posso,
l'oceano solidificher facendosi di ghiaccio, cos come
ogni altra cosa, compreso lei.
E lei?
Fra due settimane me ne andr anch'io. Se ne andranno
tutti.
Anche i pinguini? La domanda, pronunciata fra il
battere dei denti, gli conferisce un'innocenza che mi porta
quasi a scordare la sua intrusione.
S rispondo. Anche loro se ne vanno a nord.
Non dice niente. Mi alzo in piedi e vado direttamente
alla radio nella tenda delle attrezzature, scordandomi quasi
dei miei abiti bagnati. Proprio mentre sto per mettermi
in contatto con la stazione di Palmer, mi viene in mente
che di quell'uomo non conosco nemmeno il nome. Torno
indietro e infilo la testa nella tenda.
Dennis Marshall dice.
Il dispatcher di Palmer mi comunica che verranno a
prendere Dennis la mattina, quando porteranno indietro
Thom. A meno che non sia un'emergenza aggiunge.
Va tutto bene?
Vorrei dirgli che non va bene per niente, che quell'uomo
potrebbe essere pazzo, pericoloso, malato. Invece esito,
poi dico: Stiamo bene. Dica a Thom che ci vediamo
domattina.
Torno nella tenda. Dennis non si  mosso.
Che ci faceva dentro l'acqua?
Pensavo di raggiungere la nave a nuoto risponde.
Davvero divertente. Sto parlando sul serio.
Non risponde. Un momento dopo mi chiede: Che
cosa ci fa lei qui?
Faccio ricerca, ovviamente.
Lo so. Ma perch proprio qui, in capo al mondo?
 sempre stato difficile spiegare perch un posto come
l'Antartide per me sia perfetto. Prima che tu riesca a registrarti
per svernare a McMurdo, ti sottopongono a un test
psicologico per essere certi che tu riesca a vivere per mesi
al buio e pressoch in isolamento senza impazzire: un'idea,
questa, che mi ha sempre divertita. Non  l'isolamento che
minaccia di farmi uscire di testa, ma la civilizzazione.
Che razza di domanda ? gli chiedo.
Sa cosa intendo risponde lui. Bisogna davvero essere
dei lupi solitari per riuscire a star bene quaggi. Si
strofina le dita della mano sinistra.
Gli prendo la mano per esaminargliele. Dov' che le
fanno male?
Non  questo risponde.
E allora cos'?
Esita. Mi  caduto l'anello. La mia fede nuziale.
Dove? Nell'acqua?
Annuisce.
Cristo santo. Mi affretto a uscire prima che lui riesca
a bloccarmi. Sento la sua voce alle spalle, mi chiede dove
sto andando. Resti l! gli grido in risposta.
Mi precipito verso l'acqua, tremando nei miei indumenti
ancora bagnati. I pinguini rumoreggiano mentre passo,
alcuni si sparpagliano tutt'intorno. Punto la torcia sulle
rocce del fondo, attraverso l'acqua calma e trasparente.
Non ho idea di dove possa aver lasciato cadere l'anello,
cos avanzo lentamente, e nel giro di pochi minuti i piedi
mi diventano blocchi di ghiaccio. Seguo quello che credo
sia stato il suo percorso nell'acqua, spazzandola qua e l di
fronte a me con la torcia.
Ormai immersa fino alle ginocchia, lo vedo, a circa un
metro di profondit: un bagliore dorato contro le rocce
color ardesia. Allungo una mano, con l'acqua adesso fino
alle spalle, cos fredda da temere che il braccio possa staccarsi
e affondare.
Riesco ad afferrare l'anello con dita che ormai si muovono
a stento, poi arranco verso riva su piedi pesanti come
piombo. Zoppico fino alla mia tenda, dove mi sfilo i vestiti
e indosso pi indumenti asciutti che posso. Ho la pelle
umida e raggrinzita per essere rimasta tanto a lungo bagnata.
Sento un rumore e alzando lo sguardo vedo Dennis
che, la coperta ancora avvolta intorno alle spalle, sbircia
rannicchiato dall'apertura della tenda.
Che cos'ha da guardare? dico in malo modo. Poi abbasso
lo sguardo su quello che sta vedendo - una t-shirt sottile
e sbiadita, niente reggiseno, i capezzoli premuti contro
la stoffa, il mio braccio arrossato dal freddo. Mi sfilo il suo
anello dal pollice, dove l'ho infilato perch non cadesse di
nuovo, e glielo lancio.
Lui lo raccoglie da terra. Lo tiene in mano, ma non lo
infila. Vorrei che l'avesse lasciato l dice, quasi fra s.
Un pinguino ci si sarebbe potuto strozzare rispondo.
Ma a questo non ci pensa mai nessuno. Siamo tutti turisti
qui, capisce. Questa  casa loro, non nostra.
Mi dispiace dice. Cosa posso fare?
Scuoto la testa.
Entra e si siede, poi si toglie la coperta dalle spalle e la
mette sulle mie. Trova un pullover in pile su un cumulo di
vestiti e me l'avvolge attorno al braccio arrossato.
Comunque quanto fredda  l'acqua? domanda.
Circa uno sotto zero, grado pi grado meno. L'osservo
con attenzione.
Quanto ci si riesce a sopravvivere?
Questione di minuti, di solito rispondo, ripensando
all'annegamento della guida di una spedizione. Era rimasto
intrappolato sotto lo Zodiac capovolto appena pochi
istanti, ma aveva perso conoscenza, con i soccorritori a soli
novanta metri di distanza da lui. La maggior parte della
gente va in shock. Fa troppo freddo per nuotare, perfino
per respirare.
Mi toglie la maglia dal braccio. Va meglio?
Un po'. Il dolore mi punge la pelle dall'interno, da
qualche parte in profondit, e sento una fitta scaturirmi
dalle ossa. Ancora non mi ha detto che ci faceva l fuori.
Allunga le mani e comincia a massaggiarmi il braccio.
Non sono sicura di volerlo lasciar fare, ma so che il calore,
la circolazione, mi fanno bene. Come ho detto, avevo
perduto l'anello.
Lei era pi al largo di dove l'ho ritrovato.
Doveva essermi sfuggito. Parla senza guardarmi. Osservo
le sue dita sul mio braccio, e ripenso alla sera prima,
quando qui c'eravamo solo io e Thom, e Thom mi aveva
aiutato a lavare i capelli. La sensazione delle sue dita sul
cuoio capelluto, sul collo, mi aveva attraversato tutto il
corpo, addensandosi in una spirale di desiderio che non 
ancora del tutto svanita. Ma fra Thom e me non  mai successo
niente, oltre a rituali non consumati: con l'approssimarsi
della fine della nostra permanenza, cominciamo a
fare cose l'una per l'altro - lui mi intreccia i capelli, io gli
friziono i piedi - perch dopo un certo periodo, toccarsi si
rende necessario.
Mi ritraggo. Guardo lo sconosciuto nella mia tenda: i
suoi capelli scuri striati d'argento, i suoi occhi tristi e pesanti,
le sue mani senza anello, ancora tese verso di me.
Che cosa c'?
Niente rispondo.
Stavo solo cercando di essere d'aiuto. La piccola
lampada della tenda gli getta ombre profonde sotto gli
occhi. Mi dispiace dice. So che lei qui non mi vuole.
Qualcosa nella sua voce allenta il nodo che ho in petto.
Sospiro. Non sono una persona socievole, tutto qui.
Per la prima volta sorride, appena. Capisco perch
viene qui. A proposito di fuggire dalla pazza folla.
Almeno io quando  il momento me ne vado dico,
sorridendogli timidamente a mia volta.
Abbassa lo sguardo sugli indumenti di Thom che gli
fasciano aderenti il corpo. Allora, quando me ne devo
andare? domanda.
Saranno qui domattina.
Come sta? Il tizio che  caduto.
Mi ci vuole un momento per capire di che cosa stia
parlando. Non lo so confesso. Ho dimenticato di
chiederlo.
Si piega in avanti, e mormora: So una cosa di lui.
Che cosa?
Stava facendo lo stupido con quella bionda dice.
Quella che era l proprio quando  successo. Ho visto
che le ha parlato.
E lei come lo sa?
Li ho visti. Si davano appuntamento tutte le sere sul
ponte, dopo che la moglie di lui se ne andava a letto. La
bionda viaggiava con la sorella. Hanno perfino pranzato
insieme una volta, tutti e quattro. La moglie non sospettava
niente.
Crede che lo avessero pianificato? chiedo. O si sono
semplicemente incontrati sulla nave?
Non lo so.
Distolgo lo sguardo, delusa. Mi  sembrata troppo
giovane per lui.
Non le ha visto le mani dice. Me l'ha insegnato mia
moglie. Capisci sempre l'et di una donna dalle sue mani.
Avr anche avuto la faccia di una donna di trentacinque
anni, ma aveva le mani di una sessantenne.
Se lei  sposato, perch viaggia da solo?
Esita.  una lunga storia.
Be', abbiamo tutta la notte rispondo.
Ha scelto di non venire.
Perch?
Se n' andata, un mese fa. Adesso vive con un altro.
Oh. Non so pi che cosa dire. Dennis tace, e io faccio
un altro viaggio alla tenda delle provviste, torno con
una confezione da sei lattine di birra. I suoi occhi stanchi
hanno un piccolo guizzo.
Beve prima di riprendere a parlare. Si vedeva con lui
da molto tempo racconta, ma credo che sia stato questo
viaggio a farla decidere. Non voleva trascorrere tre settimane
su una nave insieme a me. O senza di lui.
Mi dispiace. Dopo un momento, gli chiedo: Avete
figli?
Annuisce. Due gemelle, al college. Non telefonano
spesso a casa. Non so se lei gliel'ha detto o no.
Perch ha deciso di partire lo stesso?
Questo viaggio era per il nostro anniversario. Gira la
testa e mi lancia un mezzo sorriso malinconico. Patetico,
vero?
Ruoto la lattina di birra fra le dita. Come l'ha perduto
l'anello?
L'anello? Sembra sorpreso. Mi era caduto durante
lo sbarco, credo.
Oggi eravamo sotto zero. Non indossava i guanti?
Evidentemente no.
Lo guardo, sapendo che c' dell'altro e che nessuno
dei due vuole ammetterlo. Lui abbassa lo sguardo sul mio
braccio. Come va?
 a posto.
Lasci che me ne occupi ancora un po'. Ricomincia a
massaggiarmelo. Questa volta facendomi scivolare le dita
sotto la lunga manica della camicia, e l'improvviso calore
sulla pelle sembra riaccendere gli altri miei sensi: sento il
mormorio dei pinguini, percepisco il vento increspare la
tenda. Tutto  al contempo smorzato dal tocco delle sue
mani.
Mi appoggio all'indietro e lo tiro con me finch la sua
testa sovrasta la mia. Alla luce ombreggiata della tenda, le
rughe che gli scolpiscono il viso sembrano pi profonde,
e le sue palpebre cadenti si sollevano come per guardarmi
meglio. Sbatte gli occhi, lentamente, languidamente,
mentre immagino che potrebbe toccarmi, cosa che un
momento dopo fa.
Sento una coppia di Papua accoppiarsi all'esterno, il
loro allegro vociare levarsi al di sopra dei suoni della notte.
All'interno, io e Dennis ci muoviamo sotto e intorno ai
vestiti, le nostre voci smorzate, sussurrate, senza fiato; nel
calore umido improvviso della tenda ci siamo riconosciuti
nello stesso modo, per istinto, e, come per gli uccelli, non
ci occorre sapere altro.
Durante la notte antartica, decine di migliaia di maschi
di Imperatore si stringono l'uno all'altro per far fronte ai
mesi di buio totale, mentre covano le uova con temperature
che sfiorano i sessanta gradi sotto zero. Ora che le
femmine ritornano alla colonia, quattro mesi dopo averla
lasciata, i maschi hanno perduto la met del peso corporeo
e stanno quasi per morire di fame. Tuttavia aspettano. 
per questo che sono programmati.
Dennis non mi aspetta. Mi sveglio nella tenda da sola,
la luce grigia dell'alba mi s'insinua fra le palpebre. Quando
controllo l'orologio mi accorgo che  pi tardi di quanto
pensassi.
Fuori, getto uno sguardo intorno alla ricerca di Dennis,
ma nel campo non c'. Preparo del caff, lavo la tazza di
Thom per lui. Bevo il mio senza aspettarlo:  la sola cosa
a riscaldarmi stamattina, con lui sparito e il sole cos ben
nascosto.
Mentre sorseggio lentamente, con il vapore che si alza
dalla tazza, osservo il paesaggio lunare che mi circonda: le
rocce aguzze, l'acqua come specchio, le sculture di ghiaccio
che si levano dalla distesa del pack. Potrei anche essere
su un altro pianeta. Eppure, per la prima volta da anni,
mi sento in qualche modo riconnessa al mondo, quasi
non fossi cos smarrita come ho creduto per tutto questo
tempo.
Sento il suono lontano di un fuoribordo e mi alzo. Si
ferma. Resto in ascolto, voci agitate: dev'essere Thom di
ritorno da Palmer con dei problemi al motore.  ancora
fuori dalla baia, lontano dalla vista, cos aspetto, risciacquo
la mia tazza e riordino. Quando il motore si riavvia,
mi volto verso la baia. Alcuni minuti dopo, Thom sta risalendo
la spiaggia con uno degli elettricisti di Palmer,
un giovane di nome Andy. Li accolgo con un cenno della
mano.
Avanzano esitanti, e quando sono pi vicini riconosco
lo sguardo sulla faccia di Thom e, con glaciale certezza, so
dov' Dennis, ancor prima che Thom apra bocca.
Abbiamo trovato un cadavere, Deb dice. Nella
baia. Lui e Andy si scambiano uno sguardo. L'abbiamo
appena tirato su.
Fisso le loro espressioni interrogative. E stato qui per
tutta la notte dico. Pensavo che fosse solo andato a fare
una passeggiata, o... mi blocco. Poi m'incammino verso
la baia.
Thom mi si para davanti. Mi afferra per le braccia.
Non  necessario farlo dice.
Ma devo vederlo con i miei occhi. Mi libero della stretta
e corro verso riva. Il corpo giace sulle rocce. Riconosco
il maglione di Thom, teso sul grosso corpo di Dennis.
Mi avvicino. Voglio sentirgli il polso, sentirgli il battito
del cuore. Ma poi vedo il suo viso, il pallore livido, congelato
in un'espressione che non riconosco, e non riesco pi
a muovere un solo passo.
Sento che Thom mi raggiunge.  lui dico. Gli avevo
dato il tuo maglione.
Mi mette un braccio intorno alle spalle. Cosa credi sia
successo? domanda, ma lo sa bene quanto me. Non ci
sono correnti qui, non c' modo di essere spazzati via dalla
riva e trascinati in alto mare. L'oceano Meridionale qui
non  violento, ma  comunque spietato.
L'Antartide non  un paese. E governato da un trattato
internazionale le cui norme si applicano quasi esclusivamente
all'ambiente. Non c' polizia qui, non ci sono
pompieri, non ci sono medici legali. Dobbiamo fare tutto
da soli e quando Thom cerca di liberarmi da quello che 
nostro dovere fare, lo ignoro. Li aiuto a caricare Dennis
sullo Zodiac, il peso del suo corpo adesso  completamente
diverso. Mentre lasciamo la baia partendo a tutta velocit,
gli tengo una mano premuta sul petto, come se potesse
alzarsi all'improvviso e mettersi seduto. Quando arriviamo
a Palmer, finalmente mi arrendo, lasciandolo alle cure
di altri che ne impacchetteranno il cadavere per il lungo
viaggio verso casa.
Mi offrono una doccia calda e un pasto. Mentre Andy
mi accompagna lungo il corridoio verso il dormitorio, tenta
invano di trovare qualcosa da dire. Io taccio, non faccio
nulla per aiutarlo. Infine mi aggiorna sull'uomo ferito.
Star bene dice. Ma sai la cosa strana? Non si ricorda
niente del viaggio. Riconosce sua moglie, sa chi  il presidente,
sa sommare due pi due... ma non sa com' arrivato
fin qui, e perch  venuto in Antartide. Piuttosto inquietante,
eh?
Non riconoscer la donna con cui si era messo a fare il
cretino, penso io. Lei si ricorder di lui, ma per lui, lei 
gi svanita.
Di ritorno al campo, vado in cerca dei Papua che hanno
perduto il pulcino, ma loro non tornano. Il nido rimane
abbandonato, e altri pinguini ne rubano le pietre.
Thom tenta pi volte di chiedermi di Dennis, e quando
rispondo con il silenzio, smette di chiedere. Sappiamo
entrambi cosa dobbiamo aspettarci - indagini, scartoffie,
avvocati della compagnia, domande dei famigliari - e non
mi ci voglio sottoporre pi del necessario.
Sei giorni dopo, io e Thom leviamo le tende e ci prepariamo
ad affrontare la settimana del viaggio di ritorno.
Una volta saliti a bordo, le distrazioni sono parecchie, e le
ore e i giorni scorrono veloci fra seminari e conferenze. In
men che non si dica, ci ritroviamo a un giorno di distanza
dal canale di Drake.
Gironzolo per la nave, lungo gli stessi corridoi che aveva
percorso Dennis, sedendomi dove doveva essersi seduto
lui, fermandomi in piedi dove poteva essersi fermato lui.
Sono con un nuovo gruppo di passeggeri adesso, nessuno
dei quali pu averlo mai incrociato. Comincia a cadere un
misto di pioggia e nevischio, ed esco sul ponte pi alto,
quello piccolo riservato all'equipaggio. Mentre fluttuiamo
attraverso un labirinto di iceberg, giocherello con la fede
nuziale che Dennis aveva lasciato sul pavimento della mia
tenda. La infilo al pollice, come avevo fatto subito dopo
averla trovata, perch  il solo dito della giusta misura.
E forse  proprio per questo punto d'osservazione privilegiato
che la vedo: una femmina di Imperatore in lontananza,
in piedi, da sola, su un enorme iceberg piatto. Non
 cosa frequente incontrare un Imperatore cos a nord, e
una brava guida ne annuncerebbe l'avvistamento all'altoparlante:
difficile che ai passeggeri capitino altre occasioni
di vedere un Imperatore.
Ma non mi muovo. La osservo lisciarsi le piume con il
becco. Nell'avvertire i suoni e le vibrazioni della nostra
nave alza la testa: un'elegante e garbata piroetta nella nostra
direzione. Mi sembra stia guardando proprio me, per
un momento immagini speculari l'una dell'altra, figure solitarie
nella vastit di tutto questo mare e ghiaccio.  cos
distante dal suo consueto habitat che per un momento mi
chiedo se non si sia perduta, ma quando distoglie lo sguardo
e riprende a lisciarsi le piume, percepisco invece che si
sente a suo agio, al sicuro, nel godersi un raro momento di
pace prima di far ritorno a casa.
...
.
...
Una settimana prima del naufragio.
Canale di Drake.
(5939'S, 6156'O).
...
.
...
Io e Thom siamo in piedi sul retro del ponte a guardare
l'Australis che si muove in lontananza come l'immagine
time lapse di un iceberg alla deriva: lenta, massiccia, inevitabile.
In uno degli articoli che ho letto sulla nave, un
portavoce della societ di navigazione si vantava di come
l'Australis avrebbe incrociato i mari di ogni angolo del
pianeta, di come non esistesse luogo al mondo che fosse
interdetto a una nave cos invincibile. Mi ha ricordato ci
che una volta s'era detto del Titanic.
L'ultimo disastro quaggi si verific alcuni anni fa,
quando una piccola nave turistica affond quattordici
ore dopo essersi scontrata con un iceberg. Quella nave
fu abbastanza fortunata da trovarsi a un'ora di navigazione
da un'altra imbarcazione, e abbastanza piccola
perch tutti i suoi passeggeri potessero essere salvati:
tuttavia, migliaia di litri di carburante finirono in mare,
impregnando i pinguini e distruggendo le loro piume
impermeabili.
Afferro con pi forza il bordo del parapetto. Mi manda
ai matti vedere quella nave laggi. Magari Glenn potrebbe
inchiodarli con una violazione IAATO o qualcosa del
genere.
Ne dubito dice Thom.
Sospiro. A che serve un'associazione che si suppone
debba proteggere questo luogo dalle navi da crociera se
poi l'adesione  volontaria?
Thom non risponde. E un enigma che deprime tutti
noi. Negli anni Novanta, quando  stata fondata l'Associazione
internazionale degli operatori turistici dell'Antartide,
a visitare il continente erano solo seimila turisti l'anno:
adesso siamo arrivati a quasi quarantamila. Gi questo fa
sembrare inutile qualsiasi nostro impulso a proteggere il
continente; per non parlare del fatto che in Antartide non
esistono guardacoste, di nessun genere.
Non c' nulla al momento che riesca a impedire il passaggio
delle navi da crociera: si spingono fin quaggi solo
perch i loro passeggeri possano vantarsi di esserci stati.
Me ne sono lamentata con Keller proprio l'ultima volta
che l'ho visto, non molto dopo aver letto l'ennesima storia
sulla nuova e lussuosa Australis. Lui aveva cercato di
sostenere che i nostri passeggeri del Cormorant non sono
poi cos diversi: possono solo pagare di pi per il lusso di
viaggiare con a bordo una piccola spedizione di scienziati
ed esperti di Antartide, e tutti firmano un esonero di responsabilit
indipendentemente dalla nave su cui viaggiano.
Avevamo discusso, anche se, naturalmente, in un certo
senso lui ha ragione. Quaggi, tutti siamo a rischio, perch
ogni giorno ci avventuriamo nell'ignoto.
Thom si allontana dal parapetto. Salgo su in plancia
dice. Vediamo cosa riesco a scoprire.
Annuisco. Vengo colta da un attacco di nausea molto
peggiore del mal di mare, molto peggiore del senso di colpa
per il fatto di condurre a nostra volta centinaia di turisti
a riva. Quaggi le navi si prendono cura l'una dell'altra:
ma come fai a prenderti cura di una nave che  grossa oltre
dieci volte la tua?
Thom non ritorna, e dopo un po' suppongo sia stato
bloccato da un turista o gli sia stato assegnato un compito.
Rientro nella lounge, dove piccoli gruppi di passeggeri
riuniti intorno ai tavoli stanno bevendo caff; altri siedono
sulle poltrone per conto loro, intenti a leggere o a
guardare il panorama oltre le vetrate. La mia compagna
di cabina, Amy, sta allestendo la proiezione pomeridiana
delle diapositive. Impiegata presso la compagnia a tempo
pieno, Amy viaggia dall'Antartide all'Alaska, dal Messico
alle Galapagos, e spesso  a bordo del Cormorant durante
l'intera stagione antartica, da fine novembre ai primi di
febbraio. Questo  il suo quinto anno nel continente, e
condividiamo l'alloggio ogni volta che ci  possibile.
Che immagini mostrerai pi tardi? le domando.
Solo qualche sequenza ripresa dal ROV.
Il veicolo azionato a distanza dalla nave arriva fino a trecento
metri di profondit, molto pi gi di quanto la stessa
Amy possa riuscire a scendere, e il suo video del fondo
dell'oceano brulica di colori e coralli intricati, spettrali pesci
ghiaccio, pallide spugne di mare, graziose stelle marine.
Ancora nessuna ripresa del granchio yeti? L'esistenza
di un granchio cieco e irsuto in Antartide  una nuova
scoperta;  stato avvistato per la prima volta nell'oceano
Meridionale solo qualche anno fa, e non faccio che stuzzicare
Amy perch l'idea di non essere ancora riuscita a
catturarne l'immagine la manda fuori di testa. La stagione
scorsa, Keller mi aveva aiutato a creare con Photoshop
alcune immagini dell'inafferrabile granchio colto in vari
punti a bordo del Cormorant - su un tavolo della sala da
pranzo, accanto a un bicchiere di birra nella lounge - e per
tutto il viaggio avevamo continuato a inviarle a Amy via
email, scrivendo: Hai visto il granchio yeti?
Levati di torno mi dice Amy allegramente, senza
smettere di pestare sui tasti del suo portatile. Si sporge in
avanti per collegare il terminale al proiettore, poi accidentalmente
si aggroviglia il cavo intorno al braccio buttando
il proiettore gi dal tavolo. Ma riesce ad afferrarlo in tempo
prima che tocchi il pavimento.
Amy  piccola, di una bellezza pallida e delicata, quasi
fosse emersa lei stessa dalle incontaminate profondit del
mare, e quando s'immerge con indosso la muta e l'equipaggiamento
subacqueo, sparisce sotto la superficie con
la fluidit propria di chi appartiene a quei luoghi. Quando
non  sott'acqua o a bordo di una nave, scrive libri illustrati
per bambini.
Una corrente d'aria fredda fa il suo ingresso nella sala,
mi volto e vedo entrare Kate e Richard Archer. Mi soffermo
a guardarli, incuriosita. Kate ha i capelli scompigliati
dal vento, leggermente arricciati dall'umidit, e la pelle arrossata
dal freddo. Cammina accanto a Richard, pi alto di
lei di una testa, i capelli color del grano e una corporatura
esile. Mentre raggiungono il tavolo, intuisco dall'incedere
lento di lui che deve avere almeno una decina d'anni pi
della moglie. Una volta seduti, lui la guarda, poi allunga
una mano e le sistema una ciocca di capelli dietro all'orecchio.
Il viso tondo di lei si apre in un sorriso e il ricciolo le
ricasca nuovamente sulla faccia, dopodich si sporge e gli
d un bacio.
Allora dov' Keller?
Mi giro di nuovo verso Amy e alzo le spalle.
Pensavo di trovarlo qui dice.
Anch'io.
E allora cos' successo?
A saperlo.
Amy getta un'occhiata alle mie spalle. Be', ecco qui
Glenn aggiunge. Chiedilo a lui.
Glenn sta parlando con il barista, mi avvicino ma resto
un po' indietro aspettando che finiscano di conversare.
Poi, quando si volta: Ehi, Glenn dico, hai un
momento?
Glenn mi guarda, in attesa. Ha un viso perfettamente
levigato, in parte nascosto da un pizzetto ben curato.
Un aspetto giovanile contraddetto da un'espressione
cupa e dagli occhi scuri e seri. Cerco di ricordare invano
l'ultima volta che l'ho visto sorridere.
Volevo chiederti di Keller.
A che riguardo?
Perch non  a bordo?
Non te l'ha detto?
Avverto il mio viso farsi di brace. Se lo sapessi non te
lo chiederei.
Deb, non sono sicuro di poterne parlare. Tecnicamente
 una questione che riguarda l'ufficio del personale.
Davvero? chiedo. Cosa fai, ti nascondi dietro l'ufficio
del personale?
Glenn sospira. Te lo ricorderai l'ultimo viaggio dice.
Non dovrebbe sorprenderti che Keller non sia pi il benvenuto
su questa nave.
No, non dovrei essere sorpresa, tuttavia lo sono. Pur
sapendo quanto Keller avesse spinto Glenn oltre i limiti,
nessuno dei due mi aveva dato segnali che Keller non sarebbe
stato qui alla ripresa della stagione.
Perch non me ne hai parlato? dico. Avrei garantito
per lui. L'avrei tenuto d'occhio.
Qui non siamo in un centro d'assistenza per l'infanzia,
Deb. Evidentemente non voleva che tu lo sapessi. Ho
l'impressione che Glenn stia frenando un commento malevolo.
 venuto a trovarmi a Seattle. Ha fatto un bel po'
di pressioni per ritornare, questo bisogna concederglielo.
Mi ero quasi dimenticata del breve viaggio di Keller da
Eugene a Seattle. Per un lavoro, aveva detto. Ma senza mai
menzionare Glenn.
Non che non ci abbia riflettuto prosegue Glenn, per
il bene del PPA e perch  un lavoratore in gamba. Ma non
posso rischiare altri drammi.
Stava solo dicendo la verit.
La gente viene a bordo per essere intrattenuta ribatte
Glenn, non accusata.
Viene anche per essere istruita. E che dire allora della
sensibilizzazione? Non  forse parte del progetto?
Sai bene quanto me che non puoi incrementare alcuna
sensibilizzazione se ti mancano i passeggeri dice. E
quelli che vengono qui... be', meritano di meglio.
Era stato quel tizio a cominciare dico io. Mi ricordo
che...
Quel passeggero m'interrompe Glenn, ha preteso
il rimborso totale, minacciando altrimenti di fare causa.
Non posso permettermi di assumere Keller. Tutto qui.
Cerco di elaborare il significato della sua frase.
Devo quindi supporre che non ti abbia riferito dove si
trova adesso? aggiunge.
Lo guardo.
 sull'Australis.
Cosa?  impossibile.
Mi ha chiesto le referenze dice. Saggiamente, per
un ingaggio che richiede il minimo rapporto con i passeggeri.
Ho parlato con il capo dell'ufficio del personale
proprio la scorsa settimana.
Ma lui non avrebbe mai... mi blocco, sentendo la
nausea riaffiorare di colpo.
Tutto a posto?
Sto bene.
Glenn sembra voler aggiungere altro, ma il voltastomaco
ha la meglio e mi dirigo in gran fretta verso il bagno pi
vicino. Mi chino sulla tazza del water, e anche se mi dico
che  soltanto un mal di mare, magari una lieve influenza
intestinale, non riesco a non pensare all'ultima volta che
mi sono sentita cos, anni fa, dopo Dennis: la mordace sensazione
di essere stata esclusa, abbandonata.
...
.
...
Quattro anni prima del naufragio.
Stazione di McMurdo.
...
.
...
La stazione di McMurdo  una base statunitense sull'isola
di Ross, ai piedi del monte Erebus, nella parte pi a
sud del continente antartico. Gli aerei che vi trasportano
scienziati e personale da Christchurch, in Nuova Zelanda,
sembrano delle enormi scatole di latta con file di scomodi
sedili militari, stretti e gelidi. In quest'epoca dell'anno,
quando nell'estate australe McMurdo diventa la Grand
Central Station dell'Antartide raggiungendo la capacit
massima di milleduecento residenti, gli aerei sono stipati
come i voli charter durante le vacanze.
Assicuro il bagaglio al centro della fusoliera, mi installo in uno dei sedili e chiudo gli occhi per tutte le otto ore
di volo. Sono diretta a McMurdo grazie a un fondo della
National Science Foundation per censire la colonia di pinguini
Imperatore pi vicina. Durante il periodo di maggiore
attivit, i cargo LC-130 raggiungono con regolarit la
base trasportando persone e rifornimenti. In seguito, i voli
diminuiranno gradualmente, e da febbraio a ottobre, fatta
eccezione per arrivi occasionali, gli aerei non atterreranno
a McMurdo per niente.
Sopra di me sento una voce. E occupato?
Apro gli occhi e dico: Si accomodi. Un ragazzo di
circa la mia et sta tirando gi la barra di metallo del sedile
ribaltabile accanto al mio. E alto e magro, con dei lunghi
capelli scuri che gli cadono sugli occhi e una bandana rossa
slacciata intorno al collo.
Il tipo si appoggia all'indietro contro le cinghie di nylon
rosso che compongono i sedili, la testa inclinata verso di
me. E la prima volta che vengo qui dice.
Mmh.
E tu? Hai l'aria di una veterana.
Lo guardo.
Non intendo dire vecchia dice. Solo... esperta. Tipo
che conosci la procedura.
S, l'ho capito. Sei qui per delle ricerche?
In realt, per lavare i piatti risponde. Sono della manutenzione.
Giusto una cosa qualsiasi che mi permettesse
di venire qui. E tu?
Sto studiando gli Imperatore di Garrard.
Mi guarda con rinnovato interesse. Sul serio? La colonia
distrutta da quell'iceberg?
Sono sorpresa, e compiaciuta, che sappia della colonia.
Molti di quelli che vengono a McMurdo per svolgere umili lavori di manovalanza, della fauna protetta sembrano
possedere solo una conoscenza superficiale.
Mi chiamo Keller si presenta. Keller Sullivan.
Io sono Deb.
Piacere di conoscerti dice.
Piacere mio.
Vorrei sapere di pi sulla colonia.
Ha girato la testa, e mi sta guardando quasi di sbieco.
Nella scarsa illuminazione artificiale, i suoi occhi scuri
sono ancora pi bui contro il pallore del viso.
Pi tardi, magari? Sono un po' stanca rispondo. Sul
volo per Christchurch non ho chiuso occhio.
Nemmeno io dice.
Lascio che mi si abbassino nuovamente le palpebre.
Non capita pi molto spesso che la mente mi scivoli verso
Dennis, ma in questo momento punta dritta su di lui.
Ogni volta sono sorpresa per come, perfino dopo tanto
tempo, tutto sembri essere successo solo pochi giorni fa.
C'era stata un'indagine, naturalmente, e un'autopsia, e
pi domande di quelle a cui io sapessi rispondere. Il peggio
furono i media. Erano trapelate alcune informazioni
sull'inchiesta: tutto, dal fatto che io e Dennis avevamo trascorso
la notte insieme ai dettagli del suo annegamento.
Credo che la speranza della famiglia, e di certo la mia, fosse
che la morte di Dennis rimanesse il pi possibile privata,
ma qualsiasi cosa succeda in Antartide fa immediatamente
notizia. Lo sapevano tutti, dai miei colleghi in universit
ai turisti dei viaggi a sud la stagione seguente. Le indagini
stabilirono la morte di Dennis per suicidio. La compagnia
e tutti quelli coinvolti, me inclusa, vennero ufficialmente
scagionati.
Conservo ancora il suo anello, la fede nuziale che aveva
tentato tanto disperatamente di perdere. L'ho tenuta nascosta
in una scatolina in cima all'armadio insieme a pochi
altri valori. Nessuno mi ha mai chiesto niente. Nel vedere
le foto di sua moglie al notiziario, mi ero convinta che solo
per essere stata con lui durante le sue ultime ore di vita
avevo pi diritto di tenerlo io di quanto ne avesse lei,
visto che nell'istante della sua morte lei si trovava altrove
con un altro.
Scivolo nel sonno, poi vengo risvegliata di colpo da un
annuncio del pilota. Apro gli occhi e vedo il viso confuso
di Keller. Nell'udire i sospiri e i gemiti di tutti i passeggeri
in cabina, capisco di che cosa si tratta: l'aereo sta invertendo
la rotta.
Che significa boomerang? domanda Keller.
Brutto tempo alla stazione spiego. Se l'aereo non
pu atterrare a McMurdo, il pilota  costretto a tornare
indietro.
Annuisce. Non diciamo altro, e una volta atterrati
nuovamente a Christchurch ce ne andiamo ognuno per
la propria strada. Quando il giorno dopo arrivo al terminal
passeggeri del Programma antartico, non lo vedo.
Poi, subito dopo essere salita a bordo, sento qualcuno
affondare nel sedile accanto al mio: eccolo di nuovo qui.
Ci rincontriamo dice.
I passeggeri intorno a noi si stanno tirando su i cappucci
dei parka preparandosi a dormire; io rivolgo a Keller
un rapido sorriso e faccio altrettanto, chiudendo rapidamente
gli occhi cos non lo devo guardare ed evito che lui
continui a parlarmi.
Il problema  che vedo la sua faccia anche con gli occhi
chiusi.
Resto sveglia, sentendo la sua presenza accanto a me,
avvertendo il suo braccio strusciare leggero contro il mio
quando lo allunga per infilare la mano in una delle borse,
e quando apre un libro e si mette a leggere. Dopo un tempo
che non so quantificare, lo sento nuovamente muoversi
vicino a me, credo sia quando appoggia la testa contro il
reticolato alle nostre spalle.
Finalmente cedo al sonno - non c' granch d'altro da
fare durante questi voli - e mi sveglio per un dolore sordo
al collo. Mi ritrovo stravaccata oltre il mio sedile, la testa
appoggiata sulla spalla di Keller.
Mormoro delle scuse, mi raddrizzo. Poi noto il suo pallore.
L'LC-130 sta ballando e sbatacchiando in aria. Non
ricordavo che la volta scorsa fosse cos brutta dice.
La volta scorsa non eravamo arrivati tanto lontano.
Spesso  cos quando ci si sta avvicinando.
Lo osservo in viso, appena una punta di tensione sotto
la barbetta ispida della mascella, e quando mi sorride
imbarazzato, noto nei suoi occhi marroni striature dello
stesso colore delle alghe che venano la neve sulle isole della
penisola: un verde tenue e screziato.
Non esistono braccioli su un LC-130, nulla su cui
stringere le mani durante un atterraggio spossante. Keller
si aggrappa alle ginocchia, le nocche esangui. Trattenendo
un sorriso, mi allungo per toccargli il dorso della mano
come a dire su, su, coraggio, ma lui la gira sul palmo e
afferra la mia, cogliendomi di sorpresa.
A McMurdo non esiste atterraggio che si possa definire
di routine, e giunti in prossimit della pista indurita dal
ghiaccio, la tempesta  montata ormai in tormenta di neve.
Il pilota compie diversi giri nella speranza che si plachi
il maltempo, ma alla fine  costretto a scendere. Quando
gli sci dell'aereo toccano il ghiaccio, una corrente d'aria
improvvisa sembra afferrarlo per la coda e farlo ruotare
lungo la pista per poi lanciarlo di naso contro un cumulo
di neve fresca.
L'aereo per si tiene insieme, e cos io e Keller, le mani
ancora allacciate. Come il velivolo smette di muoversi,
molliamo anche noi la presa. Cerco di non far caso al fatto
di non aver avuto alcuna fretta di farlo. Al fatto che la
mano di un uomo nella mia, dopo tanto tempo, fosse una
bella sensazione.
Con Keller dietro di me, esco dal portellone e discendo
i pochi scalini fino al suolo ghiacciato. L'aria mi punge il
viso come fosse fatta di aghi gelati, in un turbinio nevoso
di un bianco accecante. Quando sollevo la mano a parare
gli occhi, vedo il Terra Bus che ci condurr dalla pista
all'aerostazione. L'autobus  perfino pi angusto dell'aeroplano,
e una volta salita, fra parka, cappelli e bagagli
stipati al suo interno, Keller non lo vedo pi. Quindici
minuti dopo, dai piccoli finestrini quadrati, avvistiamo
l'aerostazione.
Con i suoi spogli edifici industriali, McMurdo ha tutto
l'aspetto di una brutta citt del deserto, il cui paesaggio,
scialbo e marrone al culmine dell'estate australe,  cos
bianco in inverno da non riuscire pi a distinguere la terra
dal cielo. Nei giorni di sereno  possibile vedere in lontananza
il monte Erebus, il pennacchio levarsi dalla sua cima
vulcanica, e quando pi avanti nella stagione il sole comincia
finalmente a tramontare, la montagna sembra incendiata.
Mentre mi stiro le gambe, osservando tutto ci che mi
sta intorno, noto Keller che mi guarda.
Stavo pensando dice. Forse potrei accompagnarti
laggi, uno di questi giorni? Per vedere la colonia con i
miei occhi.
Forse rispondo, affascinata dal suo interesse e al contempo
un po' diffidente.
Siamo stati assegnati a dormitori diversi e prima di separarci
ci scambiamo un saluto frettoloso. Nessun accordo
per rivederci, ma so che alla fine m'imbatter in lui in
giro per la stazione, magari alla tavola calda. A McMurdo,
durante l'alta stagione, le persone non riesci a evitarle
nemmeno se vuoi.
Malgrado ci, non lo rivedo fino a due giorni dopo,
quando sto dirigendomi al lavoro sul campo e me lo ritrovo
fermo in piedi davanti al Mechanical Equipment
Center, con indosso una giacca dall'aria troppo leggera
per questa temperatura, e quella stessa bandana avvolta
intorno al collo come un foulard.
Ehi dice a mo' di saluto, mentre mi avvicino all'edificio.
Stai andando alla colonia di Garrard?
Esatto.
 un buon momento per accompagnarti?
Lo guardo, chiedendomi quanto gli interessi sul serio
sapere dei pinguini. Non devi lavare i piatti?
Non fino a stasera risponde.
Perch non ti prendi un po' di tempo per esplorare
i dintorni? suggerisco. Potresti visitare la capanna di
Scott... da qui  una bella passeggiata.
Ci ho gi provato dice.  chiusa per restauro. A
tempo indefinito, mi hanno detto. E comunque cosa ci
devono fare l dentro? Ampliare le tubature? Metterci il
riscaldamento centralizzato?
Non riesco a impedirmi di sorridere.
Ti prometto che non mi avrai fra i piedi dice.
Getto un'occhiata all'edificio del MEC, poi di nuovo a
Keller. Ti hanno insegnato a guidare la motoslitta?
Scuote la testa. Non ancora.
Il che significa che se viene con me,  con me che dovr
viaggiare. C' abbastanza spazio per due sullo Ski-Doo,
e per sopralluoghi di una giornata non mi porto dietro
molte attrezzature: un misuratore, un taccuino, dell'acqua,
una bottiglia per la pip, alcuni sacchetti di plastica e
un kit di sopravvivenza, il tutto stipato in uno scomparto
della motoslitta.
Non ho orari precisi lo avverto. Non posso riportarti
fin qui perch tu sia puntuale al tuo turno di lavoro.
Sogghigna. Voi scienziati. Nessun rispetto per i
lavoratori. Gli getto un'occhiataccia, ma lui sta ancora
sorridendo. Cosa possono farmi, licenziarmi?
 possibile.
Scrolla le spalle. Ascolta, magari non so ancora molto
sui pinguini dice, ma potrei essere un ottimo assistente.
Non credo di aver bisogno di un assistente, ma ci rifletto
su. Sono molti i dati da raccogliere e lui potrebbe
essere d'aiuto, sempre che poi io non debba passare il
tempo a recuperare le cose che semina in giro o a correggere
gli errori che commette. Se non altro sa dell'esistenza
della colonia,  gi qualcosa. Una decina d'anni
fa un iceberg gigantesco si stacc dalla barriera di Ross,
bloccando l'accesso dei pinguini al mare, la loro unica
risorsa di cibo. Dovettero trovarsi un nuovo percorso,
lungo quasi il doppio. Nessuno dei pulcini sopravvisse
a quella stagione, e la maggior parte degli adulti mor di
fame. Un tempo una colonia piuttosto in salute, con migliaia
di accoppiamenti, dovette ricominciare daccapo.
Poi per si  ripresa,  tornata lentamente a crescere e,
grazie a finanziamenti quinquennali da parte dell'NSF, a
ogni nuova stagione qualcuno del PPA viene quaggi a
fare il censimento. Quest'anno  toccato a me.
Credo che un aiuto extra mi potrebbe far comodo
dico. Il sorriso di Keller  cos genuino che non posso fare
a meno di ricambiarlo.
 una giornata dall'aria tersa, con il ghiaccio lucente
color vaniglia stretto fra l'oceano blu e il cielo ancora pi
blu. Raggiunta la colonia, mi appresto al lavoro dando a
Keller istruzione di stare immobile a guardare o di seguire
esattamente i miei passi in modo da non disturbare gli uccelli
durante la muta.
 chiamata muta catastrofica per una precisa ragione
gli dico. A differenza della maggior parte degli altri
uccelli, i pinguini mutano le piume tutte in una volta, invece
che perderle gradualmente. La muta degli Imperatore
avviene nel corso di un mese, un'impresa estenuante
che esaurisce ogni loro energia. I pinguini, ingrassati in
previsione, appaiono come se avessero sbagliato taglio dal
barbiere, le piume marroncine che si staccano in matasse
lanuginose, e le belle piume nuove e lucenti che spuntano
da sotto.
Non fare nulla che li obblighi a muoversi dico. Hanno
bisogno di ogni grammo della loro energia.
Keller annuisce e mi segue, lentamente e attentamente
come da istruzioni. Oltre al conteggio degli esemplari -
un compito reso pi facile dalla muta e dalla conseguente
inerzia dei pinguini - scivolo fra loro per ispezionare le
carcasse a terra. I decessi sono perlopi di pulcini, uccisi
dalla fame o dagli skua - predatori dal becco maligno
che si cibano di uova di pinguino e pulcini morti - ma ci
significa che almeno gli adulti riescono a tornare in mare
per nutrirsi.
Soltanto a pomeriggio inoltrato, quando mi premo una
mano su un punto dolente della schiena, Keller suggerisce
una pausa: Non ti sei fermata un attimo.
Guardo l'orologio: abbiamo lasciato la stazione da cinque
ore. E mi viene in mente che neppure Keller si  mai
fermato, n per il freddo n per la stanchezza o la fame.
Qua fuori perdo sempre la cognizione del tempo
dico quasi fra me.
Ho portato il pranzo dice lui, sfilandosi lo zaino dalle
spalle.
Comincia pure.
Hai dimenticato di portare il cibo, vero?
Quando sono sul campo di solito non mangio.
Ne ho abbastanza per tutti e due dice lui. Siediti.
Spiega una tovaglietta impermeabile e ci sediamo a terra,
a una trentina di metri dai pinguini. Non mi disturba
vedere il cibo di Keller: i vegani sono abituati a non condividere
i pasti. Da queste parti possono essere cosa rara
perfino i normali vegetariani.
Ma l'involto di Keller  pieno di frutta e pane, contenitori
con avanzi di riso, fagioli e insalata. Sul serio? faccio io.
Cibo per conigli, lo so dice, come se quel suo cibo
avesse dovuto difenderlo gi centinaia di volte.  tutto
quello che ho. Prendere o lasciare.
Scoppio quasi a ridere per l'improvviso piacere di questa
insolita, semplice cosa: sedere con Keller sul ghiaccio,
dividere un pasto fra gli Imperatore in muta, in una giornata
antartica di accecante luminosit.  passato cos tanto
tempo dall'ultima volta in cui ho stabilito un contatto con
un altro essere umano. Non sono pi stata con nessuno
dopo Dennis, e nonostante sia trascorso un anno, non mi
 stato difficile. Anzi, la vita  stata molto pi semplice. O
magari, sono solo riuscita a convincermene.
La scienza, la natura, seguono una loro logica. Gli animali
agiscono per istinto - naturalmente, provano emozioni,
hanno una propria personalit, possono essere impertinenti
o manipolatori o sorprendenti - ma a differenza
degli uomini, non fanno del male con intenzione. Gli esseri
umani sono tutta un'altra cosa, e fin da giovane ho imparato
che nella maggior parte delle persone  pi istintiva
la meschinit che la gentilezza. Da piccola avevo un'aria
da ragazzo: alta per la mia et, capelli biondi e corti, fanatica
di scienza. Dopo essere stata letteralmente buttata
fuori a calci dal bagno delle ragazze da compagne del liceo
convinte che fossi un maschio, mi ero fatta crescere i capelli
fino a met schiena. Li ho portati cos lunghi, raccolti
spesso in una treccia, fino all'anno scorso, quando li ho tagliati
sotto il mento: abbastanza lunghi per sembrare una
femmina, dato che non mi trucco mai, e per poterli tirare
indietro e levarli di torno.
Cosa c'? mi chiede Keller. A cosa stai pensando?
A niente rispondo, e lui mi allunga una forchetta.
Da quant' che fai parte del PPA?
Da otto o nove anni. Prendo un boccone di riso e
insalata. E tu? Cosa facevi prima di introdurti nel mondo
dei servizi di pulizia?
Scrolla le spalle. Qualcosa di molto meno interessante.
C' un che di inaccessibile nel modo in cui parla, e non
gli domando altro. Finiamo di mangiare, e io ritorno al
lavoro. Nonostante la mia solenne promessa di non venire
incontro agli orari di Keller, carico nuovamente tutto sulla
motoslitta in modo da rientrare in tempo per l'inizio del
suo turno.
Quella notte, a letto, nonostante mi facciano male le
orbite degli occhi per la spossatezza, resto sveglia a lungo.
Sono molti quelli che faticano a dormire in questo periodo
dell'anno, per via delle quasi ventiquattr'ore di luce diurna,
ma so che per me la ragione non  questa.
Il giorno dopo Keller  di nuovo l che mi aspetta al
MEC, e di nuovo mi chiede se pu aiutarmi a contare gli
uccelli.
Mi hai portato il pranzo?
Annuisce.
Allora d'accordo.
Alla colonia,  pi il tempo che trascorro a guardare
Keller che a contare gli uccelli. Lo osservo muoversi con
cautela fra i pinguini, cliccando i loro numeri sul mio contatore.
Osservo i suoi occhi ispezionare ogni centimetro
delle carcasse accanto cui ci inginocchiamo, mentre gli
spiego come stabilire la causa della morte. Solo un'autopsia
pu determinare se i loro stomaci sono vuoti gli
dico, indicando un corpicino sottile e incavato, ma puoi
ben vedere che questo era davvero in pessime condizioni.
Quasi privo di grasso corporeo.
Mi lascio talmente assorbire dal lavoro da non accorgermi
che tutt'intorno ha cominciato a montare il vento.
Solo quando avverto la neve ghiacciata pungermi il viso
alzo lo sguardo e vedo che fra il ghiaccio e il cielo non c'
pi alcuna demarcazione, e che il mondo  diventato tutto
bianco.
Cazzo mormoro fra i denti, e chiamo la stazione via
radio. Hanno gi posto restrizioni al traffico, e i venti
hanno gi superato i cinquanta nodi. Dobbiamo rientrare
immediatamente.
Chiamo Keller a gran voce, e lo ritrovo subito al mio
fianco per aiutarmi a caricare la motoslitta. Bastano pochi
minuti e siamo pronti ad andare... ma il motore non parte.
Provo di nuovo, il motore gratta un po', ma si rifiuta di
avviarsi.
Batteria morta? chiede Keller.  seduto proprio dietro
di me, la bocca incollata al mio orecchio, ma riesco a
udirlo appena al di sopra del vento.
Pu darsi gli grido in risposta. Ma se cos fosse, allora
non avrei energia per niente.
Smontiamo, e proprio in quel momento capiamo di non
aver tempo per localizzare il guasto, figuriamoci per ripararlo.
Il vento si sta rinforzando, nonostante i guanti le mie
mani sono cos fredde da non riuscire quasi a muoverle.
Quando mi giro a guardare Keller, a pochi centimetri da
me,  un'immagine indistinta, il cappello e il parka ricoperti
di neve.
Dobbiamo trovare un riparo gli dico.
Fammi controllare la batteria.
Scordatelo, Keller. La neve sferzante mi punge gli occhi.
Anche se lo riparassimo adesso, non ce la faremmo
mai a rientrare.
Anche se il tempo in Antartide  risaputamente capriccioso,
sono molto seccata. Non riesco a credere di aver permesso
alla tempesta di sorprenderci in questo modo. Keller
continua imperterrito a tentare di riparare lo Ski-Doo,
mentre io tiro fuori il kit di sopravvivenza dal bauletto, mi
giro e glielo spingo contro il petto. Non hai idea di cosa
pu combinare questo tempo gli grido, al di sopra delle
raffiche. Tira fuori la tenda. Adesso.
Non c' tempo per scavare una trincea che ci ripari, che
sarebbe il modo migliore di aspettare che passi la bufera.
Da come si sono messe le cose, c' a malapena il tempo
di piantare la tenda d'emergenza e filare al suo interno.
Abbiamo un solo sacco a pelo per il freddo estremo, con
una federa interna in pile, li apro entrambi spiegandoli su
di noi. La tenda  molto stretta, l'aria gelida fa s che i
nostri corpi istintivamente si avvicinino, e senza dire una
parola ci avvolgiamo ben stretti nel pile, tirandolo su fino
a coprirci quasi tutta la faccia. Nonostante la protezione
dal vento e il calore dei nostri corpi, nella tenda saremo
almeno a -1C.
Scommetto che non era questo che avevi in mente quando
sei venuto in Antartide dico, la voce smorzata dal pile.
Al contrario risponde. Questo  proprio quello che
avevo in mente.
Nella luce fioca mi giro lentamente verso di lui.
Per l'amor di Dio dico. Vuoi dirmi che non sei per
niente preoccupato?
Muove appena la testa, e quando parla gli sento il sorriso
nella voce. Sono resistente al ghiaccio.
Una sensazione, questa, che, per quanto sia folle e illogica,
comprendo bene. Un tempo mi ero sentita anch'io
cos invincibile: a volte la mia vita quaggi sembrava surreale,
una specie di mondo dei sogni dove ogni cosa che
accadeva restava sconnessa, protetta dalla vita vera. Un'idea
che molti che vengono qui possono condividere, ma
che dura solo un breve lasso di tempo.
Suppongo che tu abbia letto la storia del continente
dico. Lo sai quante cose orribili sono successe qui.
Anche parecchi miracoli.
 in questo che speri?
Non proprio risponde. Esita, poi aggiunge: Forse.
Che intendi dire?
So di non essere il primo a venire quaggi per cambiare
un po' la prospettiva. Del genere crisi di mezz'et.
No di certo.
Tre anni fa non mi avresti riconosciuto. Ero avvocato.
Sposato. Bella casa fuori Boston. Tutto ci che la maggior
parte della gente vuole.
Tutto ci che mia madre voleva per me, questo  poco
ma sicuro ribatto. E poi cos' successo?
Fa una pausa:  successo l'impensabile.
Tace. Ascolto il ritmo del nostro respiro, appena percepibile
oltre il lamento del vento l fuori.
Capisco che  ancora sveglio. Stai bene? gli chiedo.
S fa lui. E tu?
Annuisco, e siamo cos vicini che la mia testa si scontra
con la sua. Piombiamo di nuovo nel silenzio, appiccicati
l'uno all'altra come cuccioli alla ricerca di calore. Mentre
il tempo scorre, ripenso alla giornata di lavoro, e di colpo
balzo a sedere.
Cosa c'?
Il mio taccuino dico, e mi tasto il parka, cercando di
ricordare se per caso l'ho messo al sicuro da qualche parte
in una delle grosse tasche. Non ricordo dove l'ho messo.
 nel bauletto.
Ne sei certo?
Ti ho vista mettercelo dentro.
I miei occhi si fissano sull'apertura della tenda, anche
se so bene che avventurarsi l fuori sarebbe una follia.
Spero non sia volato via.
Non voler via. L'hai assicurato bene.
A questo punto mi domando se sia stato a osservarmi
tanto attentamente quanto io ho osservato lui.
Rilassati mi dice. Sento la sua mano sulla schiena, e
quando mi sdraio il suo braccio rimane intorno alle mie
spalle. Sento finalmente tutte le fatiche della giornata
prendere il sopravvento, prosciugandomi corpo e mente
di quella poca energia rimasta. Mi giro verso Keller, e il
mio naso ghiacciato incontra il calore del suo collo.
Lascio rallentare il respiro, ma i miei occhi restano spalancati,
fissi sulla barba corta e ispida del viso di lui, sul
punto dove il lobo dell'orecchio si unisce alla pelle della
mascella. Non immaginavo che mi sarei nuovamente trovata
in una situazione del genere - in una tenda con un
altro civile, un altro dilettante - e una parte di me ha paura
di dormire, temendo di ridestarsi da sola.
Non ricordo di aver chiuso gli occhi, ma mi risveglio
ore dopo in un luminoso alone dorato. Per un lungo momento
non mi muovo, assaporando il calore del corpo di
Keller accanto al mio. Quando mi alzo a sedere, lui si muove
e apre gli occhi. Lo sguardo che ha sul viso  qualcosa
che non vedo da un pezzo: assonnato, incerto di dove si
trovi, salvo un cenno di sorriso quando gli torna in mente.
Ma non  per me che sta sorridendo. Guarda l'ombra
che incombe oltre me, al di sopra della mia spalla, in controluce
sulla tenda.
La neve dice. Guarda fin dove sono arrivati quei
cumuli.
Fuori della tenda il sole  un alone dietro nuvole sottili,
e un vento leggero soffia in aria la neve circondandoci di
polvere risplendente.
Dobbiamo calciare via i cumuli per poter uscire dalla
tenda, e sono contenta di aver ricordato all'ultimo momento
di piantare un paletto segnaletico accanto allo
Ski-Doo, sepolto adesso sotto molte spanne di neve. Mi
faccio viva via radio, per far sapere che presto saremo
di ritorno. Quando mi giro, Keller ha gi dissepolto la
motoslitta ed  piegato sul motore.
Credo che si siano congelate le candele d'accensione
quando ieri  crollata la temperatura dice, raddrizzandosi.
Adesso sono pulite e asciutte. Prova.
Il motore parte all'istante. Lo lascio acceso intanto che
imballo la tenda. Mentre ci dirigiamo verso la base, con
Keller seduto dietro, il suo braccio intorno alla mia vita,
vorrei che non fossimo sulla via del ritorno. Il freddo, la
spossatezza e la fame non reggono il confronto con il mio
improvviso desiderio di rimanere sola con lui, lontani dalla
frenesia della stazione.
Quando restituiamo la motoslitta al MEC e ci avviamo ai
dormitori, cerco di non illudermi pensando che sia pi interessato
a me che ai pinguini. Difatti, quando poco dopo
lo vedo e mi suggerisce di incontrarci pi tardi al Southern
Exposure, uno dei bar di McMurdo, mi chiede se posso
portarmi dietro gli appunti e se mi va di condividerli con
lui.
Cos, durante le successive due settimane, questa  la
nostra routine: giornate trascorse insieme a contare gli uccelli,
serate passate nel bar alla fine del suo turno in mensa.
Ci conosciamo lentamente, un bicchiere dopo l'altro.
Dopo aver buttato gi alcune birre, la conversazione si fa
pi personale. A Keller non piace parlare di s, e io devo
ricostruire la sua vita preantartica sistemando i pezzi di un
puzzle. Un'immagine che mi resta dentro quando lo vedo
la mattina: una sfocata figura di cartone con le giunture
ancora visibili, le fessure ancora aperte.
Ma voglio ricomporre il puzzle; voglio capire chi  lui.
 diverso dalla maggior parte degli uomini che ho conosciuto,
uomini la cui esperienza qui  pi accademica. Keller
sembra muoversi alla scoperta dell'Antartide come uno
di quegli esploratori dei primi del Novecento, in parte con
coraggio, in parte con fervore e in parte con ambizione,
quasi dovesse provare qualcosa a qualcuno. Mi affascina,
come se avessi scovato una nuova specie, una specie che
sono ansiosa di studiare, a poco a poco.
Una sera resto a fissarlo, cercando di immaginare la
vita convenzionale che quest'uomo dice di aver vissuto un
tempo, quest'uomo che non ho mai visto se non in jeans,
calzoni di flanella e Gore-Tex, con le mani screpolate dalle
serate di lavoro nelle cucine e dalle giornate passate a contare
pinguini.
Dunque eri un avvocato, sposato, con casa in periferia
dico, in attesa del resto della storia. Figli?
Tace, e per qualcosa che gli scorgo in viso vorrei tanto
poter ritirare la domanda. Mi alzo e barcollo verso il bar
per ordinare altri due boccali. Quando torno al tavolo, i
suoi occhi sono fissi sulla parete, sulla foto di una colonia
di Imperatore. Poso le birre versandone un po' sul tavolo,
e mi lascio cadere sulla sedia.
Finalmente si rivolge a me. Ricordi l'altro giorno... mi
hai detto che i pinguini che non riescono a riprodursi scelgono
a volte un nuovo compagno.
Per un lungo momento non riesco ad afferrare quello
che mi sta dicendo.
Era la nostra prima figlia dice. L'unica.
Beve un lungo sorso, e io cerco di ricordare quante ce
ne siamo gi scolate.
 morta aggiunge. Un incidente in macchina.
Non so che cosa dire.  molto ubriaco, e sta parlando
assai pi di quanto abbia mai fatto, eppure sulla sedia il
suo corpo resta immobile, slanciato, quasi statuario. Pensavo
che avremmo provato ad avere un altro figlio dice.
Invece lei ha deciso di provare con un altro marito.
Cos, di botto? Mentre guardo Keller attraverso l'alone
di fumo di sigaretta che aleggia nel bar, mi riesce difficile
immaginare qualcuno che lo lasci tanto facilmente.
Cos, come gli uccelli dice, con una risata stridula.
Non la posso biasimare.
Adesso vorrei toccarlo, ma non muovo un dito.
Si sposta sulla sedia, si scosta i capelli dalla fronte con
un gesto lento e stanco.  stata colpa mia dice. Ally
aveva diciannove mesi. Britt, mia moglie... dopo il primo
compleanno di Ally era tornata a lavorare, e a turno la
portavamo al nido e l'andavamo a riprendere. Quel pomeriggio
toccava a me, ma mi avevano spostato un appuntamento.
Ho chiamato la nostra babysitter, Emily... studiava
per il dottorato e di tanto in tanto si prendeva cura di Ally.
Ally l'adorava. Avevo perfino comprato un altro seggiolino
cos che Emily potesse portarsela in giro. Scherzava
sempre dicendo che con un seggiolino per bambini in
macchina stavamo attentando alla sua vita sentimentale.
Era una vecchia utilitaria scassata. Se solo le avessi comprato
un'auto nuova.
Allunga la mano verso la birra, ma non afferra il boccale,
non beve. Durante quell'appuntamento avevo spento
il telefono. Rientrato a casa, non ho trovato nessuno... n
Ally, n la babysitter, n Britt. Poi ho riacceso il cellulare.
Stringe la mano intorno al boccale. Mi sono precipitato
all'ospedale pediatrico dice, ma lei se n'era andata.
Un automobilista al cellulare aveva bruciato un semaforo
rosso e le aveva prese in pieno, tamponandole dal lato
di Ally. Emily  sopravvissuta. Britt ha incolpato me pi di
chiunque altro. Ero io quello che sarebbe dovuto andare
a prenderla.
Mi allungo per toccargli la mano, ancora stretta intorno
al boccale, la pelle ruvida e screpolata dal vento, e penso a
quanto l'Antartide ti tempri, quanto fosse proprio questo
quello che lui forse voleva, e che forse  quello che vogliamo
tutti: far crescere calli sulle vecchie ferite.
Ruota appena sulla sedia, inclinandosi quasi impercettibilmente
verso di me. Non  crollato tutto in una volta
dice.  incredibile come la gente sparisca. A nessuno piace
parlarne... come se fosse qualcosa di contagioso. I nostri
amici, miei e di Britt, non sapevano cosa fare... cio, di
colpo non avevamo pi bambini da far giocare insieme ai
loro. Mia sorella era la sola ad ascoltare, ad ascoltare veramente.
 la sola che mi telefona il giorno del compleanno
di Ally. La sola che ci invit fuori a cena la sera del primo
anniversario della sua morte, perch non stessimo da soli.
Molto brava in queste cose, come lo era mia madre. Tutti
gli altri... sembravano voler far finta che non fosse mai
successo.
Si stringe nelle spalle. Io e Britt abbiamo tentato di
tenere in piedi il matrimonio. Lei non  riuscita a superarlo...
o non ha voluto. Non  durata molto pi di un anno.
Dopo che lei se n' andata ho cercato di immergermi nel
lavoro. Abbassa gli occhi sulla birra. Quando eravamo
insieme, quando Ally era viva, i giorni sembravano sempre
troppo brevi... non c'era mai abbastanza tempo per
fare tutto. Poi, all'improvviso, ogni giornata sembrava non
aver fine. Niente sembrava pi importare. Ho voluto fuggire...
come aveva fatto Britt, credo. Anche se lei non 
andata pi lontano del Vermont.
Prende fiato. Ho cominciato a leggere storie di esploratori,
capisci, chiedendomi se non ci fosse rimasto qualche
luogo ancora inesplorato. Perfino quando mi sono
deciso a lasciare il paese, non sapevo davvero dove sarei
voluto andare. Non avevo un piano. Fa una pausa, e gli
spunta in viso un piccolo sorriso triste. Ripensandoci,
forse invece lo sapevo. Ricordo il giorno che sono andato
nell'ufficio del mio capo a rassegnare le dimissioni dice.
Gli ho detto: Sto solo andando fuori e potrei starci un
po'.
Naturalmente so che queste parole furono le ultime
pronunciate dal capitano Lawrence Oates, che mor insieme
a Robert Scott e al resto della spedizione durante la
marcia di ritorno dal polo sud. Sapendo di essere comunque
prossimo a morire e un peso per i compagni, Oates
usc dalla sua tenda ed entr nella tormenta. Nessuno lo
rivide pi.
Infine gli racconto di Dennis, e la cosa non lo sorprende.
Lo sapeva gi. Ricordo di averne letto dice, e di
aver visto la tua fotografia. Ho pensato a quanto fossimo
simili, anche se non ti avevo mai incontrata.
Simili in che senso?
Abbandonati risponde.
L'Antartide affonda i suoi artigli di ghiaccio in persone
di un certo tipo, l'ho capito con gli anni, e adesso riconosco
in Keller una di loro. Adesso che ne  rimasto catturato,
torner e torner ancora, e capir che a casa nessuno
pu davvero comprendere che cosa lo porti qui, quest'impulso
a tornare sui ghiacci, a queste creature ondeggianti
dentro un frac, ai tramonti di fuoco che durano ore, alla
rasserenante pace selvaggia di questo luogo - e lui finir
per costruirsi la propria vita intorno all'Antartide, perch
in qualsiasi altro posto si sentirebbe un disadattato.
Quella sera lasciamo il bar come al solito, e mentre stiamo
per separarci, sento il cuore incespicare nell'accorgermi
di quanto i suoi occhi siano allacciati ai miei. Ma pur
indugiando per un momento con lo sguardo, mi porge il
suo solito saluto: un gesto svelto della mano e un sorriso
ancor pi svelto.
Il pomeriggio seguente partiamo in escursione verso
la cima di un crinale per guardare dall'alto la barriera di
Ross: un'enorme, piatta coltre di ghiaccio che si estende
sul mare aperto. Sebbene abbia le dimensioni della Francia
e uno spessore di decine di metri, dall'alto sembra sottile
come un wafer, e altrettanto fragile. Da qui abbiamo
una buona visuale su una grande colonia di Adelia. Osservo
il viso di Keller allargarsi in un sorriso mentre li studia
attraverso il binocolo. Mi piace la faccia che hanno dice.
Quegli occhi.
I pinguini Adelia hanno una testa completamente nera,
e le piumette bianche che circondano i grossi occhi lucenti
conferiscono al loro sguardo un che di stupito, e di
allarmato. In confronto agli Imperatore, gli Adelia sono
piccini. Camminano con le alette all'infuori emettendo
piccoli suoni affannati, le zampe a papera e la testa alta,
un'aria quasi comica, mentre gli Imperatore hanno sempre
un aspetto cos serio, le ali incollate ai fianchi, le teste
chine.
Potrebbe essere la mia specie prediletta ammetto,
se proprio dovessi scegliere.
Abbassa il binocolo, allunga una mano per toccarmi
la guancia ed  in quel momento che mi bacia. Succede
velocemente - la sua mano dietro la mia nuca, l'incontro
spontaneo delle labbra - e poi il tempo rallenta, quasi si
ferma, e all'improvviso sento il mio corpo bagnato e limpido
come ghiaccio che fonde.
Il sesso a McMurdo avviene nei momenti rubati.  silenzioso
e furtivo, in virt degli alloggi troppo vicini, dei
compagni di stanza, delle pareti sottili. Non so quanti giorni
si confondano l'uno nell'altro fra quel primo bacio e la
prima notte che trascorriamo nel mio dormitorio, ma finalmente,
dopo un'eternit di acceso desiderio costantemente
inespresso, sgattaioliamo via da una festa con lo staff al
completo e ci accalchiamo nell'angusta cuccetta della mia
stanza, prendendoci con un furore degno di due adolescenti
affamati, altra cosa tipica dei residenti di McMurdo.
Dopo, mentre il basso che viaggia in groppa al vento da
un edificio distante batte il tempo con il martellare dei nostri
cuori, nell'arido calore della stanza che ci fa evaporare
il sudore dalla pelle, ho la sensazione che potremmo essere
ovunque; ma nel contempo mi rendo conto che questo 
il solo luogo dove la nostra inaspettata relazione pu apparirmi
familiare quanto il gelido panorama lunare che ci
circonda, l fuori, oltre le piccole finestre della stanza.
Nelle settimane che seguono rubiamo il tempo ogni
volta che ci  possibile: quando la mia compagna di stanza
 sul campo, quando quello di Keller  al lavoro. Negli
altri momenti  difficile pensare ad altro. Quando rientriamo
dal campo, dobbiamo sfilarci talmente tanti strati
di indumenti che mi sembra impossibile ritrovare la pelle.
Poi eccola, bruciante sotto le nostre mani, bollente e calda,
e siamo deserti che ritrovano l'acqua.
Sotto la luce solare perpetua dei giorni, registriamo dati,
mangiamo e parliamo, imballiamo tutto e rientriamo in
fretta per il suo turno nelle cucine. Il tardo pomeriggio di
un suo giorno libero ci sdraiamo nella luce accecante, le
nostre mani intrecciate, la mia testa sulla sua spalla, e restiamo
in ascolto del fischio del vento sul ghiaccio e delle
grida degli uccelli. Assaporo il completo silenzio al di sotto
di quei suoni. Non si sente altro - nessun brusio tipico della
vita negli altri continenti, niente suoni umani - e restiamo
in silenzio anche io e Keller.  come se la nostra stessa
condizione umana fosse svanita, come se per comunicare ci
bastassero solo il respiro e il tatto. E sento il gelo che mi 
sempre sembrato parte integrante e necessaria di me cominciare
finalmente a sciogliersi.
Mentre mi vesto al buio, ci che prima mi sembrava una
buona idea adesso mi pare un'irrealizzabile sciocchezza.
Armeggio alla ricerca degli occhiali da sole, e quando sento
la mia compagna di stanza rigirarsi nella cuccetta provo
l'impulso di togliermi l'equipaggiamento di dosso e rinfilarmi
a letto.
In punta di piedi raggiungo la porta e nel fascio di luce
che filtra dal corridoio mi giro per lanciare un'occhiata
alla mia compagna di stanza - ancora addormentata, gli
spessi tappi arancioni nelle orecchie, la mascherina sugli
occhi - e scivolo fuori.
Raggiunto il dormitorio di Keller, busso piano, sperando
che a rispondere non sia il suo compagno di stanza. Aspetto,
poi busso di nuovo, e mi chiedo se io non abbia sopravvalutato
la situazione, per essere cos sicura che sar felice
di questa sorpresa nel cuore della notte, e che sar disposto
a sacrificare una delle risorse pi preziose delle estati di
McMurdo: il sonno.
Finalmente la porta si socchiude, e me lo ritrovo l a
sbattere gli occhi al riverbero della luce fluorescente del
corridoio.
Mettiti il giaccone bisbiglio.
Chiude la porta e qualche momento dopo la riapre, vestito
da capo a piedi. Ce la svignamo uscendo dal dormitorio.
Giunti all'esterno, ci ripariamo gli occhi dal sole notturno ancora
alto nel cielo e ombreggiato da una cortina di nubi filiformi.
Ci saranno ventotto gradi sotto zero, forse perfino di pi.
Apprezzo che Keller non abbia fatto una sola domanda
su dove stiamo andando o sul perch si trovi fuori in piena
luce alle tre del mattino. Gli basta farsi guidare da me.
Camminiamo verso Hut Point, a circa trecento metri
da qui. Il suolo sotto i nostri stivali  nero e bianco, terra
vulcanica e brina. Davanti a noi si estendono le acque intralciate
dal ghiaccio dello stretto di McMurdo, e prima
di quelle, un edificio piatto e quadrato, eroso dal tempo.
La capanna che Keller era stato cos ansioso di visitare
fu costruita nel 1902 per la spedizione Discovery di Scott.
 stata chiusa per mesi e interdetta a chiunque eccetto la
squadra che sta finendo i lavori di restauro, ma non questa
notte.
Frugo nella giacca e tiro fuori una chiave. La lascio
dondolare fra di noi.
Sulla sua faccia ancora assonnata spunta un sorriso.
Dove l'hai presa?
Ho conoscenze importanti.
Sogghigna e gli allungo la chiave.
Sotto la tettoia Keller si toglie il berretto e si spinge gli
occhiali da sole in cima alla testa. Fa scattare la serratura
della porta ed entriamo, aspettando immobili che i nostri
occhi si adeguino alla fioca luce che penetra dalle strette
finestre in alto.
Osservo Keller muoversi per la capanna con prudenza.
Seguo i suoi occhi perlustrare la stanza annerita dalla fuliggine:
scatole e lattine di farina d'avena e cacao, biscotti
e aringhe, padelle arrugginite sulla stufa di mattoni, mensole
disseminate di tazze e piatti, bottiglie e ciotole, calzoni
sporchi di grasso stesi su una corda, un'imbracatura
per cani appesa a una trave. Un ammasso scuro di interiora
di foca intriso d'olio, carcasse di foca ben conservate
appese su una parete. Su una grossa scatola con l'etichetta
OLIO DA LAMPADA Si legge: SPEDIZIONE ANTARTICA DI SCOTT
1910, una delle tante squadre che un tempo hanno abitato
questo posto.
C' un silenzio soprannaturale: sparito il rumore di fondo
della stazione, niente pinguini all'esterno, n procellarie
in cielo. Invece dei fumi di gasolio della stazione, respiriamo
un aroma spesso e rancido di grasso di foca bruciato
vecchio di cent'anni e manufatti polverosi di uomini il cui
tempo trascorso qui fu tanto festoso quanto disperato.
Keller sa di non dover toccare niente, e si muove il
meno possibile, osservando con attenzione tutto quello
che pu. Non ho pensato di portare con me una macchina
fotografica, ma poi mi viene in mente che in tutto il tempo
trascorso insieme, non ho mai visto una sola volta Keller
scattare una fotografia.
Ti ricordi gli uomini dispersi?
Dovresti essere pi preciso.
La squadra del mare di Ross dice. Erano proprio
qui... in questa stanza... ignoravano che avrebbero dedicato
la vita a una causa persa.
Conoscevano i rischi. Nel 1915, dieci uomini della
squadra del mare di Ross, il gruppo cui Shackleton aveva
assegnato il compito di collocare i depositi di provviste
per la sua spedizione dell'Endurance, quando la nave
ruppe gli ormeggi e and alla deriva si erano ritrovati
bloccati. Non sapendo che l'equipaggio di Shackleton
era stato obbligato ad abbandonare la nave, gli uomini
continuarono portando a termine la missione, ma tre di
loro non sopravvissero.
Questo  esattamente ci che apprezzo del fatto di essere
quaggi dice Keller. Conosci i rischi... il pericolo 
tangibile. D un'altra occhiata intorno, come se ci che
cerca di dire fosse scritto sulle pareti sfregiate dal tempo.
A Boston vivevo la cosiddetta vita normale, nella beata
ignoranza dei pericoli che ci circondano. E questo 
molto peggio. Perch quando ti succede qualcosa, non
sei preparato.
Mi avvicino, e lui mi stringe in un lungo abbraccio,
cos lungo da pensare che abbia paura a lasciarmi andare,
come se aggrappandosi a me, in questa capanna, in questo
luogo remoto, potesse conservare i ricordi e nello stesso
tempo gettarseli alle spalle. Vorrei rassicurarlo, dirgli che
trover un suo equilibrio, che  lo stesso confine sottile fra
la voglia di andare a casa e quella di tornare qui, ma so che
questo lo imparer presto, con i suoi tempi.
Alla fine si scosta, mi bacia sulla fronte. Grazie dice.
Usciamo nuovamente nella notte estiva, dirigendoci
verso l'altro lato della capanna che guarda lo stretto. L'aria
fredda e pulita mi gela le narici, trasportando un aroma
leggero di mare e di rocce ghiacciate.
Nell'acqua, piatti frammenti di ghiaccio galleggiano simili
a tessere di un puzzle. Pi in lontananza, strati sottili
d'argento luccicano sull'azzurro chiaro di iceberg mastodontici.
Con l'alzarsi della brezza mi avvicino a Keller, avvertendo
il morso del freddo attraverso i vestiti.
Mi stringe a s, guardando oltre la mia testa. Leopardo
di mare sussurra, usando il termine con cui gli esploratori
definiscono la foca leopardo. Sta passando a meno
di quindici metri da noi, diretta al mare. Osserviamo la
foca, un maschio adulto, spingere avanti il corpo lucido e
grigio, tutta concentrata sull'acqua di fronte a s.
Poi si ferma e gira la testa verso di noi, annusando l'aria,
mostrando la parte inferiore del corpo pi chiara e
maculata. Ci fissa con un muso simile a quello di un cucciolo
affamato dalle narici dilatate e baffute, i grossi occhi
lucidi. Siamo sottovento, ma avverto il respiro di Keller
bloccarglisi nel torace. Dopo alcuni lunghi momenti, la
foca gira la testa e continua per la sua strada, scivolando
silenziosa nell'acqua.
Keller espira, lentamente, e sento il suo peso contro mentre
si rilassa. Anche se una volta una foca leopardo insegu
un membro della squadra dell'Endurance di Shackleton -
prima a terra, poi da sotto il ghiaccio - e nonostante possano
essere animali molto pericolosi, di rado attaccano l'uomo.
Guardo Keller, pensando che si fosse allarmato per la
foca... e vedo che sta sorridendo.
Potrei abituarmici dice.
A cosa, esattamente? Agli incontri ravvicinati con predatori
letali? Alle temperature sottozero? Ai sei giorni di
lavoro a settimana?
A te risponde. Potrei abituarmi a te.
Con la luce del sole costante, il tempo perde ogni sua
urgenza, e mi viene naturale credere che resteremo qui per
sempre. Tuttavia, il sole finisce per tramontare un'ora al
giorno, e poi un po' pi a lungo - e presto le conversazioni
alla base cominceranno a ruotare intorno al passaggio
dalla stagione estiva a quella invernale. Mentre il tempo
che ci resta a McMurdo si riduce, non riesco a smettere
di pensare al dopo. La vita reale prende a intromettersi in
ogni singolo istante. Un pomeriggio, sdraiata sul letto di
Keller, mi spingo con la testa sotto il suo mento. Dove
abiti adesso? Su a casa, intendo.
Ci sono fatti basilari che ancora non conosciamo l'una
dell'altro. Qui, nessuno di essi conta.
Dopo il divorzio avevo preso un appartamento a
Boston dice. Quando sono venuto qui, ho messo tutto
in un deposito. Con la faccia premuta contro il suo collo,
avverto quasi pi la vibrazione della sua voce che il suono.
Ho un cottage a Eugene. Avvolgo un braccio intorno al
suo torace, una gamba intorno alla sua. C' un sacco di spazio
per due, se volessi venirmi a trovare. O volessi fermarti.
Non appena le parole volano nell'aria, mi sento gi
prenderne le distanze, prevenendo la sua reazione. Mi tiro
la coperta sopra la spalla nuda, quasi questo possa proteggermi
dall'udire altro che non sia un s.
Invece mi solleva il mento e mi guarda, incuriosito.
Davvero?
Certo.
Si fa pensieroso per un istante, e rifletto sulla sua vita
di prima, su quanto dovesse essere ricca e piena. E adesso,
questo: un dormitorio con lenzuola logore e ruvide coperte
di lana, e come sola prospettiva un magazzino di Boston,
o un piccolo cottage nella piovosa primavera dell'Oregon.
Poi sorride. Ricordami un po' dice, da quanto tempo
 che vivi sola?
Praticamente qui viviamo insieme. Ho trascorso pi
tempo con te che con qualsiasi altro non-pinguino nel corso
degli anni.
Mi avvicina tirandomi sopra di s, il mio sguardo abbassato
sul suo viso. Le nostre settimane qui, con i lunghi giorni
di lavoro e l'acqua razionata, lo hanno ridotto bruciato
dal vento e dal sole, con i capelli lunghi e trasandati. Mi
stringo di pi e lui mi chiede: Cosa stiamo aspettando?
Dopo quel giorno non ne parliamo quasi pi. Non penso
per nulla al lavoro che Keller potrebbe trovarsi in Oregon,
n al fatto che abbia cominciato una nuova vita solo
di recente. Non riesco a pensare che a lui che torna a casa
con me: per la prima volta sono stata capace di portarmi a
casa qualcosa di cui ho bisogno, una parte del luogo dove
sento sempre di essere completa.
Gli ultimi giorni in Antartide prima di tornare negli
Stati Uniti di solito mi rendono nervosa, ma questa volta
 Keller ad avere i nervi a fior di pelle durante la nostra
ultima settimana alla stazione.
 sempre difficile andarsene lo rassicuro. Ma
torneremo.
Sono certo che tu lo farai risponde. Hai una professione.
Io sono solo un lavapiatti. E il lavapiatti in Antartide
lo vogliono fare tutti.
Ha ragione. La competizione per i lavori pi umili a
McMurdo  sbalorditiva. Ma sei riuscito a venirci gli
dico. Hai dato prova di te. Ti rivorranno.
I pochi giorni che ci restano sono frenetici, devo raccogliere
gli ultimi dati per concludere il progetto. Keller,
oltre a lavorare in cucina, ha dovuto rimpiazzare Harry
Donovan, uno degli addetti alla manutenzione, che si 
sentito male. Trascorriamo sempre meno tempo insieme,
cosa che non mi preoccupa perch presto il tempo lo avremo
tutto per noi. Siamo fra gli ultimi rimasti qui dello staff
estivo - la base sta gi riducendosi al suo solito organico
invernale di duecento persone. Fra altre sei settimane il
sole tramonter senza pi sorgere per quattro mesi.
Quando vedo Keller alla registrazione bagagli del centro
di smistamento dove caricheremo i nostri borsoni su
un Terra Bus diretto al campo d'aviazione, il posto  stipato
di gente, equipaggiamenti e bagagli: in mezzo a questa
bolgia, Keller d l'impressione di essere stranamente
a mani vuote. Non  raro che i voli subiscano ritardi o
vengano cancellati, ma ho la brutta sensazione che non
sia questo il caso. Metto gi le borse e mi guardo intorno.
Dov' la tua roba?
Non ha fiatato, non si  mosso,  rimasto semplicemente
a guardarmi.
Deb dice.
Il suo tono basso e circospetto  una stretta al cuore, e
non voglio che dica una parola di pi. Con il piede, faccio
scivolare un borsone verso di lui. Dammi una mano col
bagaglio.
Ma non si muove. Non so come dirtelo dice, cos te
lo dico e basta. Rimango qui. Per l'inverno.
Mi getto a tracolla la borsa con il laptop ed evito di
alzare gli occhi da terra. Ho paura di guardarlo, come se
il solo vederlo in viso trasformasse in realt le sue parole.
Per il momento ancora appese all'aria.
Harry s' beccato la bronchite aggiunge, e se ne torna
a casa. Io sono gi qui, ho superato la visita... cos mi
hanno offerto il lavoro al posto suo. Una pausa. Se non
altro, rispetto al lavapiatti  un passo avanti.
Taccio, lo sguardo ancora basso.
Comunque non so se riuscirei a tornare, capisci? avverto
un tono supplichevole nella sua voce. Andiamo,
Deb, d qualcosa.
Finalmente alzo gli occhi e lo guardo. Cosa dovrei
dire?
Dimmi che capisci.
No.
Ne ho bisogno, Deb. Ho cercato di ricominciare... con
Britt, con il mio lavoro... non ha funzionato. Ma qui...
solleva e allarga le mani come per accogliere non solo l'edificio
ma il continente intero, ... mi sento come se fosse
possibile.
Avanza di un passo, mi afferra le mani. Sarai di nuovo
qui prima ancora di accorgertene. La prossima stagione.
O magari anche prima... magari per Winfly dice, riferendosi
ai voli in arrivo durante quelle sei settimane a cavallo
fra l'inverno e l'alta stagione. Oppure ti vedr nell'Oregon.
Com'eravamo d'accordo.
Quando non rispondo, mi stringe le mani. Lo sto facendo
per il mio futuro qui. Per il nostro futuro.
Quando alzo lo sguardo su di lui, capisco che ha perso
la testa: non per me, ma per il continente. Non posso
biasimarlo. Io stessa dopo la prima visita a McMurdo ci
ho trascorso l'inverno. Proprio come Keller. Dopo aver
assaggiato l'Antartide, non volevo pi ripartire. Dato che
durante l'inverno non avrei potuto svolgere alcuna ricerca
- fauna e flora spariscono quando il ghiaccio marino
circonda l'isola - avevo lavorato come addetta allo smistamento
del servizio antincendio. Avrei svolto qualsiasi
incarico pur di restare.
E vorrei dirgli cos tante cose. Che  esaltante: per
come il sole si immerge dietro l'orizzonte ogni giorno pi
a lungo, un fiammeggiante tuorlo arancione che si lascia
dietro un cielo scuro striato di rame. Che  deserto: udir
il rumore fioco dell'ultimo aereoplano della stagione riecheggiare
nel cielo per molto, molto tempo. Che  pericoloso:
le tempeste qui sono qualcosa di mai visto, con
venti che raggiungono le centinaia di nodi, temperature
di sessantadue gradi sotto lo zero, raffiche di neve che
sferzano l'aria come fantasmi infuriati, insinuandosi nelle
fessure pi anguste che si possano immaginare. Che in
quei sei mesi di totale isolamento, senza alcuna consegna
di rifornimenti, n alcuna compagnia oltre a quella di duecento
altre anime l riunite a svernare, prover un desiderio
matto per cose come le luci di una citt, le arance, le
foglie degli alberi.
Tuttavia, ha preso la sua decisione. Nonostante trascorrervi
l'inverno non sia certo per codardi, so che Keller
crede che per lui sar pi facile qui che a casa. E forse ha
ragione.
Gli lascio andare le mani e tiro su la sacca. Non riesco a
parlare, cos lo supero, dirigendomi all'uscita.
Tutto qui? Parla rivolto alla mia schiena, mentre io
mi avvicino alla porta da cui entra l'abbagliante luminosit
del sole.
Mi fermo e mi volto. Vieni con me, Keller. Se resti
qui...
Si avvicina, mi posa una mano fredda sulla guancia.
Andr tutto bene dice. Si tratta di pochi mesi.
Sei mesi gli ricordo.
Che vuoi che siano qui in Antartide insiste.
 un'eternit, ma evito di dirglielo. Sto ancora stringendo
la sacca, che  pesante, e sento indolenzirsi i muscoli del
braccio mentre resto l ferma, in piedi, in attesa che Keller
cambi idea, ben sapendo che non lo far. Quando allunga
una mano verso la sacca, gli concedo di prenderla. Non diciamo
una parola mentre mi pesano insieme al bagaglio e mi
controllano il passaporto. Ci scambiamo un bacio fugace,
niente di pi. Keller resta ad aspettare sul ghiaccio mentre
salgo a bordo del bus, e mentre questo si avvia avanzando
rumorosamente sulle ruote massicce verso il campo di aviazione.
Osservo Keller attraverso i piccoli finestrini, e ripenso
al suo sguardo quando quel giorno sul ghiaccio osservava
gli Adelia, la prima volta che mi ha baciata. Ricordo
di avergli detto che gli Adelia possono accoppiarsi per la
vita, ma sono anzitutto fedeli ai luoghi di nidificazione; e
in questo momento mi sembra che io e Keller non siamo
affatto diversi: sempre e per sempre fedeli al continente.
Nel cuore dell'inverno la gente a McMurdo si unisce
per svariate ragioni - pi per solitudine e noia che per
attrazione o compatibilit - e mi chiedo se Keller emerger
dalle tenebre con un'altra donna nella sua vita, proprio
come, alla fine di ogni inverno, un'Adelia ritorner al
nido, e se il suo compagno non si far vivo se ne sceglier
un altro, e passer oltre.
...
.
...
Cinque giorni prima del naufragio.
Isole Aitcho, Shetland meridionali.
(6224'S, 5947'O).
...
.
...
 mattina presto quando arrivo al business center
della nave: un minuscolo spazio con una piccola fila di
computer e un telefono satellitare. Sul Cormorant  pi
importante osservare il panorama che restare connessi,
ma qui c' quanto serve agli irriducibili stacanovisti per
collegarsi in caso di necessit. Da quanto ho sentito dire
sull'Australis, tutti gli alloggi dei passeggeri e dell'equipaggio
sono dotati di telefono in camera, pertanto dovrebbe
essere piuttosto facile raggiungere Keller.
Dopo il collegamento attraverso un centralinista, ascolto
il telefono squillare: strano suono da udire mentre l fuori
non si vede altro che ghiaccio e mare. Dall'emisfero meridionale
non ho mai dovuto telefonare a nessuno prima
d'ora - su a casa tutti sanno quando sono via e quando
aspettarsi il mio ritorno - e questo bisogno di connettermi
mi infonde un'ansia inconsueta, quasi avessi appreso una
nuova lingua e stessi annaspando alla ricerca delle parole
giuste. Mentre continua a squillare, mi chiedo se quei telefoni
in camera abbiano una casella vocale. E se  cos, che
cosa dovrei dire?
Dopo qualche altra scarica statica, sento la sua voce:
chiara e familiare.
Keller, sono io.
Deb? Sembra preoccupato. Che succede? Stai bene?
Tu chiedi a me che succede? La preoccupazione, il
batticuore nell'udire la sua voce, si trasformano improvvisamente
in rabbia, e non riesco a mascherare la mia
irritazione.
Sospira, ma non parla.
Perch non me l'hai detto?
Pensavo che Glenn potesse cambiare...
Lo so, ho parlato con Glenn lo interrompo.
Speravo di vederti a Ushuaia, ma siamo salpati prima,
e da allora c' stato cos tanto da fare che non ho avuto un
momento per pensare. Ho cercato di capire come fare a
contattarti.
Perch l'Australis? Quella nave  come un elefante in
una cristalleria. Lo sai.
Avevo bisogno di un lavoro; loro avevano bisogno di
un membro in pi dell'equipaggio. E mi fa sentire pi vicino
a te.
Immagino il suo viso, con un'espressione di innocente,
incauta speranza che ci potessimo davvero vedere, e questo
mi addolcisce un po'. Ma cosa vorresti fare, scappare
dalla nave e rubare uno Zodiac? Anch'io voglio vederti,
ma come diavolo si fa?
Su questo punto ci sto ancora lavorando. Se non altro
siamo nello stesso emisfero.
Vorrei solo che me lo avessi detto ribatto. Su a Eugene.
Magari avremmo dovuto starcene tutti e due a casa.
 proprio questo il motivo per cui non te l'ho detto.
Avevi bisogno di essere qui, proprio come me. Alla fine
riuscir a sistemare le questioni con Glenn. In realt, penso
che se non fosse riuscito a trovare qualcuno mi avrebbe
ripreso.
Thom. Ha trovato Thom.
Lo so.
Perch non riesci a tenere il becco chiuso? Sto ripensando
alla stagione scorsa, all'episodio che l'ha fatto
finire sulla lista nera di Glenn - quella nostra conferenza a
bordo, il passeggero insolente, l'irascibilit di Keller - e se
solo potessi tornare indietro gli strapperei quel microfono
dalle mani.
Vuoi dirmi che tu non avresti detto le stesse cose?
Per non l'ho fatto.  questa la differenza.
Be', adesso non posso pi farci niente. Sono qui. 
questo che conta.
Cosa vuoi che conti, visto che non possiamo stare
insieme?
Vedrai.
Che significa?
Significa che lo saprai quando ci vediamo.
Mi sfrecciano pensieri per la mente - se potremo mai
vederci, se Keller ha davvero un futuro in questo programma
- e dopo un attimo aggiunge: Ascolta, troveremo il
modo. Parliamone pi tardi, va bene?
Non mi va ancora di lasciarlo andare. Vorrei chiedergli:
quando? Come? Ma prima che riescano a uscirmi le parole,
cade la linea. Non so bene se perch ci hanno disconnessi
o perch Keller ha semplicemente riattaccato.
Mentre mi dirigo in sala da pranzo per mangiare un
boccone prima del prossimo sbarco, nella mente continuo
a discutere con Keller, cambiando parole e frasi, sperando
in un esito differente. Le nostre voci che si alzano. La linea
che si interrompe.
Poi smetto: le voci sono vere, e sembrano giungere da
una coppia appena al di qua di uno dei boccaporti che
danno sui ponti esterni. Non vorrei ascoltare, ma non posso
passare senza interromperli; perci aspetto, sperando
che si spostino, o che perlomeno si riconcilino in fretta.
Dopo un momento riconosco le voci: Kate e Richard
Archer.
Se non vuoi sbarcare, perch diavolo siamo venuti
quaggi? sta dicendo lei. Perch fare tutta questa strada
se non te ne importa niente?
Per te risponde lui. Lo volevi tu questo viaggio.
Io volevo qualcosa per noi. Per riavvicinarci, Richard.
Non certo per stare su una barca in mezzo a un centinaio
di altre persone. Per andare a fare una passeggiata, per vedere
i pinguini, per vedere i loro piccoli, per... non so per
cosa, condividere un momento insieme.
Ti ricordi come ci siamo incontrati? domanda lui.
Ma di che stai parlando? Il tono di lei  esasperato.
Certo che me lo ricordo.
Quel giorno nel caff, quando ti si era bloccato il computer.
Avevi una falla nella memoria.
Richard, di questo possiamo parlarne pi tardi?
Lasciami finire dice lui, alzando la voce.
Va bene, va bene. Parla in un sussurro, come se potesse
riuscire a calmarlo dando l'esempio.
Il software ti stava mangiando la memoria del portatile
prosegue lui. Ecco perch ti si era piantato. Risistemarlo
era uno scherzo, ma tu non lo sapevi. Ho voluto che
tu pensassi che ero un eroe.
Cosa stai dicendo? Credi che io non ti apprezzi
abbastanza?
No, sto dicendo che questo viaggio, quest'improvvisa
ossessione per i pinguini e lo scioglimento dei ghiacci, 
come una falla nella memoria dice. Sta consumando la
tua mente, i nostri progetti...
Richard...
La pensione anticipata. Il mettere su famiglia.
No dice lei. Tu volevi andare in pensione, non io.
E tu te la sei guadagnata. Riguardo al bambino... non ho
mai detto mai. Volevo soltanto parlarne un po' meglio,
tutto qui.
Una pausa, poi  di nuovo Richard. Pensavo che avessimo
gi deciso.
Noi non siamo come i tuoi computer, Richard. La nostra
vita non  un software. Abbiamo la facolt di cambiare
idea, di cambiare programma.
Solo che sei solo tu a cambiarlo dice lui. Da parte
mia l'impegno l'ho mantenuto. E tu invece?
Io invece cosa? Tu stai facendo i conti solo con te stesso,
Richard. Mi hai lasciata completamente fuori. E questo
non per colpa mia.
Lui non risponde, e io sento sbattere il portello, il che
significa che almeno uno dei due  uscito sul ponte. Aspetto
ancora un po', finch non sono certa che siano usciti
entrambi, poi proseguo verso la sala da pranzo. I tavoli
della prima colazione sono in piena attivit, ma non vedo
nessuno dei due.
Gli sbarchi sono organizzati meticolosamente in modo
da sembrare continui ed efficienti. Glenn e il capitano
Wylander trovano un punto per gettare l'ancora, una zona
per ammarare gli Zodiac. Glenn ci fornisce una tabella di
marcia, poich deve coordinare tutto anche con le cucine.
Per via delle mutevoli condizioni meteorologiche, l'occasione
di riuscire a sbarcare ha la precedenza sugli orari
fissi dei pasti. Alcuni naturalisti si avviano in ricognizione
dei sentieri da trekking, e per assicurarsi che non ci siano
foche leopardo appisolate nei paraggi. Individuiamo
il punto migliore dove far sbarcare i turisti: di preferenza
una spiaggia con l'acqua bassa dove si possano trascinare
gli Zodiac il pi vicino possibile all'asciutto.
I passeggeri, nel frattempo, si mettono in coda sul corridoio
del ponte B che porta al disimpegno dove i loro
scarponi saranno sterilizzati e dove commuteranno i cartellini
magnetici con nome e numero di cabina dalla posizione
ON SHIP a quella di OFF ship.  bassa tecnologia, non
certo pari a quella sulle navi come l'Australis dove hanno
tessere magnetiche elettroniche per qualsiasi cosa, per ci
aiuta a controllare che ogni passeggero che lascia la nave
alla fine vi faccia ritorno.
Le isole Aitcho sono un luogo ideale per sbarcare: densamente
popolate di pinguini, e dal terreno piuttosto pianeggiante.
Mentre mi allontano dal punto di sbarco con
un gruppo di turisti, i sottogola se ne vanno gironzolando
tutt'intorno, lasciando sullo spesso strato di fango vicino
alla spiaggia le impronte acquose delle loro zampe palmate.
Lancio il severo avvertimento di non avvicinarsi agli
uccelli, tuttavia capisco quanto possa essere forte la tentazione
di accarezzarli, di sentire la morbida setosit delle
loro testoline nere e dei musetti bianchi come la neve, di
ripercorrere con un dito le linee nere e sottili che circondano
la parte inferiore del mento. Vista l'assenza di predatori
di terra, gli esemplari adulti spesso ci passeranno vicini. A
volte ci verranno addirittura incontro. Dobbiamo ricordare
in continuazione ai passeggeri che qui non siamo in un
parco marino, bens in un luogo selvatico. A volte Keller
mostra loro le scabre cicatrici lasciate dai morsi dei pinguini,
cosa che come deterrente funziona piuttosto bene.
Quando si tratta di turisti, la nostra pazienza pu giungere
al limite, specialmente quella di Keller: ma non faccio
che ricordargli che se noi a questo ambiente ci siamo abituati,
per chiunque altro resta un pianeta freddo, distante,
e probabilmente non del tutto reale.
E, cosa pi importante, ci che la gente impara qui
potrebbe davvero fare la differenza, se poi torna a casa
pensando a quanto le sue azioni pi a nord influenzino ,,
l'esistenza delle creature che vivono qui a sud.
Indico il guano che ricopre i nidi e le rocce, e adesso
anche i nostri stivali: il suo odore pungente e opprimente
 la ragione per cui molti dei passeggeri tengono il naso
coperto dalle sciarpe o dal collo dei maglioni. Noterete
come il guano sia rossastro laggi, dove stanno i sottogola
dico. Questo significa che si stanno nutrendo di
krill. Qui, invece, il colore  di un rosa biancastro, il che
dimostra che i Papua oltre al krill mangiano anche pesce.
Quello che non ci piace vedere  il guano di un colore
verdastro, segno che un pinguino sta soffrendo la fame.
Proseguiamo con l'escursione. Le colline sono costellate
di nidi di rocce e sassi, contro cui stanno rannicchiati
i pinguini con i loro grassi pulcini bianchi e grigi. Kate 
nel mio gruppo - ma non Richard - e non riesco a evitare
di pensare a ci che ho sentito di sfuggita poco fa. Mi dispiace
per lei, per entrambi, e per una volta riesco a confrontarmi
con questi problemi di relazione: una persona
che vuole qualcosa che l'altra non vuole, la mancanza di
contatto. Avevo finalmente cominciato a credere che io e
Keller li avessimo superati, e invece eccoci qui: lui in un
posto e io in un altro, senza sapere se riusciremo a trovare
la via del ritorno.
Un attacco improvviso di nausea mi fa barcollare, mi
fermo. Perplessa, faccio un respiro e cerco di stabilizzarmi.
Nonostante il jet lag, il canale di Drake, i passeggeri e
l'equipaggio ammassati tutti insieme in questi viaggi, non
mi sento mai male. E trovo detestabile il pensiero di essere
cos agitata per via di Keller.
Uno dei turisti mi chiede se mi sento bene, io mi scrollo
il malessere di dosso e riprendo a camminare.
Giunti in cima alla collina ci fermiamo a guardare verso
la baia. Pi in l si estende un mare di un blu intenso, l'acqua
spezzata da piane di ghiaccio e di lava, l'orizzonte interrotto
dai picchi acuminati e bianchi dell'aspra catena montuosa
dell'isola. Dirigo l'attenzione dei turisti verso il basso,
dove Papua ed elefanti marini condividono una spiaggia di
grossa sabbia vulcanica e pietre grandi come pugni.
Guardo Kate, che continua a fissare davanti a s quasi
non mi avesse sentita, quasi non si accorgesse nemmeno
dei giganteschi, sbuffanti elefanti marini in piena muta, il
cui manto liscio e luccicante si scorteccia emergendo da
sotto uno spesso strato marrone il cui odore  pi pungente
del guano di pinguino. Le grosse foche, sotto il
costante calore del sole, si gettano sabbia sul corpo usando
le pinne, grugnendo a ogni movimento. Gli esseri
umani indossano cappelli, guanti, stivali e diversi strati
di indumenti sotto i parka, ma per gli animali il calore 
eccessivo. I pulcini dal ventre bianco dei Papua, ancora
lanuginosi e privi delle piume isolanti dell'adulto, ansimano
dal caldo.
Oggi gli uccelli sono particolarmente vivaci, e riporto
i turisti verso la spiaggia camminando pi lentamente di
quanto faccia di solito perch il mio stomaco sta ancora
minacciando ribellione. Giunti in vista della linea costiera,
lascio che il gruppo vada avanti verso il punto di imbarco,
e resto indietro per chiamare Glenn alla radio.
Ho bisogno di tornare a bordo gli dico. Non mi
sento bene.
Cosa succede?
 in assoluto la prima volta che mi do malata. Sono sicura
che non  niente rispondo, ma non riesco a spiegare
pi di questo.
Mander qualcuno a rimpiazzarti dice Glenn. Voglio
che vedi Susan non appena rientri sulla nave.
So di non aver bisogno di un dottore, ma so anche che
con Glenn  meglio non discutere.
Mentre torno allo Zodiac, osservo i sottogola sgambettare
dondolanti dalla colonia alla costa, dove si tuffano,
svanendo in un turbinio d'acqua. Altri riemergono, si
scrollano l'acqua dal dorso e riprendono la strada verso la
colonia. Il ciclo continua, e continua, e di colpo riconosco
qualcosa di familiare nel loro percorso costante, nel loro
metodico portamento. Vedo nella loro la mia stessa vita:
un incessante movimento avanti e indietro, che finisce
sempre dove ho iniziato, per poi ricominciare - semplice e
mirato - ed  forse per questo che ho scelto di vivere cos,
per la pura bellezza di quello cui sto assistendo adesso.
Forse credevo che la vita quaggi sarebbe proseguita senza
complicazioni, e avrei conservato per sempre lo stesso
passo, la stessa esistenza a distanza di sicurezza dal mondo.
...
.
...
Due anni prima del naufragio.
Ushuaia, Argentina.
...
.
...
Arrivo tardi a Ushuaia, e quando raggiungo la banchina
del porto sono un giorno indietro rispetto a tutti gli altri e
con un tremendo jet lag. Mi trovo ancora sulla passerella
con il bagaglio in mano quando Glenn comincia a presentarmi
un nuovo membro dell'equipaggio. Non riconosco
quell'uomo alto e dai capelli scuri che Glenn ha chiamato,
finch non si gira.
La bandana rossa intorno al collo. Il marrone muschioso
degli occhi.
Keller Sullivan dice Glenn, Deb Gardner.
Ci siamo gi incontrati dice Keller, tendendomi la
mano.
La stringo. La mano di Keller, senza guanto,  calda e
ruvida. Lascio indugiare i miei occhi sui suoi.
Brevemente dico, ritirando la mano. Un po' di tempo
fa.
Non ho pi rivisto Keller dal giorno in cui l'ho lasciato
a McMurdo, due anni fa. Sembra identico e diverso insieme
- sempre bello, la pelle un po' pi segnata dalle intemperie,
la barbetta un po' pi incolta - ma, cosa pi evidente
di tutte, emana una sicurezza che prima non aveva. Ha
l'aria di appartenere a questi luoghi.
Keller mi aveva scritto regolarmente delle email dalla
stazione durante quel suo inverno australe, e per tutta la
mia lunga e umida estate a Eugene cercai di comprendere
la sua decisione, di mettermi nei suoi panni. Me lo figurai
perfino su quel bus al posto mio, immaginando di essere
io quella che restava laggi durante quei mesi di gelo senza
luce, mentre lui se ne tornava a casa da solo. Eppure dubitavo
che sarei stata capace di prendere quella decisione
con tanta facilit come aveva fatto lui.
Avevamo parlato solo una volta. Le telefonate erano
costose e difficili da coordinare. Con la larghezza di banda
limitata, poi, Skype era fuori discussione. Dopo quella
prima telefonata, dopo non essere pi riuscita a vederlo in
viso o a udire la sua voce, quando mi scriveva di quel suo
inverno - il freddo pungente, il buio nero come inchiostro,
la luce verde soprannaturale dell'aurora australe - Keller
mi sembrava sempre pi lontano.
La sua scelta di restare la potevo comprendere: aveva
subito perdite dalle quali non si sarebbe mai del tutto ripreso,
e forse pensava che l'inverno in Antartide lo avrebbe
aiutato perch con l'inizio dell'oscurit la cognizione
del tempo svanisce insieme al sole. Che fosse riuscito a
barattare tanto facilmente i nostri progetti con un inverno
a McMurdo provava che era pronto a costruirsi una nuova
vita, che per non includeva me.
Avevo lavorato sodo per lasciarlo andare e adesso rivederlo
qui sul Cormorant mi coglie del tutto impreparata,
anche se avrei dovuto aspettarmelo. L'Antartide  un
mondo piccolo.
Dopo averci presentati, Glenn ci lascia soli.
Che ci fai qui? gli domando.
Ho un lavoro, esattamente come te.
Avresti almeno potuto dirmelo.
In che modo? ribatte. Hai smesso di rispondere ai
miei messaggi. Non richiamavi quando telefonavo.
Abbasso gli occhi sulle mie mani arrossate dal freddo, e
cerco di riordinare i pensieri che mi sciamano nella testa,
di articolare quello che voglio dire. Sembrava piuttosto
chiaro che fosse quello che volevi tu, restando alla base
per poi tornartene a Boston...
Sono tornato a Boston solo perch non avevo pi avuto
tue notizie. Dove sarei dovuto andare?
Va bene, ho capito dico. Hai fatto quello che dovevi
fare. E io anche.
Un crepitio dalla radio di Keller fa trasalire entrambi,
la sgancia dalla cintura:  Glenn, chiama per affidargli una mansione.
Possiamo parlarne pi tardi? mi domanda Keller; rispondo con una scrollata di spalle.
Nonostante quel mio gesto disinvolto, l'idea di saperlo
a bordo non mi abbandona un solo secondo. La giornata 
frenetica, l'attenzione rivolta in miriadi di direzioni - aiutare
il gruppo della spedizione a buttar gi un itinerario di massima,
raccogliere dati e foto per le presentazioni che terr
durante il viaggio, accorrere in aiuto ovunque ci sia bisogno
di me - e Keller lo vedo solo di passaggio, in mezzo a gruppi
dell'equipaggio o ad altri naturalisti. Eppure mi si accelera
il battito cardiaco ogni volta che lo vedo, e anche quando
non  nei paraggi sento la sua vicinanza come se fosse corrente
elettrica, un cavo sfilacciato, libero e pericoloso.
Finalmente, dopo aver approntato la nave e con tutto
che si fa pi calmo, esco sul ponte superiore, quello riservato
all'equipaggio. Nel calare della sera, osservo la Tierra
del Fuego mentre nuvole spesse si librano sulle montagne
per poi scendere furtive fra gli edifici arrossati dal crepuscolo
di Ushuaia. Di fronte, le calme acque del canale di
Beagle, da dove cominceremo il nostro viaggio domani sera.
Sento lo scricchiolio di un portellone che si apre, poi
il suono di passi sul ponte.  Keller che si avvicina, con
quel sorriso che ricordo bene: rapido, disinvolto e con un
fondo lieve di tristezza. Nelle mani guantate ha l'edizione
tascabile e sgualcita di un libro. Nel vederlo provo una
sensazione di vuoto gelato, simile al depositarsi di una nebbia
ghiacciata sul fondo di una valle: proprio come mi ero
sentita per molto tempo dopo averlo lasciato a McMurdo.
Una volta ripartita, avevo tenuto occupata la primavera
lavorando ai miei dati e scrivendo una relazione sulle
mie scoperte presso la colonia di Garrard. Quando in
Oregon i giorni si erano fatti pi lunghi e luminosi, avevo
insegnato in una scuola estiva e poi avevo ottenuto un ingaggio
dell'ultimo minuto alle Galapagos, imbarcandomi
su un'altra nave della compagnia del Cormorant. Ero poi
tornata in Antartide per la stagione come di consueto, e
restare sulla penisola mi faceva sentire abbastanza lontana
dall'isola di Ross, al punto che ero riuscita a non pensare
troppo a Keller. A quel punto non sapevo dove fosse. Avevo
interrotto la nostra corrispondenza da mesi.
Adesso, mentre lo guardo sul ponte, con il vento nei
capelli e gli occhi fissi nei miei,  come se il tempo si fosse
congelato,  come tornare indietro a quel momento nel
centro di smistamento di McMurdo, quando mi aveva detto che sarebbe rimasto l.
Solleva il libro, le pagine smosse dal vento notturno.
Solo di Richard Byrd. L'ho letto anni fa, le memorie della
prima persona che abbia mai trascorso l'inverno da sola sul continente.
La prima volta che l'ho letto dice Keller,  stato circa
due anni dopo la morte di Ally, dopo che io e Britt
ci eravamo separati. Avevo trovato l'indirizzo di casa di
Byrd -  proprio qui nel libro - e sapevo esattamente dove
fosse. Viveva su Brimmer Street, a Beacon Hill, s e no un
chilometro e mezzo da casa mia.
Stringe il volume fra i palmi. Svolgevo ancora la mia
vecchia attivit, cos la mattina dopo lavorai mezza giornata
da casa, poi mentre ero sulla strada verso l'ufficio
deviai per Beacon Hill. Non mi fu difficile trovare il suo
indirizzo, ma cominciai a dubitare che fosse la vera casa di
Byrd perch non cerano targhe o altro che la distinguesse.
Quella era la casa di un uomo che in vita sua aveva ricevuto
l'onore di ben tre parate con lancio di coriandoli, e alla sua
morte un funerale di stato, un uomo che  sepolto nel cimitero
nazionale di Arlington. Cos stavo per tornare indietro
quando dall'edificio usc una donna con un sacco dell'immondizia.
La salutai, buttando l che stavo ammirando la
sua casa. Senza batter ciglio, rispose: Dunque ha letto il
libro, le dissi di s, e lei mi invit a entrare per una visita.
Le labbra di Keller si curvano in un mezzo sorriso. Mi
mostr la biblioteca rivestita di pannelli al primo piano,
con un camino dalla cappa intagliata nella quercia, proprio
dove Byrd aveva programmato i suoi viaggi. Mi mostr il
piccolo giardinetto sul retro dove Byrd aveva cercato di tenere
i pinguini dopo uno dei suoi viaggi. Era incredibile che
lei facesse una cosa simile... non mi conosceva, sarei potuto
essere un pazzo qualsiasi. Ma compresi il perch quando
le dissi che avrebbe dovuto apporre una targa sull'edificio.
Lei scroll le spalle e disse: Byrd non se lo ricorda nessuno
comunque. Keller alza gli occhi incrociando il mio
sguardo. Quello fu il giorno in cui lasciai il mio lavoro.
Volevo fare qualcosa che valesse la pena ricordare.
E cos sei venuto a fare il lavapiatti a McMurdo.
Sorride. Pensavo che fosse una distrazione temporanea...
la parte in cui mollavo tutto e scoprivo ci che
davvero volevo fare. Non avevo idea che questo sarebbe
stato ci che volevo davvero. Il che significava che dovevo
ricominciare tutto daccapo, per raggiungerti.
Pensavi che lasciarmi fosse il modo migliore?
Per la cronaca, restare l non era mai stato nei miei
progetti dice. Non avrei mai voluto separarmi, ma era
la mia occasione... per imparare pi che potevo, per diventare
qualcosa di nuovo. Ho cercato di spiegartelo. Se
solo tu avessi tirato su il telefono.
Si avvicina, chinando il corpo accanto al mio contro il
parapetto. Non ero pronto a tornare a casa. Non in quel momento.
Ma non stavi progettando di tornare a casa dico io. Il
grido di una procellaria in lontananza aggiunge una nota
piangente alla mia voce. Stavi progettando di venire con me in Oregon.
Per lavare i piatti a Eugene?
C'erano altre opzioni. Altre possibilit per tornare quaggi.
Tipo quali? Restando, ho potuto collezionare ore di lavoro,
capire come funzionavano le cose. E quando non lavoravo,
andavo ad aiutare chiunque avesse bisogno.
Allora perch poi te ne sei andato da McMurdo?
Perch quello era solo l'inizio del viaggio. Mi afferra
le mani gelide, e io non faccio resistenza. La destinazione eri tu.
Scuoto la testa, la mia mente cerca di tornare a com'era
fra noi, desiderando di riavere tutto indietro. Cosa c'?
Cerco solo di ricordare l'ultima volta che mi hai baciata.
Keller mi posa una mano su una guancia, la fa scivolare
dietro la nuca, mi tira a s e mi bacia, un bacio lungo e profondo
che in un istante scioglie tutti gli spigoli ghiacciati
che si erano induriti da quando avevo lasciato McMurdo.
Infine fa un passo indietro e mi guarda. Allora dice,
con un sorriso dei suoi soliti. Questo ti rinfresca la memoria?
Cerco di apparire disinvolta, anche se mi tremano le mani. Vagamente.
Mi bacia di nuovo, e restiamo a lungo l, sul ponte, abbracciati
stretti, cercando di far stare gli ultimi due anni in
due sole ore, mentre su Ushuaia cala la notte.
Non ci mettiamo molto a riprendere da dove avevamo
interrotto, e come a McMurdo, il tempo che passiamo
insieme  cos imprevedibile, cos frammentato fra le
mansioni di bordo, da far apparire ogni istante intangibile,
quasi ci si potesse facilmente perdere di nuovo.
Durante le ultime notti passate sul ponte dell'equipaggio,
Keller mi aggiorna su quello che ha combinato nei due
anni passati: ha dato consulenze legali mentre ritornava
sui banchi di scuola a tempo pieno, ottenendo un master
in ecologia, etologia ed evoluzione in due soli semestri. Ha
scritto una tesi sull'impatto del riscaldamento globale sui
pinguini Adelia, suscitando l'attenzione del PPA che lo ha
raccomandato a Glenn come naturalista per questa stagione
affinch possa raccogliere dati sull'isola di Petermann.
Sapevo che con Thom in aspettativa avrei avuto un
nuovo compagno di ricerca su Petermann, ma pensavo
che sarebbe stata una delle vecchie leve del Progetto antartico.
Ed ecco che, dopo sei vorticosi giorni a bordo del
Cormorant, io e Keller veniamo accompagnati in Zodiac
sull'isola da uno degli altri naturalisti con provviste per due settimane.
Appena il Cormorant retrocede verso lo stretto di Penda,
io e Keller cominciamo velocemente ad allestire il
nostro piccolo campo e piantiamo tutte e tre le tende, ben
sapendo che una rimarr vuota. Dopo aver accumulato e
represso il desiderio a bordo per una settimana, non vediamo
l'ora di approfittare del fatto di essere finalmente soli.
Distesa nuda nella tenda, con il corpo che nell'aria fredda si
risveglia sotto le mani di Keller, capisco fino a che punto di
insensibilit mi fossi lasciata andare, dimentica perfino dei
piaceri che la mia pelle teneva in serbo. La tenda  piccola
e stretta, non dissimile dalle nostre cuccette singole a bordo
del Cormorant; ma adesso, al posto del ronzio della nave
udiamo i suoni dei pinguini e lo sciabordare delle onde nella
baia; al posto dell'aria calda e secca, la notte brulica di gelide
foschie estive. Essere di nuovo insieme non implica alcuno
sforzo, come se fossero stati giorni e non anni, e il bozzolo
in cui avevo cominciato ad avvilupparmi si schiude. Anche
Keller mi sembra pi sereno, come se avesse lasciato cadere
l'ultimo velo del suo vecchio s, di cui avevo percepito traccia
la prima volta che ci eravamo incontrati. Adesso  solo
muscoli e ossa, quasi si fosse ridotto alla propria essenza:
quella parte di lui che ancora mi sembra di non riuscire ad afferrare.
La mattina dopo ci alziamo presto; nella mitezza dei
quattro gradi, lavoriamo con giacche leggere, rinunciando
a guanti e berretti. I nostri compiti per le prossime due settimane
comprendono il conteggio degli uccelli, delle uova
e dei pulcini, cos come la pesa di un campione di pulcini
per contribuire a uno dei nostri studi in corso sul rapporto
fra le popolazioni di pinguini e fattori come il cambiamento
climatico, le fonti di cibo, l'industria del pesce, la
temperatura locale, le fuoriuscite di petrolio.
Abbiamo continuato a esaminare gli effetti del turismo
sugli uccelli. Duecento anni fa, i pinguini avevano il
continente tutto per loro. Adesso entrano in contatto con
batteri contro i quali non hanno difese. Quattro anni fa,
io e Thom analizzammo gli stivali dei turisti al rientro a
bordo dopo uno sbarco, rilevando almeno due dozzine di
agenti contaminanti. Glenn non era affatto contento che
bloccassimo gli ospiti scesi dagli Zodiac e diretti in sala da
pranzo, cos quello fu il nostro primo e ultimo esperimento.
A dire il vero, non possiamo incolpare solo il turismo.
Anche gli uccelli migratori trasportano tossine: abbiamo
trovato tracce di salmonella ed Escherichia coli, virus del
Nilo occidentale e influenza aviaria. Eppure, che sia per il
cambiamento climatico o per il turismo, la sola cosa che
non cambia  la vulnerabilit dei pinguini. Cos continuiamo
a studiare, e io continuo a chiedermi quale influenza
possano avere i nostri dati.
Vedere Keller che mi lavora accanto ogni giorno dal
mattino alla sera, condividere i pasti, ritirarci nella nostra
tenda al crepuscolo, mi ha regalato un senso di ottimismo
che non provavo pi dai primi anni trascorsi qui. Per tanto
tempo mi sono identificata nella gelida disperazione del
continente, nell'effimera natura della sua selvatichezza,
ma adesso mi sento percorsa da nuova energia, come se
ci che portiamo a termine qui possa in fondo fare una differenza.
Il tempo regge per quasi tutta la nostra permanenza. 
cos fino all'ultimo giorno quando a met pomeriggio comincia
a cadere una pioggia ghiacciata, cogliendoci ancora
nel bel mezzo del turno di lavoro. I pinguini adulti restano
impassibili, continuano a farsi i fatti loro visto che le gocce
di pioggia scivolano gi lungo i dorsi piumati, ma i pulcini,
ancora ricoperti di peluria grigia, non riescono a scrollarsi
di dosso l'acqua gelida che penetra loro fra le piume, e in
molti quest'anno moriranno congelati.
Io e Keller siamo fradici di pioggia come i pulcini quando
lui mi convince che  il momento di mollare. La temperatura
sta precipitando, la pioggia sta per trasformarsi in
grandine. Ci affrettiamo a entrare nella nostra tenda striminzita,
dove Keller si toglie gli stivali e mi aiuta a sfilare i
miei. Gettiamo i giacconi gocciolanti in un angolo, sopra
agli stivali, tremando nell'aria gelida.
Sdraiati mi dice Keller. Mi tira su la maglietta oltre
le spalle. Io chiudo gli occhi, cercando di fermare il tremito
del corpo mentre sento la sua bocca sull'ombelico, sui
seni, sul collo. Poi, nel sentirlo dirigersi in basso, trattengo
il fiato. Descrive con la lingua ogni angolo, ogni curva del
mio corpo, colmando ogni cavit prima tralasciata, finch
nuovi brividi mi attraversano, spazzando via tutto fuorch
noi due, i nostri corpi bagnati che si asciugano nella tenda sferzata dal vento.
Quando pi tardi smette di piovere, appendiamo i
vestiti fuori ad asciugare. Il pensiero del dopo mi rende
taciturna. Al termine del viaggio di ritorno, quando il
Cormorant attraccher a Ushuaia, osserveremo i passeggeri
stiparsi in una corriera diretta all'aeroporto, e prima
che vi si diriga anche Keller, avremo ancora un'ultima notte
insieme. Dato che questo  il suo primo viaggio a bordo
del Cormorant, gli  stato offerto un solo passaggio, un
solo incarico sull'isola di Petermann. Voler da Ushuaia a
Santiago, poi a Miami e da l a Boston, mentre qui io preparer
l'imbarco del prossimo gruppo di passeggeri. Trascorrer
un'altra settimana a bordo e altre due settimane
su Petermann insieme a un altro naturalista del PPA, prima
di tornare a mia volta negli Stati Uniti.
Non ti preoccupare mi dice, mentre cominciamo a
camminare lungo il bordo della colonia dei Gentoo vicino
al nostro accampamento, quasi mi leggesse nel pensiero.
Non sar come prima. Riusciremo a sistemare le cose.
Si ferma, getta uno sguardo alla colonia, poi solleva le
mani come a inquadrare la scena per una fotografia. Tutto
questo... mi ricorda una parola imparata da mia nonna,
molto tempo fa mi dice. I suoi genitori erano immigrati
tedeschi, e in quell'epoca negli Stati Uniti circolava un
forte sentimento antitedesco, pertanto avevano preso le
distanze dal loro retaggio. Mia nonna avrebbe sempre voluto
visitare la Germania, ma non l'ha mai fatto... mi ha insegnato
questa parola tedesca, Fernweh, per la quale non
esiste un equivalente in inglese. Indica qualcosa di simile
alla nostalgia per un luogo dove non sei mai stato. Mi diceva
che era quello che aveva sempre provato per la Germania,
per tutta la sua vita. Va verso la collina costellata
di nidi di Gentoo. Finalmente capisco cosa voleva dire.
Un minaccioso presentimento filtra dal profondo della
mia coscienza, simile alla parte pi pesante e nascosta di
un iceberg: la sgradevole consapevolezza che per Keller
questo abbia ancora a che fare con l'Antartide, non con
me. Il continente gli ha concesso l'inattesa libert di ricominciare
daccapo, e se anche so che non potr mai
comprendere la profondit della sua perdita, non sono per
sicura che lui possa davvero ricominciare, anche se non se
ne rende del tutto conto. Gi una volta mi ha lasciata andare,
rimanendosene a McMurdo, e sebbene fossi riuscita
anch'io a lasciarlo andare, non sar in grado di farlo una seconda volta.
Allora, esiste una parola in inglese... o in qualsiasi lingua...
che definisca quello che stiamo facendo? gli chiedo.
Che definisca la nostra convinzione che questa volta riuscir a funzionare?
Follia? risponde.
Rido. Comportamento estatico dico, pensando al rituale
di accoppiamento dei pinguini. La danza delle pinne.
La gente normale ribatte lui, lo chiama semplicemente amore.
Ci ritroviamo a tarda giornata sul bordo di una delle
pi estese colonie di Papua dell'isola, entrambi con un
contatore a mano. Ci sediamo su una larga roccia piatta a
circa sei metri dalla colonia per riposare qualche minuto
prima di ritornare al campo.
Osserviamo una nidiata di giovani pinguini avanzare
ondeggiando impaziente mentre gli adulti tornano dal
mare, pronti a sfamare quella loro prole non ancora autosufficiente.
Alcuni siedono sulle uova, altri nutrono pulcini
molto piccoli, foraggiandoli a turno. Un pinguino prova
a rubare delle rocce dal nido di un altro, provocando una
rissa di strilli fra alcuni degli uccelli. Uno stercorario atterra
pericolosamente vicino a un nido, zampettando verso
uno dei pulcini pi piccoli, e cinque Papua l vicino aggrediscono
il predatore che reagisce con un gracchio stizzoso
e svolazza via. Alcuni momenti dopo, i Papua hanno gi
ripreso a sbraitarsi contro.
Devo ancora farmi forza per non intervenire dice Keller.
Una delle sfide dell'essere un naturalista  quella di lasciare
che la natura faccia il suo corso, qualsiasi cosa succeda.
Non sono certa che questa sensazione possa mai lasciarti.
Solleva lo sguardo dai pinguini verso il mare dietro di
loro. Un giorno a McMurdo racconta, una foca di Weddell
si era avventurata nella base... non ho idea di come ci
fosse arrivata, era cos lontana dall'acqua. Era tutta sola,
avanzava a fatica. Era piccola... un esemplare giovane.
Ascolto, andando con il ricordo a quando ci siamo incontrati,
a quando Keller non sapeva distinguere una foca
cancrivora da una di Weddell. Quando chiamava la
foca leopardo, leopardo di mare.
L'ho seguita, volevo aiutarla. Non c'era modo di riuscire
a riportarla in mare, ma capivo che stava morendo,
e desideravo perlomeno liberarla dalle sofferenze. Sono
rimasto indietro, in attesa, mentre lei sgattaiolava avanti.
Non so se fosse consapevole o meno della mia presenza.
Alla fine non si  pi mossa. L'ho guardata morire. Gira
la testa verso di me. Non  da pazzi?
Avrei fatto la stessa cosa. Allungo le gambe fino a
sfiorargli gli stivali con la suola spessa di uno dei miei. A
chi passa l'inverno a McMurdo pu capitare di vedere animali
allontanarsi dal mare invece che dirigersi in quella direzione:
alcuni sono confusi, sperduti, altri sono tranquilli
e determinati, come se fossero impegnati in una strana
missione suicida. Di tutte le sfide che comporta lo svernamento,
questa  quella pi sconcertante.
Mi dispiace di non essere rimasta in contatto con te
dico. Cercavo di proteggermi, credo.
Non avrei dovuto darti una ragione per farlo.
Gli do un colpetto sullo stivale. Ancora una settimana
prima di essere di nuovo a Ushuaia.
Vorrei poter restare quaggi.
Posso darti le chiavi del mio cottage suggerisco.
Puoi fare come se fosse casa tua. Il posto ha bisogno di
una bella ripulita per, e dovrai sfamare il gatto del mio
padrone di casa.
Sorride. Posso tenerlo buono per dopo?
Perch?
Insegner alla Boston University, che tu ci creda o
no... solo nel terzo trimestre, un corso di biologia per le
matricole. Quando me l'hanno offerto un mese fa, non
sapevo se ti avrei incontrata. Dopo esserci persi di vista,
pensavo che... Si blocca. Un gran bel casino, questa nostra
vita, vero?
Ripenso a due vulcanologi che ho conosciuto a McMurdo,
una coppia dei ghiacci, nel senso che ogni volta che
soggiornano alla stazione stanno insieme, ma poi, trascorso
il periodo di ricerca, se ne ritornano felicemente a casa
dalle loro rispettive famiglie, a migliaia di chilometri l'uno
dall'altra: un'intesa per nulla insolita fra i ricercatori e il
personale dell'Antartide.
Non potresti liberartene? gli chiedo. Cio, se davvero
vuoi venire in Oregon.
Non lo so. Credo che una parte di me abbia bisogno
di portare a termine l'ingaggio.
Insegnare? Potresti farlo a Eugene.
Non  questo. Ha a che fare con... esita brevemente,
... il non sparire.
Che intendi dire?
Sono passati quasi cinque anni dice, ma torno ancora
a casa e ripenso a com'era un tempo. Tirar su la pappa
di Ally dal pavimento della cucina mentre Britt le faceva
il bagnetto, o viceversa. In quei compiti ci alternavamo,
ma di solito la favola gliela leggevamo tutti e due. A volte
magari era il solo momento della giornata in cui stavamo
tutti insieme, ma era un momento che c'era sempre. Un
sorriso gli illumina la faccia, e ho la sensazione che parli
pi con se stesso che con me. Poi il sorriso svanisce. Britt
ha regalato tutti i libri di Ally al Children's Hospital prima
che io avessi il tempo di esaminarli. Avrei voluto conservarne
almeno uno. Il suo preferito era Fate largo agli anatroccoli.
Dato che abitavamo a Boston e l'avevamo portata
a vedere le anatre di bronzo ai giardini pubblici, pensava
che fosse una storia vera.
Si appoggia leggermente all'indietro sulla roccia, puntellandosi
sulle mani. Dopo la sua scomparsa, dopo la
partenza di Britt, restavo in ufficio fino alle nove, le dieci,
le undici. Finch capivo di essere abbastanza stanco per
poter crollare addormentato in un appartamento vuoto.
Prima di riuscire a registrare quanto fosse silenzioso, e
quanto fosse lindo e ordinato... niente cibo sul pavimento,
niente giocattoli nella vasca da bagno, niente libri illustrati
in giro. Inclina la testa verso la mia, anche se la sua attenzione
 rivolta a una coppia di Papua che passa a qualche
metro da noi. Poco prima di partire per McMurdo,
chiamai Britt. Una settimana prima del giorno in cui Ally
avrebbe compiuto quattro anni. Britt aveva gi incontrato
il suo futuro marito, ma non erano ancora sposati. Le dissi
che stavo pensando a lei per via del compleanno di Ally...
ma la verit era che una parte di me temeva che lei se ne
fosse dimenticata. Aveva cercato con cos tanta forza di
voltare pagina, di cancellarci entrambi dalla sua vita... era
come se fossimo spariti tutti e due. Solleva gli occhi sui
miei. E poi sono sparito io. Sono venuto quaggi.
Non riesco a dire niente, e di colpo mi sento egoista nel
volere tutte quelle cose per noi, nel cercare perfino di contrapporre
il mio desiderio alla profondit del suo dolore.
Sposto una mano finch il mio guanto non tocca il suo,
e mi appoggio a lui. Osserviamo la femmina di un pinguino
sollevare la testa, chiamare i suoi pulcini, e quelli uscire fuori
dalla crche dondolandole incontro, pronti per mangiare.
Il tempo  cambiato, il vento ci soffia minuscole schegge
di pioggia ghiacciata sul viso, i berretti e le giacche. Ce
ne stiamo l seduti a guardare i pinguini per qualche altro
minuto prima di raccogliere le nostre cose e tornarcene al campo.
La mattina dopo abbiamo gi imballato tutto e siamo
pronti a partire quando Glenn ci chiama via radio dandoci
l'ora stimata di arrivo del Cormorant. Siamo entrambi sudici
e scarmigliati dal vento. Avverto quel senso di dolce e
sfinita euforia che sorge al termine di un viaggio di ricerca,
insieme all'ansia opprimente per ci che i nostri dati alla fine riveleranno.
Keller ha gi portato un carico di forniture al punto
di approdo, e mentre lo seguo verso la baia dove da un
momento all'altro uno Zodiac verr a prenderci, provo
per lui la solita irrefrenabile attrazione, tesa come sempre.
Poco prima di raggiungerlo, rallento, e i pochi metri che
ci separano sembrano uno spazio sconfinato; una vastit in
cui vedo spalancarsi la nostra intera relazione, o qualsiasi
cosa sia davvero: chiara e confusa al contempo, del tutto
confortevole e assolutamente totale.
Un'ora pi tardi, dopo una doccia calda a bordo, scorgo
il mio viso nel piccolo specchio sopra il lavello. Mi
riconosco a stento, e non si tratta della pelle arrossata
dal sole e dal vento, o dei cerchi scuri sotto gli occhi n
dell'incisivit di alcune rughe. Mi torna in mente di colpo
una cosa appresa durante un corso di biologia di tanti
anni fa: esiste una sezione della corteccia cerebrale che
se danneggiata causa una condizione conosciuta come
prosopagnosia. Se si danneggia questa parte del cervello
non riesci pi a riconoscere i lineamenti dei volti degli
amici, dei famigliari, e perfino della tua stessa faccia allo
specchio; ed  proprio cos che mi sento, come se stessi
guardando un'estranea, una persona con dei lineamenti
simili ai miei, ma pi rilassati, addolciti: una persona innamorata
il cui amore  ricambiato, una donna felice.
Nel disimpegno, dopo lo sbarco mattutino sull'isola di
Cuverville, appendo i giubbotti di salvataggio supplementari
e mi preparo a far segno all'equipaggio perch riporti
a bordo lo Zodiac ancora in acqua. Poi mi accorgo che c'
ancora un cartellino magnetico in posizione off ship. Non
riconosco il nome, ma chi sia non importa tanto quanto il
fatto che abbiamo lasciato qualcuno a terra.
Cazzo mormoro, e chiamo Glenn via radio per dirgli di aspettare.
Punto di nuovo lo Zodiac verso l'isola, con la tensione
che mi si accumula nelle spalle.  molto raro che vengano
lasciati dei turisti a terra, e ripenso a Dennis. Quando doppio
la costa verso il punto di sbarco, nello scorgere un passeggero
l in piedi da solo per poco non mi si ferma il cuore.
Ehi! grido, ma quello non sembra udirmi.
Piloto lo Zodiac pi vicino e chiamo di nuovo: Signore,
sono qui per riportarla a bordo...
Poi la figura in giaccone rosso si volta, togliendosi il berretto.
 Keller.
Durante l'ultima settimana di viaggio, ho spesso avvertito
una stretta al petto nei momenti pi diversi - nel
vedere Keller dall'altra parte della sala da pranzo durante
i pasti, nell'incrociarlo mentre siamo diretti a svolgere
qualche incarico, nell'osservarlo partire in mare a bordo
di uno Zodiac pieno di passeggeri - ben sapendo che se
adesso  qui, presto non ci sar pi. E adesso, mentre cammina
verso di me, prendo un lungo, profondo respiro.
Entra in acqua. Ho il permesso di salire a bordo?
Ma che cosa stai facendo? gli chiedo, gettandomi
un'occhiata alle spalle. Ci troviamo appena fuori della visuale
della nave.
Sapevo che eri di turno al disimpegno dice, cos ho
preparato un cartellino falso per attirarti qui.
Scuoto la testa, cercando di sembrare contrariata, tuttavia
non riesco a non ridere nel vederlo infagottato in una giacca
rossa da turista.
Stai cercando di farti licenziare gi alla tua prima stagione?
Rubando l'indumento di un passeggero e assentandoti
senza permesso? Glenn monter su tutte le furie.
Keller sale sul gommone. Prestato, non rubato. E per
quanto ne sa Glenn, tu stai solo raccogliendo un turista capriccioso.
Mi cinge la vita con un braccio stringendomi a s, mentre
prende il timone e pilota lo Zodiac fuori dalla baia,
puntando non verso la nave ma in direzione opposta, verso
un labirinto di iceberg. Qualche momento dopo ci ritroviamo
circondati da torri e torrette di ghiaccio.
Keller allenta la presa, ma continua a tenermi il braccio
intorno alla vita. Non chiedevo che pochi minuti dice.
Spegne il motore e andiamo alla deriva.
Dopo giorni passati con il chiacchiericcio dei turisti, la
voce di Glenn dall'altoparlante, il rombo costante della
nave, il silenzio riempie la mia mente come fosse acqua
in una brocca: il mondo diventa armonioso e trasparente,
con nessun altro suono se non il frustare del vento intorno
agli iceberg, il tonfo di un pinguino che si tuffa in mare, il
gorgogliare delle onde contro il ghiaccio.
Galleggiamo lungo la sponda di una citt ghiacciata, gli
iceberg si ergono dall'acqua come grattacieli. Il mare si 
scavato archi di ingresso sui fianchi; il vento ha scalpellato
finestre. Alcune formazioni coniche torreggiano in lontananza
sulla baia, con profondi crepacci sui lati, come se
enormi artigli li avessero squarciati, spillando luce azzurra
invece che sangue.
Keller si gira con il corpo verso di me, guardando oltre
la mia testa le isole di ghiaccio alla deriva. Nel giro di
pochi giorni, o di poche ore, questi iceberg saranno irriconoscibili:
il mare li rovescer, li capovolger, ne scioglier
via un po' dalla parte sommersa. Il panorama di ghiacci
che stiamo vedendo ora nessuno l'ha mai visto, e nessuno
lo rivedr mai.
Cosa ti piace di pi? mi domanda.
Di te?
Fa un gran sorriso. Degli iceberg.
Prima di rispondere appoggio per un momento la testa
contro la sua spalla. Mi piace che alcuni sembrino delle
case. Con porte e finestre e tettoie e portici. Mi fanno venire
voglia di scalarli e viverci dentro.
Magari potessimo farlo.
Mi percorre le braccia con le mani, su oltre i gomiti,
fino alle spalle. Quando mi tira a s e mi bacia scovandomi
un frammento di pelle nuda dietro il collo, vorrei potermi
disfare del giaccone da naturalista, e spogliare lui di quello
da turista. Sull'orlo di quel silenzio, il lambire dell'acqua
contro lo Zodiac mi invade le orecchie, e io stessa ho la
sensazione di fluttuare, sostenuta dalle sue mani.
Pochi istanti dopo, il rollio della barca ci riconduce al
presente: siamo scivolati in vista del Cormorant, un'ombra
scura dietro uno spesso strato di nebbia, e il vento sta
montando, soffiando via la neve dalla cima degli iceberg.
Dovremmo rientrare gli sussurro sul collo.
Non ancora mi sussurra in risposta, e mentre siamo
l in piedi nel gommone che scivola sull'acqua percepisco
ci che sta pensando: siamo mobili e mutevoli come gli
iceberg, e qualsiasi cosa accada dopo, comunque vada a
finire, non saremo pi gli stessi.
Cinque giorni dopo, una volta sbarcati, io e Keller trascorriamo
la notte in un albergo di Ushuaia, senza sapere
quando ci rivedremo ancora. Parliamo pochissimo, perfino
durante i nostri ultimi istanti insieme, quando, nell'aria
pungente e agrodolce del mattino, sono in piedi accanto
a lui su calle Hernando de Magallanes mentre carica la
sua sacca su un taxi che lo condurr all'aeroporto. Si gira
verso di me e io affondo nel calore del suo corpo, stretta
fra le sue braccia, le sue dita sulla schiena. Vorrei sentire
ancora una volta la ruvidezza delle sue mani, il suo corpo
alto e asciutto contro il mio, la pelle contro la pelle. Infilo
le mani sotto il suo maglione, approdando in un punto fra
il cotone e il pile, ben sapendo che non potr spingermi
oltre, che pi lontano di cos non posso andare.
...
.
...
Quattro giorni prima del naufragio.
Stretto di Bransfield.
(6257'S, 5938'O).
...
.
...
Nella sala visite dell'ambulatorio medico non ci sono
obl, e nonostante percepisca che il mare  calmo, la mia
nausea va peggiorando. Sono riuscita a contenere l'insistenza
di Glenn perch mi facessi visitare fino a oggi, e
adesso spero che questa mia nausea sia dovuta solo al fatto
di non poter vedere l'orizzonte. So che Susan ha qualcosa
di pi forte del Meclizine per gli attacchi di mal di
mare: non lo prescrive se non in casi estremi, ma sto cominciando
a credere di averne pieno titolo.
Mi sento sempre un po' sfasata quando non posso vedere
il mare, il che  strano per qualcuno che  cresciuto
nel Midwest e trascorre la maggior parte dell'anno nell'Oregon
circondata dalla terra. Col tempo ho imparato ad
amare l'acqua e andavo spesso a nuotare nella piscina
pubblica di Shaw Park a Clayton, nel Missouri. Mi tuffavo
dalla piattaforma di dieci metri, fingendo che fosse
una scogliera sul mare. Indossavo maschera e respiratore,
e immaginavo che gli arti delle persone, nella loro miriade
di forme e dimensioni, fossero creature del mare. Vedevo i
loro costumi colorati come vivaci pesci variopinti.
Il mio altro posto preferito era la cupola geodetica del
giardino botanico. Mio padre mi ci portava ogni volta che
era in citt, il che non accadeva spesso, e la foresta pluviale
che custodiva all'interno, con il suo calore umido e
tropicale, le sue cascate e le sue piante meravigliosamente
esotiche, mi faceva venir voglia di esplorare il mondo.
Quando arrivai al ginnasio, nel mio quartiere avevano
aperto uno dei primi empori di attrezzature sportive nei
dintorni di St. Louis. Era un piccolo negozio, ma gi solo
percorrerne le strette corsie sapeva di avventura. Mi provavo
gli indumenti per i climi estremi e immaginavo di
essere in uno dei poli.
All'epoca non sapevo che, in realt, sarei finita a trascorrere
gran parte della mia vita in una delle regioni polari,
e negli anni ho cominciato a considerare il continente
non solo come un luogo, ma come un essere vivente dotato
di respiro. Per me, l'Antartide  sempre stato tanto vivo
quanto lo sono le creature che ospita: ogni inverno, l'intero
continente si dilata con l'aumentare dei ghiacci, per poi
restringersi nuovamente in estate. Quando sono qui sulla
penisola e osservo il verde e il bianco del nuovo ghiaccio e
l'azzurro profondo di quello pi antico, ho l'impressione
che anche gli iceberg siano esseri viventi, spediti in prima
linea da migliaia di chilometri di ghiacciai per proteggere
il continente da predatori come l'Endurance e l'Erebus, il
Cormorant e l'Australis.
E questo  quello che mi preoccupa.
Keller sa bene quanto chiunque altro che l'Australis
non  attrezzato per scontrarsi con una di queste sentinelle
di ghiaccio. Sa com' fatto un iceberg sott'acqua. Sa
che sotto quella sua superficie di squisita bellezza c' una
creatura aguzza, tagliente, pericolosa che distrugge le navi
se tentano di passarle troppo vicino. Anche un capitano
esperto pu facilmente sbagliare il calcolo della distanza,
con i venti e le correnti in costante mutamento, il continuo
distacco di nuovi iceberg. Le mappe di quest'area pesantemente
trafficata presentano delle zone non rilevate con
precisione, e ogni capitano sa che non c' niente di pi
pericoloso del ghiaccio invisibile.
A volte mi chiedo per quanto tempo ancora potr andare
avanti quest'invasione aliena - le navi, gli esseri umani
- prima che il continente risponda all'attacco.
Susan apre la porta della sala visite delle dimensioni di
uno sgabuzzino dove sono rimasta ad attenderla. Prima
mi ha fatto fare pip in una tazza, mi ha misurato i segni
vitali e mi ha rapidamente visitato facendomi una dozzina
di domande. Comincio a sentirmi un po' meglio e quando
entra nello stanzino mi alzo, pronta a rinunciare alle cure
e ad andarmene.
Siediti mi dice.
In realt sono pronta ad andarmene. Non avrei dovuto
farti perdere tempo.
Per favore dice, indicandomi la sedia. E seria in viso,
troppo seria perch si tratti solo di un raffreddore.
Mi siedo.
Deb, non so se sar una buona notizia o no, ma...
esita, ... sei incinta.
Cosa? riesco a malapena a pronunciare la parola.
Svuotata, mi appoggio all'indietro sulla sedia.
Sei incinta.
Non  possibile.
Hai detto che hai fatto sesso...
Lo so che cos'ho detto. Fatico a pensare. Quello
che intendo  che sono stata attenta. Molto attenta. Puoi
ripetere il test?
Gi fatto. Mi guarda. Conosco Susan da anni.
Come molti altri, la vedo solo quando sono quaggi e da
nessun'altra parte.
Dovrai fare ancora pi attenzione durante gli sbarchi.
Sei di circa otto settimane.
Non parla di altre opzioni, come farebbe la maggior
parte dei dottori, perch quaggi non ci sono opzioni per
una cosa del genere.
Non  possibile...
Mi dispiace dice lei. Comincia a parlare degli alimenti
che devo evitare, delle attivit che dovrei lasciar gestire
ad altri dell'equipaggio, ma l'ascolto appena. Quando
pochi minuti dopo lascio l'ambulatorio promettendo di
ritornare, non ricordo una sola delle parole che ha detto.
Eccoti qui.  Glenn, che mi trotta dietro in corridoio
per raggiungermi. Stai bene? Cosa ti ha detto Susan?
Non ti preoccupare rispondo. Non  avvelenamento
da cibo. La nave non  contaminata da norovirus. Sto
bene.
Ne sei sicura? Mi studia il viso. Non sembri te
stessa.
Residui del jet lag probabilmente. Ho solo bisogno di
un po' di riposo, tutto qui.
Annuisce. Prenditi il resto della giornata. Non abbiamo
altri sbarchi fino a domani. Per allora probabilmente
ti sentirai meglio.
Rispondo con un cenno, poi vado a rifugiarmi nella mia
cuccetta. Mi sdraio e appoggio le mani sul ventre, che mi
sembra il solito di sempre. Penso di nuovo agli iceberg,
a quanto c' di nascosto sotto la superficie dell'acqua. A
quanto le apparenze riescano a essere ingannevoli. Posso
nascondere la gravidanza per la durata del viaggio, ma
poi? La mia mente non riesce ad andare oltre questa nozione
del ghiaccio, ovvero che tutto quello che devi temere
 ci che giace sotto la superficie, ci che  invisibile e sconosciuto.
...
.
...
Tre mesi prima del naufragio.
Eugene, Oregon.
...
.
...
Attraverso il giardino dal mio cottage alla casa principale,
una pioggerella leggera m'inumidisce i capelli. Mentre
nell'emisfero meridionale comincia l'estate australe, in
Oregon il mese di ottobre  sempre lo stesso: grigio, piovoso
e con un gelo che ti penetra nelle ossa. Delle ciocche
di capelli mi si appiccicano alla fronte, mi fermo nel portico
sul retro e, stringendo fra le ginocchia la bottiglia di
vino che ho comprato, sciolgo la coda ravvivando i capelli,
e m'infilo l'elastico al polso.
Sento dei suoni, voci ad alto volume e risate, e prima
ancora che riesca a raggiungerla, la porta si spalanca. Scusa!
dice una donna. Il ragazzo accanto a lei sta ridendo,
le tiene un braccio intorno alla vita, e insieme barcollano
verso il giardino.
Come al solito, arrivo alla festa in ritardo e un po' troppo
sobria.
In questi ultimi cinque anni ho affittato il piccolo cottage
sul retro di un vecchio rustico restaurato dove Nick
Altwood, il mio padrone di casa, e ora amico, vive con un
vaporoso gatto bianco di nome Gatsby. In pratica, io e Nick
ci dividiamo la custodia di Gatsby. Nick  un entomologo,
insegna all'universit, e la sua casa  cos spesso piena di
amici e colleghi che Gatsby viene frequentemente da me
alla ricerca di un po' di pace e di silenzio.
La cucina di Nick  calda e profuma delle sue famose
frittelle di riso brasiliane. Poso il vino sul bancone. Gatsby
si avvicina, la coda a candela, e si lascia accarezzare dietro
le orecchie. Cosa ci fai ancora qui? gli domando. Mi
aspettavo di vederti da me ore fa. Scrolla la coda e con
passo maestoso s'infila nella stanza della lavanderia.
Esco per dirigermi in soggiorno e subito m'imbatto in
Nick che sta venendo in cucina. Mi abbraccia calorosamente
e mi bacia in un punto vicino all'orecchio. Ero
quasi rassegnato a non vederti.
Scusa. C'era un traffico infernale.
S, come no.
Mi guida verso il gruppo di colleghi e accompagnatori,
mi ficca in mano un bicchiere di vino pieno fino all'orlo,
fa le presentazioni e mi molla in mezzo a loro. Vorrei tanto
qualche volto familiare, tipo la mia amica Jill, una collega
che insegna biologia e che adesso  andata a San Francisco
a trovare il suo ragazzo.  molto pi divertente quando
possiamo fare coppia io e lei durante le serate in mezzo ad
altre coppie.
Allora tu sei Deb dice una professoressa dello stesso
dipartimento di Nick.
Mi giro verso di lei: una donna dai capelli scuri di nome
Sydney, lineamenti affilati ma occhi dolci, un corpo slanciato
che tiene molto eretto. Ci siamo gi incontrate?
domando.
No risponde Sydney. Ma ho sentito molto parlare
di te.
Prima che io riesca a chiederle a che cosa si riferisca, mi
presenta il suo fidanzato, un capocantiere che ci trascina
in una discussione sugli edifici certificati Leed e sulla politica
locale. Ascolto, cercando di non pensare a quanto
stia sacrificando il programma didattico del mio corso di
biologia. Riesco finalmente a sfilarmi dalla conversazione
e gironzolo per la stanza.
La casa  ordinata e pulita, con la passione di Nick per
gli invertebrati in bella mostra. Le pareti del soggiorno
sono ricoperte di fotografie e illustrazioni di api e farfalle.
Per quanto detesti i party, ne amo tuttavia il brusio di fondo,
ed  sempre un piacere essere nella casa di Nick. Mi
piace vedere come ha fuso la scienza con l'arte, e mi piace
l'aspetto semisociale del ritrovarmi in mezzo alla gente pur
non sentendomi del tutto coinvolta.
Presto avverto la corrente d'aria prodotta dall'aprirsi
e chiudersi della porta d'entrata, il livello di rumore nella
stanza ridursi lentamente mentre il party va scemando.
Quando svolto l'angolo verso il corridoio ormai vuoto, i
suoni della gente che parla e che ride e che si augura la
buonanotte sono quasi una ninnananna.
La prima volta che Nick mi invit, subito dopo che mi
ero trasferita nel cottage, accampai delle scuse, e cos la
seconda e la terza volta. Alla fine, per pura cortesia, accettai,
provando per tutto il tempo la sensazione di trovarmi
in una casa di bambole, quasi come se fossi tornata dai
miei, dove l'occhio di falco di mia madre coglieva ogni
singola impronta che lasciavo, ogni granello di sporcizia
che le mie scarpe depositavano sul pavimento. Poi, una
delle sue amiche rovesci un bicchiere di vino sul divano,
imbrattando il cuscinone beige con una grossa luna rosso
sangue: Nick si limit a versargliene un altro e a gettare un
cuscino sulla macchia. Credimi, Gatsby ha fatto molto di
peggio a quel divano, disse.
Nel notare i segni degli artigli sul tavolino, i braccioli
del sof a brandelli e le piccole impronte del naso sul vetro
della finestra in cucina, ho cominciato a rilassarmi. E negli
anni, conoscendoci meglio, Nick  diventato una delle poche
costanti della mia vita, qualcuno che, al mio ritorno a
casa dopo mesi di assenza,  sempre qui.
Torno in cucina dove Nick sta parlando con Sydney. Il
suo fidanzato non  in zona, e loro non si accorgono di me.
Come spesso accade in queste situazioni, ho la sensazione
di non partecipare veramente a quello che mi succede intorno,
bens di osservarlo da un luogo distante; resto nella
periferia, simile a un elemento sullo sfondo di una fotografia
che l'occhio inesperto non riesce mai a cogliere.
Quando il fidanzato ritorna, ci auguriamo la buonanotte.
Nick li accompagna alla porta, sfiorandomi la schiena
con la mano al passaggio.
Apro la lavastoviglie e comincio a far scorrere l'acqua
sui bicchieri nel lavello. Nick torna qualche minuto dopo,
infilando i vuoti delle birre nel contenitore per la differenziata
in un angolo.
Lascia che ci pensi la domestica! dice, versandosi un
altro bicchiere di vino.
Lo farei volentieri, se tu una domestica l'avessi.
Si sporge per chiudere il rubinetto, spingendomi da
parte con un gentile colpetto dell'anca. Vedo che con un
elastico si  raccolto i capelli - una folta zazzera castano
chiaro che sembra non sapere mai come sistemare - in un
piccolo viluppo sulla nuca.
Vieni un secondo qui gli dico.
In piedi alle sue spalle, comincio a sbrogliargli l'elastico
appiccicoso dai capelli, pi dolcemente che posso. Getta
indietro la testa per aiutarmi, e sento il suo corpo ubriaco
ondeggiare nello sforzo di restare eretto. Sfilo il mio elastico
dal polso, lo tengo fra i denti e gli passo la mano sui
capelli, per lisciarli. Sono leggermente bagnati di pioggia e
odorano di verde, come una foresta. Glieli tiro all'indietro
e nuovamente glieli lego sulla nuca. Poi lo giro verso di
me. Non usare pi elastici di gomma gli dico. Ti strappano
i capelli di brutto.
In realt pensavo di tagliarli dice Nick, passandosi
una mano sulla nuca.
No gli dico. Lunghi ti stanno bene.
Davvero?
Certo. I suoi capelli, specialmente quando sono arruffati,
mi ricordano quelli di Keller.
Sembra stia per chiedermi qualcosa, poi rinuncia.
Nick ha una faccia dolce, come un San Bernardo: calmo,
competente, un po' malinconico.  alto e robusto,
e con quella sua perenne abbronzatura, visti i continui
viaggi per studiare insetti su e gi lungo la costa
occidentale, sembra pi un giocatore di rugby che un
entomologo.
Mentre infilo un paio di bicchieri in lavastoviglie, dico:
Quella professoressa amica tua, Sydney... cosa le hai detto
di me?
Niente.
Dice che ha sentito molto parlare di me.
 quello che si fa tra amici risponde. Di tanto in
tanto si parla.
Di cosa?
Del perch non vieni mai ai miei party. Nonostante
io sia un cuoco eccellente e tu in casa non abbia che cibo
disidratato da campeggio.
Sono qui. Un po' in ritardo, ma ci sono venuta.
Hai capito cosa intendo. Quando mai riuscirei a vederti
se non ti persuadessi a venir qui per un boccone e un
bicchiere?
Prima o poi ti porterei l'assegno dell'affitto.
Divertente dice.
Oh, lo sai che sto scherzando.
Appunto. Visto che mi paghi tramite bonifico bancario.
Non  questo.
Per  cos, no? Si appoggia al bancone. Non esci
mai?
Certo rispondo. Proprio l'altra sera io e Jill siamo
andate da Sam Bond a correggere dei test.
Lavorare in un pub  pur sempre lavorare risponde.
Ci siamo bevute una birra.
A meno che non ti svegli nel letto di qualcun altro con
i feroci postumi di una sbornia, non conta.
Per la cronaca ribatto, io una vita sociale ce l'ho.
Solo che lui non vive qui. In Oregon, intendo.
Nick mi guarda perplesso. So benissimo cos' una
relazione a distanza dice, ma non credi che sia un po'
estremo?
Parli proprio tu, professor Kettle. Non ricordo di aver
visto una sola single a questo party.
Pensavo che per vivere contassi pinguini.
Cosa intendi?
Che hai contato male. Si avvicina. Del resto,  stata
l'ultima ad arrivare.
Non so che cosa dire, perci allungo una mano verso
una bottiglia vicina e mi riempio il bicchiere.
Ricordi quello che diceva Freud? mi chiede. Nella
vita hai bisogno di due cose... amore e lavoro. Capisci, per
bilanciarle tutte e due.
Forse mi piace essere sbilanciata.
Fa un passo indietro, sempre addossato al bancone,
come per tenersi in piedi. Parlo sul serio. Quando hai
intenzione di sistemarti? Di unirti al mondo reale?
Andiamo, Nick... sei uno scienziato. La realt 
deprimente.
Non sto parlando degli insetti e degli uccelli dice.
Sto cercando di parlare delle api e dei fiori.
Sorrido e bevo un lungo sorso di vino.
Si china in avanti. Non pensi che potresti vivere una
relazione che non sia cos a distanza?
Definisci cos.
Lo stesso stato? Stesso codice postale? Stessa via,
magari?
Mi  di nuovo vicino, il viso accanto al mio, e abbasso
gli occhi sulla sua bocca, sulle sue labbra carnose striate di
vino, poi indietreggio e mi volto verso il frigo dove tiene le
aspirine. Mi faccio cadere due compresse nel palmo della
mano e riempio un bicchiere d'acqua.
Prendi queste dico. E butta gi tutto il bicchiere.
Fino all'ultima goccia.
Prende acqua e aspirina ma non dice niente. Gli do una
tiratina ai capelli. Ci vediamo domani dico.
Mentre apro la porta, mi giro e vedo il mutamento della
sua espressione - la fronte corrugata, un accenno di sorriso,
un guizzo di malinconia -, poi mi chiudo la porta alle
spalle e attraverso il giardino.
Il pomeriggio seguente, al calare del crepuscolo, mentre
cerco di concentrarmi sul programma delle mie lezioni,
il miagolio di Gatsby alla porta mi offre la scusa per alzarmi
dal tavolo della cucina.
Lo lascio entrare e mentre lui si scrolla l'acqua dal pelo
mi allontano. Si stiracchia, balza su una delle sedie della cucina
e comincia a leccarsi. Hai fame, Gatsby? gli chiedo,
grattandolo in cima alla testa. Si blocca e mi guarda, poi riprende
a leccarsi. A volte ha fame, a volte no - funziona cos,
vivendo in due famiglie - e nella credenza, fra zuppe e fagioli,
tengo lattine di cibo per gatti per i giorni in cui  affamato.
Guardo fuori dalla finestra, dall'altra parte del giardino,
e mi colpisce vedere le finestre perlopi buie, la casa silenziosa.
Immaginando Nick l dentro da solo, con i postumi
della sbornia, mi sento un po' in colpa per aver invitato
Gatsby a entrare, quando invece dovrebbe far compagnia
al suo vero padrone.
Torno al tavolo e riprendo il lavoro, ma non passa molto
prima che senta bussare. E Nick, con gli occhi fradici di
pioggia, in mano una pila di posta e una bottiglia di vino.
Apro la porta e lo faccio entrare.
Non  la bottiglia che ho portato io ieri sera?
Probabilmente  la sola cosa che non ho bevuto
risponde.
Posa il vino sul tavolo e scorre la corrispondenza.
Grazie per essere venuta dice, sollevando brevemente
lo sguardo mentre mi allunga la posta: un paio di fatture e
una copia della rivista Conservation. Per non c'era bisogno
che pulissi.
Non me l'hai quasi lasciato fare comunque.
Indica il vino. Dove tieni il cavatappi?
Lo prendo dal cassetto vicino alla cucina a gas e, mentre
lui apre la bottiglia, tiro gi due bicchieri.
Nick inclina la testa verso il mio portatile. A cosa stai
lavorando?
Mentre mi risiedo, faccio scivolare sul tavolo computer
e cartelle levandoli di torno. Roba del corso.
Riempie i bicchieri e mi si siede di fronte, accanto alla
sedia occupata da Gatsby. Volevo scusarmi per ieri sera
dice.
Speravo quasi che non se ne ricordasse. Non ce n'
bisogno.
Non era giusto dice. La vita che fai sono fatti tuoi.
Soprattutto la tua vita sentimentale.
Non metterla cos. Voglio che tu sia parte della mia
vita.
Ma solo per alcuni mesi l'anno, giusto? Mi guarda
e scuote la testa. Riuscirai mai a farti uscire quel luogo
dall'organismo?
Perch mai, per potermi cos sistemare qui a Eugene?
Costruire una bella staccionata e scodellare dei figli?
Cosa c' di male in questo?
Sei fortunato, Nick. L'oggetto del tuo lavoro  proprio
qui, nel retro del tuo giardino... Bombus vosnesenskii,
Bombus vandykei. I pinguini Pygoscelis da queste parti
scarseggiano, nel caso non l'avessi notato.
Come no dice ridendo. Come se tu non avessi scelto
i pinguini proprio perch ti portano dall'altra parte del
pianeta.
Non rispondo.
Mi  costato, sai dice. Restare qui.
Che intendi dire?
Dovevo sposarmi. Anni fa. Prima che tu ti trasferissi
qui. Questo cottage doveva essere il suo atelier. Poi le hanno
offerto un lavoro per una rivista di New York e lei ha
deciso di accettarlo.
E?
Ci siamo detti che avremmo potuto far funzionare
un matrimonio pendolare dice. Ma la verit era che
eravamo entrambi caparbi. Egoisti. Pensavo che lei sarebbe
tornata qui, e lei ha presunto che io l'avrei raggiunta
a New York. Nessuno dei due ha ottenuto quello
che voleva.
Hai fatto quello che dovevi fare. Perch sarebbe cos
sbagliato?
Perch me ne rammarico. Perch non riuscivo a guardare
oltre il momento presente... a pensare che un giorno
avrei potuto volere qualcosa di diverso. Credi che non partirei
per andare in capo al mondo se potessi? Che non andrei
io stesso in Antartide se solo ospitasse i calabroni? Mi
guarda, scrutandomi negli occhi. Non ti preoccupa che
potresti avere dei rimpianti?
Il pugno sulla porta d'entrata  cos dirompente nel silenzio
che segue, da farci sobbalzare entrambi. Nick sbatte
la gamba contro il tavolo, facendo tintinnare i bicchieri.
Mi segue attraverso il soggiorno.
Apro la porta e mi trovo davanti Keller: la giacca impermeabile
zuppa, la pioggia gocciolante dalla tesa del
berretto da baseball del Progetto Pinguini Antartici.  vicino,
potrei toccarlo, invece me ne resto l, attonita, con la
pioggia che entra sferzando, e il cuore che mi pulsa nelle
orecchie. Non lo vedo da quando ci siamo separati a
Ushuaia, quasi otto mesi fa.
Tento di dire qualcosa, fissando il luccichio della luce
del portico nei suoi occhi, il suo fiato nell'aria fredda
della sera, e tutto ci che riesco a fare  socchiudere le
labbra.
Spero non sia un brutto momento dice.
Mentre Keller si cambia mettendo degli abiti asciutti,
accompagno Nick alla porta sul retro, porgendogli il vino.
Le presentazioni sono state rapide e impacciate.
Se non altro adesso so che esiste dice Nick. Tenta
un sorriso e si china per tirar su Gatsby dalla sedia. Lo
osservo attraversare il cortile e rientrare in casa. Gatsby si
gira a guardarmi da sopra la sua spalla. Sono ancora l che
li guardo quando sento la voce di Keller.
Ho interrotto qualcosa?
Il suo tono non contiene gelosia, n rimprovero, quasi
sapesse che per me non ci pu essere nessuno a parte
lui. Eppure, stento quasi a credere alla presenza di Keller
nel mio soggiorno, una visione che avevo immaginato per
molto tempo, cui avevo ormai rinunciato.
Si sta guardando intorno, quasi stesse esaminando un
gruppo di pinguini alla ricerca di un indizio sul loro stato
di salute, sulle loro condizioni, sul loro futuro. Scorge il
cranio di un Imperatore che conservo su una delle mensole
della libreria, e si avvicina per osservarlo meglio.
Quel teschio l'avevo recuperato dal laboratorio di un
professore che, in partenza per un'altra universit, aveva
pensato di gettarlo via. Per quanto possa sembrare morboso,
 uno degli oggetti che custodisco con maggior cura.
Nonostante le ossa di un pinguino siano solide, e il teschio
sia pi pesante di quanto si penserebbe, ha un che di aggraziato,
di delicato: il becco stretto lungo sette centimetri
e mezzo, le grandi orbite, la curva dolce del cranio.
Keller lo afferra, percorrendo con il dito le ossa minute
della testa. Sembra perso nei suoi pensieri. Io per un po'
taccio, poi non ce la faccio pi.
Avevo rinunciato alla speranza di vederti spuntare sulla
porta di casa dico.
Posa il teschio e mi viene vicino. Mi d un bacio esitante,
poi mi stringe a s, pi a lungo di quanto sia solito fare.
Scusa se non ti ho avvertita mi sussurra nell'orecchio.
Io stesso non sapevo che sarei venuto finch non sono
andato all'aeroporto e mi sono messo in lista d'attesa.
Che cosa succede? Pensavo che stessi insegnando.
Mi posa il mento in cima alla testa. Terzo trimestre e
fine. Non mi hanno rinnovato il contratto.
Indietreggio e lo guardo. Per l'Antartide mancano
solo un paio di mesi. Fino ad allora puoi restare qui.
Mi lascia andare e dice: In realt vado a Seattle a trovare
un amico che insegna all'Universit di Washington.
Parla senza guardarmi negli occhi, e ripenso a quello
che gli ho detto durante il nostro ultimo viaggio, dopo
essersi messo nei guai con Glenn. Non ne abbiamo mai
davvero parlato, ma quella era solo la sua seconda stagione
a bordo del Cormorant, e temevo che l'episodio potesse
danneggiare le sue possibilit di ottenerne una terza.
Keller, riguardo alla scorsa stagione... comincio a
dire.
Scordiamoci di quella storia dice, guardandomi negli
occhi. Ma soprattutto, spero che riesca a farlo Glenn.
Anch'io.
Una mezza risata, scuote la testa. Sto avendo sfortuna
in tutto. Presto torner a fare il lavapiatti a McMurdo,
bene che mi vada.
Non ti preoccupare dico. Avrai un posto sulla nave.
Glenn ha bisogno di te.
Lo spero.
Provo un improvviso senso di fastidio alla bocca dello
stomaco. Se anche non sappiamo mai quando o dove ci
rivedremo la prossima volta,  scontato che alla peggio
ci incontreremo comunque nell'emisfero meridionale.
Equipaggiare una crociera di naturalisti esperti e affidabili
pu rivelarsi una sfida: alcuni, come Thom, hanno famiglia;
altri sono ricercatori universitari a tempo indeterminato
e hanno obblighi di insegnamento. Presumo che per
quelli come Keller e me, per i quali l'Antartide viene prima
di ogni altra cosa, un posto sul Cormorant sar sempre
garantito. Magari  una presunzione eccessiva.
Cerco di allontanare i pensieri e getto gli abiti bagnati
di Keller nell'asciugatrice. Ordiniamo cibo thailandese e,
mentre aspettiamo che arrivi, lo guardo stappare una bottiglia
di vino, e penso che gli ho visto fare molte cose con
le mani, ma mai questa. Mai qualcosa di cos ordinario e
familiare.
Ritornano le parole di Nick - Non ti preoccupa che
potresti avere dei rimpianti? - e cerco di immaginare
l'Antartide senza Keller, o noi due qui insieme. A quanto
sarei disposta a rinunciare se fosse necessario.
Keller svita il sughero dal cavatappi e lo posa sul tavolo
della cucina. Riempie i bicchieri. Parliamo dello staff del
PPA, degli altri ricercatori che conosciamo. Parliamo della
fase successiva del nostro studio che comincer durante
l'imminente viaggio, quando il Cormorant ci avr lasciati
a Petermann. Come al solito, non parliamo di noi.
Quando per pi tardi lo guido in camera da letto,
mi segue come se fosse felice di lasciarsi tutto il resto alle
spalle.  la prima volta che stiamo insieme in un luogo
cos a nord dell'equatore, cos lontano da quello che ci ha
fatti incontrare, e anche mentre sento sul mio corpo le sue
mani, mentre mi immergo nella totalizzante presenza della
sua pelle, avverto tuttavia un'assenza, quasi lui non fosse
interamente qui, come suppongo non sia mai interamente
da nessuna parte, cosa che forse vale anche per me.
Durante i pochi giorni che seguono mi sorprendo ogni
volta che vedo Keller seduto sul mio divano, con una mano
a reggere il bicchiere in equilibrio sul ginocchio, mentre
con l'altra gratta le orecchie di Gatsby, che quando  qui
di solito si sdraia fra di noi. Non posso fare a meno di
figurarmi la vita precedente di Keller: lo scompiglio della
cena con un lattante, l'ora del bagnetto, il momento
della favola. Una visione che assomiglia meno all'uomo
che ho di fronte che a Nick, o a quello che Nick potrebbe
essere stato se avesse messo su famiglia, e che forse, nel
profondo,  ancora.
Mi chiedo chi sia il vero Keller: se sia diventato colui
che era destinato a essere, o se come i pinguini si sia semplicemente
adattato, per necessit. E mi chiedo se, potendo,
tornerebbe mai alla sua realt di un tempo, e che cosa
ne sarebbe di me se lo facesse.
Stiamo insieme esattamente come facciamo laggi a
sud, ognuno impegnato nel proprio lavoro, incontrandoci
di tanto in tanto durante il giorno, e sempre la notte.
Al posto della sala da pranzo dell'equipaggio, c' il tavolo
della mia cucina; al posto dei sacchi a pelo sulle rocce di
Petermann, c' il materasso gibboso sul mio letto matrimoniale.
Mi ci vuole un po' per abituarmi a un'altra presenza:
scorgo lo spazzolino da denti di Keller, e sgrano
gli occhi per la sorpresa; sento chiudere una porta, e mi
ricordo che non ci sono pi solo io nel cottage. Se vado
a letto mentre Keller  ancora sveglio, intento a leggere o a
lavorare sul suo portatile, mi piace sapere che a un certo
punto della notte s'infiler nel letto accanto a me, e non mi
sveglier da sola.
Un pomeriggio viene a prendermi dopo la lezione
di biologia, e passeggiamo per il campus lussureggiante
dell'universit, edera e mattoni rossi ovunque. Mentre ero
in classe  piovuto. L'acqua sgocciola dalle foglie color
arancio e rosso scuro, e i ciclisti ci passano accanto facendola
spruzzare dalle ruote.
Racconto a Keller del mio corso, di come sono sicura
che la met degli studenti abbia dormito per tutto il
tempo.
Non esiste proprio dice. Tu sei un'insegnante nata.
Singolarmente, forse ribatto io. Come con te...  stato
facile. Ma non lo sono altrettanto di fronte a una classe
di matricole irrequiete.
Ci facciamo da parte quando una studentessa, camminando
all'indietro nel fare da guida ad alcuni visitatori,
punta nella nostra direzione. Com'era la tua classe a Boston?
Ti  piaciuto insegnare?
S risponde. Era un po' come essere in tribunale,
solo che parlavo di cose che mi entusiasmano davvero.
Non ti appassionavano i tuoi casi?
S e no dice. Mi ha sempre affascinato la legge in
s... costruire un'arringa, renderla inattaccabile, pensare
alla prossima mossa dell'avvocato della controparte. 
come con gli scacchi. Ma le cause aziendali che la nostra
societ gestiva... la voce gli si affievolisce.  stato un sollievo
mollare, in realt.
Comincia a piovere: gocce grosse e pesanti rimbalzano
nelle pozzanghere sull'asfalto. Mi tiro il cappuccio della
giacca a vento sulla testa.
Dove andiamo? domanda Keller.
Ci penso un momento, con la pioggia che mi schizza sul
cappuccio. Non siamo lontani da un pub dove m'incontro
spesso con Jill, altri colleghi e specializzandi del dipartimento
di biologia: ma al pensiero di presentarmi l con
Keller, esito. Mentre circolano molte persone ai margini
della mia quotidianit - quelli che mi conoscono come
un'insegnante aggiunta e sottopagata che vola continuamente
a sud per stare in mezzo ai pinguini - quelle che
mi conoscono meglio solitamente sono quelle con cui sto
per quelle poche settimane l'anno. E non sono del tutto
pronta a mischiare questi due universi.
Keller sta ancora aspettando.
Conosco un posto dico, e ci dirigiamo a ovest sull'Undicesima
Avenue. Il ristorante  pi distante di quanto
ricordassi, e ci mettiamo mezz'ora prima di appendere
le giacche fradice su un attaccapanni accanto alla porta,
e infilarci in un separ dalle panche in vinile rattoppate
con nastro isolante.
Nel vedere Keller che si guarda intorno sorridendo al
colore vivace delle pareti, al lungo bancone del bar con
gli sgabelli verde foglia, al pavimento a scacchi bianchi e
neri, capisco che la lunga camminata sotto l'acqua  valsa
la pena. Che meraviglia! Un autentico diner dice, mentre
una cameriera pesantemente tatuata ci raggiunge con il
menu - cibo vegano tradizionale- e dei bicchieroni d'acqua
a forma di barattoli di gelatina.
Ordiniamo tofu in pastella croccante con patatine fritte,
insalata di cavolo, maccheroni al formaggio vegano e
pane di mais. Uso la salvietta per tamponarmi la punta dei
capelli bagnata, facendo cadere alcune gocce di pioggia
sul tavolo.
Nell'allungarmi per prendere un'altra salvietta, noto
accanto al barattolo del ketchup una piccola scatola piena
di carte simili a quelle del Trivial Pursuit. Le mescolo e
ne estraggo una per fare a Keller una domanda nella categoria
natura: la dieta di quale uccello determina il suo
piumaggio rosa?
Fenicottero risponde. Troppo facile.
Estraggo alcune altre carte, anche se queste sono diverse,
visto che pongono domande del tipo e se?. Sollevo la
prima. Un nuovo gioco. Ecco qui. Preferiresti perdere
la comodit dell'email e del telefono cellulare o uno degli
arti?
Ride. Sul serio?
Giusto. Nessun dilemma morale qui per te. Vado alla
successiva.
Aspetta dice. E tu?
Ci penso un momento. Mi piacciono le email come
alternativa alla conversazione telefonica. Ma ci rinuncerei.
Soprattutto perch tu le usi comunque di rado. Leggo la
carta successiva. Se dovessi soffrire di amnesia, preferiresti
perdere la memoria a lungo termine o la capacit di creare
nuovi ricordi? Colgo lo sguardo di Keller e vorrei aver letto
la domanda in silenzio, prima di pronunciarla ad alta voce.
Questa  tosta. Guarda fuori della finestra, la pioggia
sui vetri trasforma le auto in movimento nel parcheggio in
ondeggianti linee colorate. Penseresti che sarebbe facile per
me dice. Dimenticare il passato, vivere il momento, assaporare
nuovi ricordi. Ma dimenticare cambierebbe ogni cosa.
Perch?
Non comprenderei la mia stessa vita risponde. Come
sono arrivato qui. Perch sono qui con te. Dove saremo fra
qualche mese, perch tutto questo  importante. Mi guarda.
Tu quale sceglieresti?
Facile. Cancellare il passato. Concentrarmi sul qui e
ora.
Cos di botto?
Cos di botto.
E se una parte di quello che cancelli fosse McMurdo,
quattro anni fa? mi domanda. E se significasse guardarmi
e chiederti: Chi diavolo  questo tipo?
Ma avrei comunque la capacit di creare nuovi ricordi,
perci mi innamorerei nuovamente di te.
Anche se ci incontrassimo qui, a Eugene, invece che in
Antartide? domanda. Cambierebbe qualcosa?
Nemmeno per sogno.
Arriva il cibo, e mentre la nostra conversazione vira sull'articolo
che Keller sta scrivendo per la rivista Outside, e su un
documentario che potremmo guardare nel weekend, nei
recessi della mente sto ancora pensando alla sua domanda:
le cose sarebbero state differenti se ci fossimo incontrati
altrove e non in Antartide? Perfino adesso, la sua presenza
qui a Eugene  un adeguamento, e sento di star facendo
mentalmente un passo indietro per osservare questa scena
da un punto pi distante: io e Keller seduti in un diner, a
parlare del weekend come una coppia normale, eppure
tanto strano ed esotico per me quanto per il resto del mondo
 valicare il circolo antartico. Mentre mangiamo, sento
il tempo spostarsi e decelerare mentre cerco di far tesoro
di questi momenti per affidarli all'archivio permanente del
mio cervello: Keller che mi avvicina una patatina fritta alla
bocca, il suono della sua forchetta che gli scivola dal bordo
del piatto, la pelle della sua mano alla luce giallastra del
diner mentre fa scivolare verso di s il conto e lo raccoglie
dal tavolo.
Dopo aver accompagnato Keller all'aeroporto per il
volo diretto a Seattle, torno a casa e lo spazio vuoto che di
solito sarebbe normale, mi sembra improvvisamente troppo
silenzioso. Anche Gatsby si  dileguato: dalla finestra
della cucina lo scorgo che mi guarda di l dal cortile, dalla
finestra di Nick. Mi chiedo se Nick lo abbia richiamato a
casa come per richiamare l anche me.
Mi ritrovo a lanciare occhiate alla sua casa per tutto il
pomeriggio, e al calare della sera finalmente attraverso
il cortile. Come salgo sul portico, il primo a vedermi dalla
finestra  Gatsby; la sua bocca si schiude in un silenzioso,
roseo miagolio, poi Nick alza lo sguardo e mi vede. Apre
la porta, facendomi cenno di entrare, e guarda oltre le mie
spalle. Se n' gi andato?
Solo per un paio di giorni rispondo. Tiro su Gatsby
dal bancone della cucina, e lui mi affonda le zampe nella
spalla per poi posarci sopra anche il mento, quasi fossi il
posticino ideale in cui assopirsi. Gli appoggio l'orecchio
contro la gabbia toracica per sentire le rasserenanti vibrazioni
delle sue fusa. Non mi aspettavo che venisse qui.
L'ho capito risponde Nick. Allora, come va?
Bene rispondo. Bizzarro aggiungo. Diverso. Stare
insieme qui invece che l. Ma va bene.
Nick sorride. Chi l'avrebbe detto? Sta cominciando
ad avere quasi l'aria di una vera relazione.
Rido. Pu darsi.
Mi osserva. L'amore ti s'intona dice infine. Prometti
solo che non te ne scapperai con lui in Argentina o chiss
dove. Io e Gatsby sentiremmo la tua mancanza.
Non essere ridicolo ribatto, sebbene avverta il cuore
aggrapparsi a quel pensiero.
Nick lancia un'occhiata all'orologio sopra i fornelli.
Che fai stasera? mi domanda.
Niente di che.
Inaugurano una mostra al museo dice. Pi tardi
esco con un gruppetto di amici. Puoi unirti a noi.
Oh faccio, colta in contropiede. Be', io...
D'accordo dice. Devi lavorare, lo so.
Sollevo Gatsby tenendolo di fronte a me per un momento,
poi lo bacio in cima alla testa e lo passo a Nick.
Divertitevi dico. Ci vediamo presto?
Certo risponde.
Rientrata nel mio cottage vuoto, mi verso un bicchiere di
bourbon e penso a Dennis, a quella femmina di Imperatore
solitaria che avevo visto poco dopo la sua morte, durante
il viaggio di ritorno a nord. Com'era sola, com'era in pace.
Qualcosa di cui ho sempre cercato di convincermi: sto bene
a casa per conto mio, in pace con la mia solitudine. Forse
questo  ci che ci distingue dagli altri animali: la nostra
incapacit di vivere semplicemente secondo l'istinto, il bisogno
di convincerci di essere ci che vorremmo poter essere.
Quando Keller ritorna, gli chiedo com' andata con il
suo amico dell'universit. Sto guidando verso casa, cos
non posso vedere il suo viso mentre mi risponde. Tutto
bene. Abbiamo fatto una bella chiacchierata.
Sa niente di qualche posto d'insegnante?
Niente a Seattle.
Be', verificher con il capo del mio dipartimento prima
di partire. Forse ti trover qualcosa per la primavera.
Non c' bisogno che tu lo faccia dice Keller. Sento la
sua mano sul ginocchio. Ho avuto una buona soffiata su
una cosa, in realt. Andr in porto. Eppure la sua voce
suona strana, tesa.
Pi tardi quella sera, mentre sediamo in soggiorno con i
bicchieri in mano, osservo Gatsby passeggiare verso di noi
per ispezionare la sacca di Keller rimasta sul pavimento
dove l'ha lasciata arrivando, il contenuto che comincia a
riversarsi. Com' che questa volta non disfi la borsa?
Vorrei poterlo fare. Tuttavia, quella tensione  ancora
presente nel suo tono.
Ma?... domando.
Ho ricevuto una telefonata questo pomeriggio. Per un
lavoro. D un'occhiata alla sacca, e quando parla sembra
rivolgersi a lei, o a Gatsby, invece che a me. Un collega 
caduto da una scala mentre era in casa e si  fatto male alla
schiena. Sta bene, ma non pu tornare in classe. Mi hanno
chiesto di portare a termine il semestre. Ho detto di s.
Torni a Boston? Quando?
Domani.
Domani? Ma farai in tempo a...
S. Mi guarda. Ci sar.
Faccio tintinnare il ghiaccio nel bicchiere. Suppongo
che sia questo il nostro destino, vero?
Che vuoi dire?
Stare pi separati che insieme.
Se avessi un'altra offerta...
Lo so, lo so, hai bisogno di farlo. Concedimi solo di
essere un po' delusa.
Se non altro adesso sono qui.
S, ma stai per andartene di nuovo. Perch non sei
volato direttamente a Seattle se non avevi intenzione di
restare?
Gatsby, che si  accoccolato su una sedia dall'altra parte
della stanza, solleva lo sguardo, quasi fosse contrariato dal
tono alterato della mia voce. Io stessa detesto questa mia
intonazione bisognosa, espressione del mio senso d'impotenza
di fronte a un simile svolgersi degli eventi.
Pensavo che tu amassi questa vita dice.
S... ma adesso  diverso. Da quando sei comparso tu
 cambiato tutto. Sospiro. Vorrei solo vederti per pi di
pochi giorni alla volta, tutto qui.
I suoi occhi scrutano i miei in quel modo che adoro,
quasi come lo sguardo obliquo di un pinguino: intenso,
curioso, deciso. Questo  ci che abbiamo. Lo faremo
funzionare. Te lo prometto.
Lo so.  che a volte  cos dura.
Fra le tue tante virt dice sorridendo, non rientra
la pazienza.
Nemmeno la fiducia dico. O la fede. O l'ottimismo.
E comunque quali sono le mie virt?
Ride. La resilienza. La passione. La cocciutaggine.
Ogni volta che ti vengono dei dubbi, fidati di me. Io non
sono preoccupato per noi due.
Allungo una mano verso la sua, lui me l'afferra. Ci
pensi mai se fossi rimasto l? Gli domando. A Boston,
con tua moglie, intendo dire.
Keller si versa un altro drink. Non pi dice. Non
credo che ce l'avremmo fatta. Credo che entrambi abbiamo
compreso, dopo la morte di Ally, che era lei ci che
ci teneva insieme. Forse se avessimo avuto un altro figlio.
Questa  l'unica cosa che non facevo che chiedermi.
Taccio. Per un lungo momento aspetto che prosegua.
Lo volevo davvero, molti anni fa dice, e chiss... forse
una parte di me lo vuole ancora. I bambini sono cos
fiduciosi. Ally guardava solo al futuro perch non aveva
passato. E dopo la sua morte, l'idea di riuscire a vedere
nuovamente il mondo attraverso occhi cos innocenti era
molto seducente.
Mi sporgo pi vicina e lo bacio. Poi dico: Voglio darti
una cosa.
Un attimo dopo torno con la targhetta identificativa di
un pinguino che risale ai tempi della mia specializzazione
in Argentina. Gliela offro:  uno spesso pezzo di metallo
grosso pi o meno come il suo pollice, e sagomato come
un triangolo. Da un lato ci sono sei cifre, dall'altro l'indirizzo
della stazione di ricerca dove lavoravo.
Keller se lo rigira fra le mani come se fosse un oggetto
senza prezzo, tipo un uovo Faberg. Punta Tombo legge
sul retro.
Ce l'ho da quindici anni dico. Proviene dalla colonia
di Magellano, in Argentina, nella provincia del Chubut.
 l che ho incontrato il mio primo pinguino.
Conosci l'esemplare cui apparteneva?
Annuisco.
Mi dispiace dice. Quando hai una targhetta senza
pinguino, non  mai una bella storia.
Ne ho viste a dozzine quando ero laggi, ma ho conservato
questa come ricordo. I pinguini non sono solo
numeri.
Faccio un respiro profondo. Spero stia ascoltando fra
le righe, prendendo ci che sto dicendo un po' come delle
scuse da parte mia per quanto  successo durante il nostro
ultimo viaggio, per aver preteso da lui pi di quanto potesse
dare. Comunque continuo, tu sei la sola persona
che conosco che possa capire.
Mi solleva il viso e mi bacia. Grazie. Torna con lo
sguardo sulla targhetta che ha fra le dita. Mi piacerebbe
sapere dell'uccello che la indossava.
Gli poso la testa sulla spalla. Ti dir di lei davanti a
una birra sul Cormorant.
Solleva il pezzo di metallo verso la luce, e ne osserviamo
i segni - i numeri e le lettere, le tacche e i graffi -, e sento
che anche lui come me sta pensando a queste targhette e
ai loro lunghi e misteriosi viaggi: dalle mani dei ricercatori
alla pinna sinistra di un pinguino, alle centinaia di miglia
percorse alla ricerca di cibo, e infine al ponte viscido e bagnato
di un peschereccio, prima di intraprendere il viaggio
verso il luogo cui appartengono, compiendo cos un tragico circolo.
...
.
...
Tre giorni prima del naufragio.
Baia dei Balenieri, isola di Deception.
(6259'S, 6034'O).
...
.
...
La prima volta che vidi l'isola di Deception pensai di
essere diventata improvvisamente daltonica. Sotto un cielo
color acciaio, il panorama era tutto grigio, nero e bianco,
con striature di neve fuse nelle colline aguzze che si serravano
a ferro di cavallo intorno alla Baia dei Balenieri.
Mentre il Cormorant passa attraverso i Mantici di Nettuno
- un canale cos stretto che la maggior parte dei primi
navigatori manc, dando all'isola il nome Deception, che
significa inganno - il suo riflesso bianco e blu rimbalza
dallo specchio scuro dell'acqua verde petrolio. L'isola 
immersa in sfumature diverse di luce e buio, il solo colore
 quello di provenienza umana: la nave, il rosso acceso dei
parka che si assiepano sul ponte principale.
Mentre ci prepariamo allo sbarco, si rincorrono nella
mia mente i pensieri su cosa fare della notizia che mi ha
dato Susan. Su come annunciarlo a Keller.  pi che mai
strano che lui non sia qui con me adesso, e faccio a mente
il conto dei giorni, balzando al momento, per quanto remoto,
in cui potr rivederlo.
Di certo non posso dargli una notizia simile per email,
ma un'altra goffa telefonata tra le due navi mi terrorizza,
temendo ci che potrei avvertire nella sua voce quando
glielo dir: potrebbe non essere una notizia gradita, bens
un doloroso ricordo di tutto ci che ha perduto.
Penso ai pinguini Imperatore, ai maschi devoti che
hanno cura delle uova: e questo  Keller. La profondit
della sua devozione eguaglierebbe quella degli uccelli,
mentre io la maternit l'ho sempre evitata. Tuttavia la natura
riesce a sorprenderci, a sopraffarci, a ricordarci che
a dispetto di ci che crediamo e di quanto duramente ci
sforziamo, in fondo non abbiamo alcun controllo.
Io e Thom guidiamo i passeggeri dentro uno Zodiac,
che poi manovro nell'ampia baia priva di colore verso
la sponda dell'isola, attraversando con cautela la caldera
sommersa dal mare del vulcano pi attivo della penisola
antartica. Qui, su questa sabbia instabile e nera, i pinguini
non costruiscono nidi e, mentre piloto lo Zodiac verso la
spiaggia, la loro assenza m'infonde un senso di solitudine.
Quando siamo abbastanza vicini, salto gi e trascino il
gommone a riva.
Per una frazione di secondo, penso che forse non dovrei
farlo, visto che Susan mi ha detto di andarci piano.
Ma non posso prendermela comoda sul lavoro senza che
questo attiri su di me l'attenzione. Non l'ho confidato a
nessuno - nemmeno a Amy o a Thom - e non ho alcuna
intenzione di dirlo a Glenn.
Del vapore si alza dalla sabbia mentre aiuto i passeggeri
a scendere dallo Zodiac. Dietro di loro, il gioiello scuro
e scintillante dell'isola. Di fronte, metri di sabbia nera a
separarci dalle colline zebrate. Senza colonie di pinguini
da questa parte dell'isola, lasciamo che i passeggeri gironzolino
in libert; li osservo dirigersi dalla spiaggia verso
una bidonville di baracche abbandonate e grosse cisterne
di olio - reliquie dell'industria baleniera antartica - cos
antiche e ricoperte di ruggine da confondersi con le rupi
annerite di lava alle loro spalle. Ripensare alla raccapricciante
caccia alle balene di un tempo mi mette i brividi: i
balenieri estraevano il grasso a bordo delle imbarcazioni,
portando a riva il resto della carcassa, che poi bollivano
per recuperare fino all'ultima goccia di olio. Un'industria,
quella baleniera, che ancora non  nemmeno storia: nonostante
la Commissione internazionale per la caccia alle
balene abbia messo al bando la loro uccisione nel 1986, i
giapponesi hanno continuato a inseguirle nell'oceano Meridionale,
facendo strage di balenottere minori e di balene
fin, mettendo perfino a rischio l'esistenza della balena
boreale con la scusa della ricerca, nonostante in anni
non abbiano pubblicato una sola relazione e continuino a
commerciarne la carne.
Thom arriva su un secondo Zodiac trasportando un
numero maggiore di turisti e il nostro storico di bordo, un
anziano inglese di nome Nigel Dawson. Quasi percepisse
il mio stato d'animo, Thom chiede a Nigel di dare corso a
una visita, poi mi porge un badile e si offre di traghettare
su e gi i turisti mentre io mi metto al lavoro. Cammino
lungo la spiaggia allontanandomi dal punto di sbarco, poi
comincio a scavare. L'acqua sotto la sabbia rocciosa  della
temperatura di quella di un bagno caldo, e fare il bagno in
Antartide per i nostri passeggeri  uno dei momenti clou,
anche se il nostro bacino sar abbastanza grande solo per
tre o quattro corpi alla volta.
La sabbia  bagnata e pesante. E come spalare un profondo
cumulo di neve, e faccio una pausa per riprendere
fiato. L'acqua che si raccoglie nella piccola pozza  intorno
ai quarantatr gradi, e sebbene non si scavi mai per oltre
sessanta centimetri di profondit, le braccia cominciano
gi a farmi male. Quando Thom ritorna e propone di
scambiarci i ruoli, non esito un attimo a mettergli in mano
il badile.
Mentre percorro la spiaggia, approfittando di questi
pochi momenti per me stessa, scorgo quella coppia, Kate
e Richard.
Sono fermi a diversi metri di distanza, vicino a una delle
cisterne dell'olio abbandonate, e sembrano nuovamente
intenti a discutere. Poi Kate si allontana a grandi passi
verso il mare, Richard si gira e parte in direzione opposta.
Li studio come farei con una coppia di uccelli: non perch
non abbia mai visto una coppia infelice su una crociera,
ma perch presumo stiano proseguendo la stessa conversazione
sul mettere su famiglia. I pinguini non possono
farcela ad allevare un pulcino da soli, hanno bisogno l'uno
dell'altro se no il piccolo morir. Con gli umani, allevare
un bambino  infinitamente pi complesso eppure tutto
 ancora cos bianco o nero. Non esistono compromessi,
non si pu avere un figlio per met:  tutto o niente.
Girandomi verso la baia, scorgo il dorso tondo e nero
di un pinguino che passa nuotando, rivelando il bianco del
ventre quando sfreccia fuori dall'acqua. Lo osservo sguazzare
qua e l, e non mi accorgo di Kate accanto a me finch
non parla.
Allora, non ci sono pinguini su quest'isola? domanda.
Mi giro verso di lei. Non in questo punto. C' una
grossa colonia di sottogola a Baily Head, laggi nella parte
orientale.
Forse  meglio cos dice, con un sorriso imbarazzato.
Immagino che Thom glielo abbia detto.
Detto cosa?
L'altro giorno, durante l'ultima escursione mi sono allontanata
dice. Mi sono seduta vicino alla spiaggia, e un
pinguino mi si  avvicinato. Sembrava davvero amichevole,
cos... ho allungato una mano per accarezzarlo.
Scuoto la testa. Avrebbe potuto beccarsi un brutto
morso.
Lo so. Thom mi ha fatto una bella ramanzina.
Forse dovrebbe restarsene con il gruppo la prossima
volta.
Lo so dice, poi aggiunge, ma mi sembrava cos bello
poter fuggire.
Poter fuggire? Non potr fuggire pi lontano di qui.
Intendo dire, da tutto il resto del gruppo dice. Che
ironia... sei quaggi in mezzo al nulla e ti ritrovi comunque
circondata dalla gente.
 una caratteristica della crociera.
Come fa a sopportarlo?
Bevo rispondo, scherzando solo a met. Io e Keller
avevamo l'abitudine di berci un bicchiere alla fine di una
lunga giornata, ma in sua assenza non ho buttato gi un
solo goccio. Poi mi viene in mente, e mi resta piantato in
testa, che non posso bere. Sono incinta.
Kate sorride. Sembra essere anche la soluzione di Richard,
in questi giorni. Di solito a casa non beve per niente.
 buffo vederlo brillo. Riesce a lasciarsi un po' andare.
 per questo che esiste la vacanza, no? dico.
Credo di s.
La guardo. Non si sta divertendo?
Certo risponde. Entrambi noi.  che... a volte sarebbe
bello poter avere un po' di spazio.
C' un motivo particolare? Normalmente non mi lascerei
coinvolgere cos, ma  chiaro che ha voglia di parlare.
E sono curiosa di sapere come una coppia affronti il
fatto che uno dei due vuole un figlio e l'altro no.
Siamo cos fortunati che mi imbarazza perfino sentirmi
lamentare. Mio marito ha ceduto la societ, e adesso
che  in pensione vuole mettere su famiglia. Semplice,
no?
Non  detto rispondo.
Non sono certa che abbia fatto bene a ritirarsi cos
giovane continua Kate.  uno stacanovista, il che non 
poi cos male... ammiro la sua etica del lavoro, e ci che ha
realizzato. Ma quando si trattava di cambiar aria, di fare
una pausa, ho sempre dovuto trascinarlo via dall'ufficio. E
adesso si ritrova in vacanza per il resto della vita. Non l'ho
mai visto cos irrequieto.
Perch si  ritirato se il lavoro gli piace cos tanto?
 che pi che altro non riesce a stare fermo dice.
Non si era ancora asciugato l'inchiostro della firma sul
contratto di cessione che gi andava a iscriversi a corsi di
alpinismo, di surf... cose che io non ho il tempo di fare,
visto che lavoro ancora. E allora lui dice, So cosa potremmo
fare insieme. Facciamo un figlio.
E questo lo vuole anche lei?
Vorrei aver avuto pi tempo risponde. A lui non lo
direi mai, ma una parte di me vorrebbe che non avesse mai
venduto l'attivit. Ha lavorato cos tanto perch funzionasse
- lo abbiamo fatto entrambi - ma mi sembra che sia
successo tutto troppo presto. Non siamo ancora pronti.
Lei che lavoro fa?
Agita la mano come per scacciare un moscerino fastidioso.
Oh, mi occupo di marketing. Per una compagnia
di bevande di San Diego. Producono kombucha biologico,
succhi a base di chia, roba cos.
Le piace?
Non  male dice. Non lo so, forse avere un marito
assurdamente di successo fa s che una ragazza si senta
inadeguata. Ho gironzolato parecchio, in termini di lavoro,
soprattutto perch amo viaggiare. Forse  perch non
ho idea di cos'altro farei se dovessi dedicarmi seriamente
soltanto a una cosa. Abbassa lo sguardo sulla sabbia, scavando
con la punta dello stivale di gomma. Forse quello
che mi disturba di pi della fretta di Richard di avere un
figlio  la sensazione che non ci bastiamo pi... capisce, noi
due da soli. Come se io non gli bastassi pi.
Si gira a guardare alcuni passeggeri che ci passano
accanto. Sono la sola donna che conosco senza figli. Alcune
delle mie amiche hanno continuato a lavorare, altre
no... ma non faccio pi parte della loro vita. Non  colpa
loro... probabilmente non gli viene in mente di invitarmi
a ogni compleanno di marmocchio, ma quelli sono i soli
momenti in cui stanno insieme, il che significa che non le
vedo mai. E per loro  talmente normale che a volte ho
l'impressione di essere io quella strana. Capisce? Perch
anche se per la maggior parte del tempo mi sento esclusa,
non riesco ancora a vedere la mia vita in quel modo.
Si blocca, e si gira verso di me. Sono davvero spiacente
dice. Avrei dovuto chiederglielo. Ha figli?
Io? No. Sento il mio viso farsi di brace.
Immagino che non si possa certo infilarli in un passeggino
e portarseli nelle escursioni, giusto?
No. Non si pu.
Allora, com' che si  interessata ai pinguini? Improvvisamente,
sembra ansiosa di cambiare discorso.
Ho sempre amato gli animali.
Kate sorride. Non lo facciamo tutti? Perfino Richard
che dichiara di non amare la nostra gatta, in segreto la
ama. Lo sorprendo a grattarla sotto il mento quando crede
che io non stia guardando. Ma gli animali domestici sono
diversi dai pinguini.
Suppongo di essermi avvicinata ai pinguini perch
sono cos eleganti e graziosi... come fanno a non piacere? E
poi alle medie ho saputo di questa compagnia giapponese
che voleva allevare pinguini in Argentina per fare dei guanti.
Questo per dirle quanto fossi ingenua, ma non riuscivo
a credere che delle persone potessero fare una cosa simile
ai pinguini. A nessun animale. In realt era la prima volta
che mettevo in relazione gli animali che amavo con il luogo
d'origine delle mie scarpe.
Fanno sul serio le scarpe con i pinguini? Kate sembra
colpita.
No rispondo. Ma davvero, che differenza c' tra
loro e i serpenti o gli alligatori? Solo perch non sono altrettanto
graziosi?
Su questo non c' dubbio dice ridendo.
E che dire della pelle di vitello o di pecora?
Capisco ci che intende. Credo di non averci mai
davvero riflettuto. Poi, quasi timidamente, mi domanda:
Allora cos' successo a quella colonia in Argentina?
Fortunatamente, per salvare i pinguini hanno combattuto
in molti, e adesso la colonia fa parte di una stazione di
ricerca e di un centro turistico. Ci ho lavorato durante gli
anni di specializzazione.
E come c' finita in Antartide?
Volevo imparare di pi su altre specie dico, e forse
volevo anche continuare ad andare a sud.
Le piace viaggiare?
Non  proprio questo. In famiglia... non abbiamo mai
viaggiato molto. Non insieme, almeno. La prima volta che
sono salita su un aereo,  stato quando sono andata a ovest
per la specializzazione. Avevo ventidue anni.
Kate sgrana gli occhi. E si guardi adesso.
Non che io viaggi cos spesso. Vado solo dove sono gli
uccelli.
Sono stupita di me stessa per aver parlato cos tanto, e
faccio un gesto verso la lunga pozza d'acqua scavata in riva
al mare. Allora, lo vuole fare un bagno?
Immagino che dovrei dice. Sono qui per questo,
no?
Ci salutiamo, e io procedo lentamente lungo la spiaggia
in direzione opposta. Dopo aver guadagnato un po' di distanza,
mi giro verso la pozza d'acqua calda, dove Kate si
sta sfilando gli indumenti invernali per restare in bikini
e scarpe da ginnastica, che raccomandiamo di indossare
a chi fa il bagno per un maggior conforto sulla sabbia
bollente.
Kate si immerge nella pozza, abbastanza profonda da
ricoprirla quando si sdraia appoggiandosi all'indietro sulle
mani e distendendo le gambe davanti a s. Comincia a
chiacchierare con un'altra turista, e mi chiedo se stia raccontando
alla nuova compagna le stesse cose che ha appena
detto a me. Ma si comporta in un modo diverso che con
me, le sue frasi sono corte, i suoi sorrisi brevi. Si  di nuovo
chiusa, e mi chiedo cosa possa averla spinta ad aprirsi, fra
tutte le persone, proprio con me. Forse siamo pi simili di
quanto io creda; forse anche lei, come me,  sempre stata
il tipo con pi libri che amici nella vita.
Dire che a scuola non ero popolare  un eufemismo
gigantesco quanto la barriera di Ross. Anche la mia vita a
casa era dimessa: mio padre, quello a cui ero pi legata da
bambina, era sempre in viaggio per lavoro, o cos almeno
pensavo allora. Mio fratello maggiore, Mark, quando
non cercava di infilare le scarpe di mio padre, si teneva
occupato con lo sport e gli amici. Mia madre viveva in un
mondo tutto suo: immersa nella preghiera, o impegnata
a pulire ossessivamente la casa. Ogni volta che Mark
o io eravamo in casa, ci rimproverava per aver lasciato
gocce d'acqua nel lavandino del bagno, o impronte sul
tappeto appena passato con l'aspirapolvere. Mark non
era nei paraggi tanto spesso, ma io trascorrevo il tempo
a passare rasente i muri delle stanze, come un fantasma,
sperando di restare invisibile. Quando faceva abbastanza
caldo, sgattaiolavo nella casetta sull'albero che mio padre
aveva costruito anni prima per Mark, e che da allora
lui aveva abbandonato. Era il mio posto preferito dove
leggere, e le mangiatoie per uccelli che avevo appeso ai
rami vicini sfamavano i cardinali e i passeri, e pure gli
scoiattoli volpe.
La scuola mi piaceva, in un senso un po' da sfigata: mi
dedicavo pi al club di scienza e al bookclub della biblioteca
scolastica che agli sport o agli eventi sociali. E dovetti
attendere il primo anno di liceo prima di farmi finalmente
un buon amico, Alec. Successe dopo che l'avevano visto
baciarsi in macchina con un ragazzo da qualche parte del
Central West End. All'epoca Clayton, nel Missouri, non
era pronta per quel genere di scandalo. I suoi genitori conservatori
per poco non l'avevano spedito in uno di quei
cosiddetti riformatori perch fosse curato, ma il consigliere
scolastico era riuscito a farli desistere.
Vidi Alec seduto da solo a mensa e io mi sedetti accanto
a lui. Mi diede un'occhiata annoiata e mi disse: E tu che
vuoi?
Mandali affanculo risposi io. Un giorno da qui te
ne andrai e tutto questo non avr pi importanza. Ce ne
andremo tutti e due.
Nei weekend io e Alec parcheggiavamo nei pressi
dell'aeroporto per guardare gli aerei decollare e atterrare.
Quando la sua popolarit risal, dopo che tutti si erano
dati una calmata, Alec mi accolse nella cerchia dei suoi
amici, e rese i miei due ultimi anni di liceo molto pi sopportabili:
weekend alle partite di football dei Cardinal,
serate allo Steak'n Shake, o a correre a Shaw Park. Dopo
il diploma lui si trasfer a New York. Siamo ancora molto
amici, nonostante siano rare le occasioni per vederci. Ho
sempre ammirato Alec per la sua capacit di vivere la vita
che aveva sempre sognato. Ha sposato il compagno con
cui stava da quattro anni, un poeta incontrato tramite la
casa editrice dove lavorava, e poi si  trasferito in periferia
con lui e le loro due figlie adottate.
A una decina di metri di distanza, vedo uno Zodiac
puntare verso terra, pilotato da un membro dell'equipaggio
in giacca arancione che non riconosco. Penso all'Australis
e porto la mano alla radio - lo sbarco sulla costa
non  concesso a pi di una nave turistica per volta, e
chiunque sia dovr fare dietro front - ma mentre sto per
chiamare Glenn, mi blocco. Quel pilota ha qualcosa di
familiare, e m'incammino verso il punto di sbarco trattenendo
il fiato.
Noto la bandana rossa quando si china sul fianco del
gommone e comincia a spingerlo sulla sabbia non lontano
dalla vasca improvvisata di acqua calda, dove Thom
solleva lo sguardo dalla macchina con cui sta fotografando
i passeggeri a mollo. Non appena i piedi di Keller toccano
il suolo, il viso di Thom si allarga in un sorriso, e io
guardo i due scambiarsi strette di mano e pacche sulle
spalle. E quando Keller si gira, io sono gi l, a gettargli
le braccia al collo prima ancora che abbia tempo di aprir
bocca.
 uno sbarco illegale, lo sai? gli sussurro all'orecchio.
I suoi capelli arruffati e spazzati dal vento mi frustano il
viso, diffondendo un odore di mare.
Vuoi forse denunciarmi?
Pu darsi. Allontano il viso per guardarlo, per osservargli
il grande sorriso che ha sulla faccia, pi scarna
rispetto all'ultima volta che l'ho visto, ma in un certo senso
anche pi distesa.
Che ci fai qui? gli domando. Non vorrai far sbarcare
tutti quei passeggeri, vero?
Scuote la testa. Abbiamo dei vip che hanno sborsato
un bel po' di grana per uno sbarco speciale dice. Un
gruppo di dieci. Li portiamo pi tardi in serata. Ma quando
ho sentito che il Cormorant era qui, non ho potuto
rinunciare all'occasione di vederti.
Sei pazzo, lo sai questo? dico. Ti farai sbatter fuori
un'altra volta.
Mi bacia. Ne sar valsa la pena.
Mi guardo intorno: a pochi metri da l, Kate  ancora
nella pozza d'acqua calda con altri due passeggeri, e Thom
sta caricando delle attrezzature su uno Zodiac. Per il resto,
la spiaggia  sgombra. Al momento sono libera.
Afferro la mano di Keller e ci spostiamo all'interno, alla
ricerca di una relativa intimit al riparo di un grosso serbatoio
di olio tutto arrugginito dove, a circa sei metri da noi,
un pinguino sottogola se ne sta tutto solo. Qui non siamo
esattamente fuori dalla vista, ma non siamo a portata d'orecchio,
e il pinguino  l'unico che ci sta guardando.
Mi dispiace, io... comincio a dire.
Non ho molto tempo a disposizione dice, posandomi
un dito gelato sulle labbra. Perci non sprechiamolo.
Tira fuori qualcosa dalla tasca, poi mi afferra la mano.
Mi capovolge il palmo e mi posa l'oggetto sul guanto
frusto.
Dapprima non riesco a capire cosa sia esattamente - sembra
un massiccio anello d'argento ossidato, con una specie
di incisione - ma quando lo sollevo e lo guardo meglio, lo
riconosco: la targhetta identificativa del pinguino che gli
avevo dato, completamente trasformata.
Sulla parte esterna della fascetta, adesso ridotta, ci sono
sei numeri, la parola Argentina. In cima c' una montatura
rialzata con incastonata una pietra rossastra, appena pi
larga del gommino per cancellare di una matita. Le strisce
bianche che venano gli strati di rosa assomigliano all'ondulazione
di una catena montuosa.
 la pietra nazionale dell'Argentina dice Keller,
rodocrosite. Niente di lussuoso aggiunge, ma per qualche
ragione non ritenevo che avresti voluto un grosso diamante
di Tiffany.
Sollevo gli occhi, dall'anello al viso di Keller.
Ti amo mi dice. Prende l'anello e mi sfila il guanto.
Ho pensato che se lo rendiamo legale, finalmente ci crederai
che troveremo il modo per stare insieme. Mi infila
l'anello.
Sollevo la mano per osservarlo meglio. La targhetta trasformata
in anello  elegante e solida sulla mia pelle rossa
e screpolata: il solo gioiello che mi sia mai stato regalato.
Ho sempre desiderato indossare una targhetta per
pinguini. Mi sembra giusto, visto tutte quelle che ho
distribuito.
Sorride. Ho un amico gioielliere a Boston che  un
mago. Mi prende la mano. A proposito, non mi hai detto
niente.
Per via che mi hai messo una targhetta, vuoi dire? Di
che hai bisogno per la tua relazione sul campo? Sono una
femmina di et nota...
... che ancora non si  scelta un compagno.
Rido. C' una proposta all'orizzonte, signor Sullivan?
Vuole sposarmi signorina Gardner?
Abbasso di nuovo gli occhi sull'anello, poi li sollevo su
Keller. Mi stringo a lui, mettendogli la mano senza guanto
intorno al collo. S.
Stavo quasi per chiedertelo al telefono perch non
pensavo che avrei avuto la possibilit di vederti dice. So
che il momento non  dei migliori...
Poi mi chino all'indietro fra le sue braccia, per poterlo
guardare meglio in viso. Non potrebbe essere migliore
dico. C' qualcosa che devo dirti.
Proprio allora, dalla mia radio giunge uno sbraitare di
voci, mi porto una mano alla vita per abbassare il volume.
Solo pochi minuti ancora.
Ma con la coda dell'occhio vedo Thom partire a razzo
verso una folla che si sta raccogliendo vicino alla base di
una falesia. Lo vede anche Keller.  successo qualcosa
dice. Meglio che andiamo.
Aspetta... ma lui si sta gi precipitando verso Thom,
cos lo seguo, rinfilandomi il guanto mentre trotto sulla
sabbia accidentata. Raggiungiamo la folla, e mi tocco appena
il ventre prima di sollevare lo sguardo sulla falesia
che si alza ripida dalla sabbia nera.
Nigel, che si supponeva stesse guidando la visita,  vicino
alla cima, intorno a quello che sarebbe il quarto di
una montagna di cinque piani. Pi in basso, all'incirca al
secondo piano, appiccicato alla roccia come un geco, c'
Richard.
Ma che diavolo mormoro. Thom, vicino a me, sta
scuotendo la testa. Nigel non avrebbe dovuto essere cos
ingenuo da scalare una montagna con dei turisti intorno.
Nigel non  diverso da me:  qui in veste di storico
perch  un modo per poter venire in Antartide. A settantanni,
 un tipo tosto ma decisamente vecchia maniera,
e non ha mai del tutto imparato che in questi viaggi non
 pi un esploratore o un ricercatore, ma una guida turistica,
e ha il dovere di dare il buon esempio. Il lupo perde
il pelo ma non il vizio, ha detto una volta Keller, come
attenuante, e aveva ragione. La faccia screpolata di Nigel,
dura come il cuoio, porta le tracce di quattro decenni di
geloni e scottature solari. Il naso ha una permanente, innaturale
sfumatura rossastra, e ha la barba imbiancata dagli
anni e dal sole: una volta sono rimasta stupita di fronte
a una sua foto da giovane, con i capelli neri e il viso levigato.
Quando lavorava per la British Antarctic Survey,
aiut a restaurare le baracche della ricerca di rilevamento
topografico disseminate nel continente e, in seguito, aiut
a smantellarle. Lo scorso inverno mi ha detto di aver aiutato
a smantellare la baracca della Stazione J di Prospect
Point, chiaramente in conflitto con gli ordini di rimuoverla.
Scelta difficile ha detto, preservare la storia o preservare
il continente. Siamo diventati compagni di lotta
nel guidare i turisti maldestri attraverso i ghiacci.
Eppure, Nigel tende a dimenticare che non  qui per
conto suo, che quando fa parte dello staff del Cormorant,
ha sempre gli occhi di tutti puntati addosso: non solo di
Glenn, anche dei turisti. E a quanto pare, quando ha deciso
di scalare il fianco scosceso di un promontorio sotto
lo sguardo di un gruppo di turisti, qualcuno l'ha imitato,
e ora quel qualcuno  nei guai. Richard ha scalato circa sei
metri, ma adesso  bloccato: troppo in alto per saltar gi,
e troppo instabile per continuare a salire.
Thom  alla radio, sta raccontando a Glenn quello che
succede, e nello stesso tempo Keller si avvicina alla falesia,
gridando a Richard dal basso mentre Nigel gli grida dall'alto.
Attraverso la foschia grigiastra, cade una neve leggera,
rendendo scivolose le rocce cui Richard sta cercando
di aggrapparsi con le mani nude e gli stivali di gomma.
Nell'avvicinarmi, lo vedo tentare una presa migliore, con
tutto il corpo che gli trema per lo sforzo di stare fermo.
Il suolo a sei metri sotto di lui  roccioso e accidentato, e
spero non abbia guardato gi.
Nigel tiene Richard agganciato con lo sguardo, e anche
se la sua barba trapunta di fiocchi di neve gli copre quasi
interamente la faccia, vedo che  serio, concentrato.
Resta dove sei! grida Keller a Richard. Non muoverti.
Ma al suono della sua voce, Richard si gira, e nel farlo
si sbilancia e alcune rocce gli si sgretolano sotto gli stivali,
ruzzolando verso di noi.
Resisti! gli urla Nigel.
Richard  riuscito a trovare un solido pezzo di roccia e si
avvinghia alla falesia, stabile per il momento, le spalle che
singhiozzano a ogni singolo respiro. Non resister a lungo,
e quando mi rendo conto di quello che potrebbe succedere
 il mio stesso respiro a farsi corto. Un turista morto sotto
la nostra sorveglianza. Per colpa sua, ma non avrebbe
alcuna importanza. Non sarebbe dovuto venire qui. Non
appartiene a questo luogo. In realt, vale per chiunque di
noi. Osservo il tremore del suo corpo, le braccia e le gambe
che lottano per mantenere la presa, e improvvisamente
mi sembra che a tremare sia la falesia stessa, mentre l'isola
ci sussulta sotto i piedi, come se questo vulcano da lungo
assopito si stesse risvegliando, pronto a rivendicare l'isola,
il continente intero, da tutti noi che pezzo dopo pezzo
facciamo la nostra parte nel distruggerlo. Ho la sensazione
che si sia sull'orlo di un disastro, come se la falesia potesse
andare a pezzi da un momento all'altro, come se i mari
potessero cominciare a bollire, come se potessimo essere
tutti seppelliti in un altro strato di carcasse, ossa su ossa: la
vendetta finale della dea Gaia per tutti i torti subiti.
Nigel si  arrampicato pi su di circa tre metri, fino a un
piccolo plateau, e adesso, ventre a terra, sta calando una
fune verso Richard. Nel frattempo, Keller ha cominciato a
scalare il fianco della falesia e si trova a circa met strada
fra Richard e il suolo.
Da sotto, Keller agguanta la fune, se l'avvolge intorno
alla mano. La presa di Richard si allenta, mentre il suo
corpo comincia a perdere aderenza, ma Keller allunga una
mano, afferrandolo per il polso.
Precipitano entrambi, dapprima velocemente, poi la
fune si tende facendoli urtare con violenza contro la parete.
Nigel scivola in avanti sulla pancia, le braccia puntate
contro le rocce sul bordo mentre lotta per non essere trascinato
gi.
Keller stringe il polso di Richard con una mano nuda,
mentre con l'altra  aggrappato alla corda, che deve essergli
penetrata dolorosamente nella carne.
Nigel lascia andar gi la fune a grande velocit, quasi
da caduta. Richard scende strisciando contro la parete frastagliata.
Keller si tiene saldamente a Richard, ma l'altra
mano comincia a scivolare lungo la corda. Arrivati a circa
due metri da terra, la fune infine sfugge inevitabilmente
alla presa di Keller, ed entrambi cadono sulla sabbia costellata
di pietre e neve.
Oh mio Dio.
Non avevo nemmeno notato che Kate stesse assistendo
alla scena accanto a me. Si precipita da Richard, gli indumenti
invernali indossati di nuovo in fretta e furia, l'orlo
dei pantaloni da sci impigliato negli scarponi, il giaccone
slacciato.
Aiuta Richard a rialzarsi. Stai bene? gli domanda,
suonando pi contrariata che preoccupata.
Credo di s.
M'inginocchio accanto a Keller mentre lui si rimette in
piedi, la mano lacerata e insanguinata. Oh, no.
Va tutto bene dice. Si toglie la bandana e se la lega
intorno al palmo, il sangue ne scurisce il tessuto.
Con Thom adesso al suo fianco, Richard prova a fare un
passo, poi un altro. Quando abbassa il viso per esaminarsi
il corpo, quasi a sincerarsi di essere ancora intero, noto un
dischetto beige dietro il suo orecchio: un cerotto contro il
mal di mare. Tiene la testa bassa per qualche istante, l'aria
imbarazzata. Finalmente si gira a guardare Keller, poi
guarda su verso Nigel, che sta discendendo con cautela la
parete della falesia. Non guarda sua moglie.
Grazie dice rivolto a Keller, evitando tuttavia i suoi
occhi. Da terra non sembrava cos difficile.
Poi si avvia verso il punto di imbarco. Le spalle basse, il
passo esitante e goffo.
Kate lo fissa con espressione incredula. Quando Thom
le allunga il giaccone di Richard, lei getta un'occhiata alla
mano fasciata di Keller. Mi dispiace dice.
Ma Keller ha lo sguardo puntato oltre lei, mi giro e
vedo Glenn che si sta avvicinando, con la camminata rapida
e determinata tipica di quand' incazzato. Nigel adesso
 a terra, intento a raccogliere la fune. Anche lui ha le mani
graffiate e sanguinanti.
Glenn pianta i piedi e fulmina Keller con gli occhi.
Dovevo immaginarlo. C' un posto su questo pianeta
dove puoi andare senza creare problemi?
Non  colpa sua, Glenn dice Thom. Keller e Nigel
hanno salvato la vita a quel tipo.
Tanto per cominciare, quel passeggero non sarebbe
dovuto essere lass.
Cosa dovremmo fare, incatenarli alla spiaggia? Non
riesco a impedirmi di intervenire in difesa di Nigel. Se
l' svignata lass prima che Nigel potesse fermarlo. Non
possiamo controllare i pazzi.
Questo non ti riguarda. Glenn lancia uno sguardo
truce prima a me, poi a Keller. Vorrei parlare con Nigel
dice gelido, facendo un cenno verso Kate che, non me n'ero
accorta,  ancora qui e ha sentito ogni singola parola.
Thom le prende il braccio, e io e Keller li raggiungiamo
mentre cominciano a tornare verso il punto di sbarco.
Suo marito  sempre cos scavezzacollo? chiede
Thom a Kate.
Lei scuote la testa, visibilmente turbata. No. Per
niente.
Dovrebbe dirgli di staccarsi il cerotto contro il mal di
mare intervengo io. Quelle cose generano strani effetti
collaterali.
Appare allarmata. Di che tipo?
Nel corso di un viaggio, circa sei anni fa, un uomo 
venuto da me durante uno sbarco chiedendo dove si trovava:
non aveva la minima idea di essere in Antartide. Portava
uno di quei cerotti e, una volta rimosso, si  ripreso
completamente nel giro di dodici ore. Non tutti soffrono
effetti collaterali, ma quando si presentano possono essere
seri.
Di ogni tipo rispondo a Kate. Vista annebbiata,
confusione... in rari casi, allucinazioni. Sto solo dicendo
che, se questo non  da lui... chiss, potrebbero essere i
medicinali. In ogni caso, dovrebbe portarlo dal medico di
bordo. Assicurarsi che stia davvero bene.
Lei annuisce, e ha un'aria cos sopraffatta da farmi sentire
in colpa per non essermi rivolta a lei con pi delicatezza.
Mi dispiace per la sua mano dice a Keller.
Non se ne preoccupi.
Richard ci sta aspettando al punto di imbarco, occhi a
terra, e Thom li aiuta entrambi a salire a bordo dello Zodiac.
Sento la mano di Keller sulla schiena.
 meglio che vada dice. Sono stato qui gi troppo
a lungo.
Non voglio che se ne vada - c' ancora cos tanto da
dire - ma quando mi guardo indietro e vedo Glenn e Nigel
che si stanno avvicinando, capisco che non ne abbiamo
il tempo.
Keller trascina lo Zodiac in acqua e, con un piede sul
gommone, si china a baciarmi un'ultima volta. Nell'avvicinarmi
pi che posso, attraverso la gomma degli stivali
sento l'acqua gelarmi. La sua bocca mi sembra diversa,
adesso, e non  solo per le labbra screpolate dal vento e il
pizzicore della barba;  pi sciolto, e nel suo tocco c' una
docilit mai avvertita prima, manca della solita veemenza,
quasi questa fosse scivolata via come la vita che voleva lasciarsi
alle spalle, a Boston. Forse c' finalmente riuscito.
Dopo che ha girato il gommone e si  allontanato dalla
riva, mi sfilo nuovamente il guanto e osservo l'anello. Non
 affatto quello che immagino che una donna possa desiderare:
un pezzo di metallo riciclato con un frammento
di pietra marmorizzata al centro.  bellissimo.  perfetto.
Subito dopo l'annuncio che la cena  servita, gironzolo
per la biblioteca di bordo, tanto per ammazzare il tempo
per qualche minuto. Noi naturalisti raggiungiamo la
sala da pranzo sempre per ultimi, in modo da poter occupare
i posti lasciati vuoti. Passo in rassegna gli scaffali,
cercando qualcosa per distrarmi.
Scorgo un libro su un tavolo e lo prendo. Solo, il libro
di Byrd. Mi chiedo per un istante chi l'abbia tirato gi dallo
scaffale oggi pomeriggio, chi possa essersi seduto qui a
leggerlo, magari lasciandolo momentaneamente per ritornarvi
pi tardi.
Penso a Keller, che ha abbracciato la solitudine dopo
la rottura del suo matrimonio. Se non altro lui  gi stato
sposato una volta e ci vuole riprovare. Tutta la mia vita 
stata fatta di statistiche e inventari, censimenti e ipotesi.
Quelli come Kate pensano che io sia una di mondo solo
perch mi hanno incontrata alla fine del mondo, ma in realt
il mio mondo  molto piccolo.
Per la maggior parte del tempo mi preoccupo degli
uccelli; di rado mi sono concessa di cedere al fascino dei
maschi della mia specie. C' stato Dennis. C' stato Chad
al college, che non ha mai saputo fino a che punto mi avesse
cambiato la vita. C' stato un professore durante la specializzazione,
un ornitologo con il doppio dei miei anni.
E successivamente la mia vita sentimentale si  limitata a
poco pi di qualche sporadico appuntamento al buio organizzato
da Jill e da altri colleghi d'universit preoccupati
che io non uscissi abbastanza. Alla fine cedevo, scioglievo i
capelli, indossavo qualcosa che non fossero pantaloni cargo
e pile: ma niente durava pi di qualche settimana, un
paio di mesi al massimo. Alla fine rompevo, o il tizio mi
liberava dal disturbo congedandosi per primo.
Viaggiare, naturalmente, fa delle relazioni una vera e
propria sfida, anche se forse  soltanto una scusa. Ho pensato
spesso che la mia brama di vedere il mondo derivi
dalle lunghe assenze di mio padre. Il lavoro lo tratteneva
in varie citt del paese pi spesso di quanto non lo tenesse
a casa, era raro vederlo perfino nei giorni di festa. Mi ero
convinta che qualsiasi cosa ci fosse l fuori doveva essere
molto pi allettante di qualsiasi cosa fosse a casa nostra
nel Missouri.
Fu inoltre lui ad alimentare la mia curiosit. Quando
era a casa mi portava a caccia di fossili, che a St. Louis
significava scavi geologici amatoriali nei fianchi delle autostrade.
Mio padre lasciava la carreggiata principale, e
lungo una scorciatoia della I-170, trovavamo conchiglie
di crinoidi e coralli, dissotterrate dagli operai dell'impresa
edile che aveva scavato le colline di calcare. Tutto questo
un tempo era sott'acqua mi raccontava mio padre, indicando
con il braccio il piatto panorama suburbano. Proprio
qui dove ci troviamo noi... c'era il fondo del mare.
Ero vagamente consapevole di quanto mia madre disapprovasse
queste escursioni, il fatto che mio padre tornasse
a casa dopo una settimana o due di assenza e ripartisse subito
con me per quelle che lei chiamava sciocche cacce al
tesoro. Ma di questo non parlavamo mai - il diniego, per
noi, ci veniva naturale quanto respirare - e la sua infelicit
traspariva velatamente pi in commenti casuali che in veri
e propri discorsi.
Anch'io ho imparato a tacere, avendo appreso fin da
subito quanto fosse rischiosa la curiosit, dire ci che si
pensa, fare le domande sbagliate. Agli inizi di un'estate di
quando avevo circa otto anni, frugando nella ventiquattrore
che mio padre aveva lasciato sul letto mentre faceva
i bagagli per un altro viaggio di lavoro, avevo notato qualcosa
di colorato - un lampo di rosso e rosa - e d'istinto
allungai una mano. Tirai fuori un biglietto d'auguri con
un cuore ad acquarello sul davanti, e mentre lo aprivo mio
padre me lo strapp di mano. Ero riuscita a cogliere solo
la parola amore.
Deborah disse in tono brusco. Faresti meglio a non
ficcare il naso fra le mie cose.
Non mi aveva mai parlato con toni tanto bruschi. E non
mi aveva mai chiamata Deborah.
 per la mamma? domandai.
Una pausa. S. Certo.
Ma il suo compleanno sar solo a novembre.
 una sorpresa rispose. Perci non dirle niente,
d'accordo? Sar un compleanno molto speciale.
Alla fine di novembre me l'ero gi dimenticato. Il giorno
del Ringraziamento di quell'anno mio padre era a casa,
ed era ancora in citt la settimana dopo, per il compleanno
di mia madre. In quei giorni c'era stata una bufera di neve,
e io uscii per aiutarlo a spalare il vialetto. Quando c'era
troppo freddo e gelo per andare a caccia di fossili, questa
era una delle rare occasioni in cui potevamo stare insieme.
Mentre lui spalava la neve da un lato del nostro lungo
vialetto, io la compattavo in un corto e spesso muretto.
Quando ebbe finito, mi aiut a guarnirlo con delle torrette
e dei mini pupazzi di neve come guardiani.
Ricordo il modo in cui mi sorrise: i suoi occhi, di solito
fissi su qualcosa in lontananza, stavolta guardavano direttamente
nei miei.
Pi tardi, portammo mia madre a cena da Pasta House
- dove servivano i ravioli tostati, il mio piatto preferito - e
poi, rientrati a casa, la facemmo sedere al tavolo in sala da
pranzo e mio padre le offr la torta di compleanno. Confezionata
da Schnucks, ma anche fosse stata del supermercato
era pi di qualsiasi sforzo avesse fatto da anni. Con me
e Mark in piedi accanto a lei, mamma sembrava anch'essa
una bimba mentre soffiava sull'unica candelina; dopodich
si apprest ad aprire il biglietto e il pacchetto lungo e
sottile fasciato in carta da regalo posato sul tavolo.
Dopo che mio padre l'ebbe aiutata a indossare il fine
braccialetto d'oro che le aveva regalato, lei apr il biglietto:
fu in quel momento che mi torn in mente. Non  quel
biglietto con i cuori sopra dissi.
Mio padre contrasse le labbra e non disse nulla. Il coltello
che Mark stava usando per tagliare la torta si blocc
in fondo alla fetta e l rimase, e il viso di mia madre parve
contrarsi su se stesso, come un pallone sgonfio. Non ricordo
nemmeno come termin quella nostra festicciola.
Ricordo solo il silenzio che ne segu e che infine divenne
la norma.
Non sapevo che un tempo mia madre fosse stata diversa
finch non trovai una vecchia fotografia di lei e mio padre,
sepolta in un cassetto della credenza in sala da pranzo.
Sembrava estate e sedevano insieme su un terrazzino, appoggiati
alla ringhiera, mio padre alle spalle di mia madre,
le braccia allacciate alla vita di lei. Ridevano guardando
qualcosa che accadeva a sinistra della fotografia. Mio padre
aveva in mano una sigaretta; mia madre, un bicchiere
di vino; portavano i capelli lunghi e gli abiti ampi. Quando
vidi la foto li riconobbi a stento - era cos raro vederli
insieme, adesso, e cos raro vederli sorridere - e per molto
tempo, in seguito, li ho studiati con attenzione, cercando
di ritrovare la figura una volta esile di mio padre, di immaginare
il viso florido e felice di mia madre.
Crescendo, Mark fece di tutto per prendere il posto di
mio padre durante le sue lunghe assenze. Svolgeva tutti i
compiti di pap. Era l'ultimo ad andare a letto, dopo aver
fatto il giro della casa per spegnere le luci ed essersi assicurato
che le porte davanti e sul retro fossero chiuse a chiave.
Le sere d'estate presidiava la griglia, con mia madre che gli
passava un piatto con pezzi di maiale e pannocchie di mais
avvolte in alluminio, mentre insieme io e lei preparavamo
uova alla diavola e insalata, e aprivamo lattine di frutta.
Perch mia madre non abbia mai lasciato mio padre,
non lo so; forse l'avrebbe voluto fare, magari ci aveva
provato. Trascorreva molto tempo in preghiera. A dodici
anni, quando arrivarono le mie prime mestruazioni
- non mi aveva mai preso da parte per farmi il discorsetto,
nonostante le lezioni di educazione sessuale e di
biologia, mi ci volle mezza giornata per capire cosa stava
succedendo -, mi fece cenno di uscire dalla stanza, come
sempre, senza aprire gli occhi n sollevare la testa. Frugai
nello stipetto sotto il lavandino del suo bagno e presi uno
dei suoi tamponi. Trascorsero altri due mesi prima che se
ne accorgesse.
All'epoca, il mio miglior amico era un non umano.
Quando quell'anno mio padre venne a casa per il mio
compleanno, mi port in un rifugio perch adottassi una
gatta: una tigrata arancione che chiamai Ginger. L'aveva
fatto all'insaputa di mia madre, e quando rientrammo lei
rifiut di farla entrare in casa. Non voglio sporcizia e
pulci in casa mia ci disse. Mi fu concesso di sistemare
una cuccia per Ginger nel garage; lei trascorreva le sue
giornate all'aperto, e mio padre le install una gattaiola.
Ma la notte lasciavo aperta la finestra della mia cameretta,
e quando la chiamavo lei saliva dalla grondaia del
tetto e saltava dentro. Alla fine, quando aprivo la finestra
me la ritrovavo gi l che aspettava. A volte mi portava
un topo morto, che io gettavo gi in giardino. Ginger mi
stava rannicchiata accanto tutta la notte - mi piaceva sentire
contro di me il suo corpicino peloso, il lieve battito
del suo cuore - e mi svegliava ogni mattina all'alba, prima
che i miei genitori si alzassero, quasi sapesse che saremmo
state entrambe punite se ci avessero beccato, e io aprivo la
finestra perch potesse sgattaiolare fuori.
Il regno animale mi era sempre parso pi interessante
di quello umano, ma fu solo quando osservai i pinguini di
Adelia nutrire i loro piccoli che vidi la mia famiglia riflessa
nel loro comportamento. La femmina degli Adelia obbliga
i suoi soffici pulcini color carbone a rincorrerla qua e l
per il cibo; i pulcini si ruzzolano addosso l'un l'altro per
mangiare, e uno resta invariabilmente pi affamato degli
altri: ma la loro madre vuole assicurarsi che il pulcino pi
forte, quello che avr pi possibilit di sopravvivere e di
dar vita a una nuova generazione, abbia l'attenzione migliore,
la maggior quantit di cibo. Per mia madre, io ero
il pulcino pi debole: non appena si rese conto che ero pi
interessata alla specializzazione che al matrimonio, concentr
le sue attenzioni su mio fratello che si spos con il
suo amore del college, Cheryl, e rimase nella periferia di
St. Louis a recitare per tutto l'anno il ruolo di figlio devoto,
senza alcun bisogno di viaggiare. Quando chiamai casa
per dire a mia madre che ero stata accettata alla scuola
di specializzazione, mi chiese: Hai saputo che Cheryl  di
nuovo incinta? Tutto l.
Sospetto che avesse rivolto l'attenzione su mio fratello
non solo perch lui aveva rimpiazzato mio padre in tanti
modi, ma perch per lei rappresentava la sola altra possibilit
di famiglia: Mark e Cheryl, la coppia felice, e i loro
tre bambini. Mark non aveva mai infranto o piegato le regole
a proprio vantaggio; non c'era nulla che riteneva non
spettasse a lui o, quantomeno, non ne fece mai parola. Io
ero stata quella che aveva obbligato mia madre a riconoscere
ci che non aveva voluto vedere, e credo che questa
non me l'abbia mai perdonata.
 emerso con chiarezza sei anni fa, l'ultima volta che
sono andata a trascorrere a casa le feste. Mentre aiutavo
mia madre a preparare la cena di Natale, la vidi mettere un
segnaposto per mio padre sul tavolo della sala da pranzo,
nonostante negli ultimi due anni non fosse mai venuto a
casa per Natale. Prima, mi aveva mandato al negozio di
liquori per comprare il suo Scotch preferito perch l'avevamo
finito. E quando gettai le cipolle tritate nel ripieno
vegetale che stavo preparando, ebbe un sussulto e insistette
perch le togliessi. Tuo padre le odia le cipolle, non ti
ricordi? mi chiese.
Abbassai lo sguardo sulla terrina, le cipolle erano ancora
in cima, sospirai e cominciai a toglierle con il cucchiaio.
Lei, rimasta a controllare alle mie spalle, indic alcuni
pezzetti che erano scivolati gi finendo da un lato della
ciotola.
Quando la smetterai? le dissi. Solo perch fai tutto
in modo perfetto non significa che lui apparir come per
magia.
Mi fiss con quei suoi occhi grigi e spenti, allung una
mano e afferr sgarbatamente la ciotola. Allora lascialo
fare a me disse.
Mamma...
Prese un coltello e cominci a grattar via il resto delle
cipolle dal tagliere al secchio dell'immondizia. Se questo
per te  aiutare, non ne ho bisogno disse, agitando il
coltello verso di me, come per aggiungere enfasi alle sue
parole. Vai pure.
Indugiai l per un momento, ma lei mi ignor, cos lasciai
la cucina e uscii dalla porta sul retro, consolandomi
con il freddo.
Adesso guardo dalla finestra panoramica della biblioteca,
dubitando di essere attrezzata per ci che mi aspetta
- matrimonio, maternit - visto che la mia relazione con
Keller finora  stata tanto precaria quanto lo  la vita dei
pinguini. Per noi, come per loro, tutto dipende dal tempismo
quasi perfetto, e mentre fisso l'anello che mi ha regalato,
per quanto finalmente io voglia riunire le nostre due
vite per sempre, mi chiedo tuttavia se per me, il pulcino
pi debole, un simile futuro sia del tutto possibile.
...
.
...
Un anno prima del naufragio.
Isola di Booth.
...
.
...
Abbiamo trascorso la mattinata sull'isola di Booth, accompagnando
in escursione i turisti, e adesso, mentre sul
Cormorant i passeggeri finiscono di pranzare per poi dedicarsi
al pisolino del pomeriggio, io e Keller stiamo completando
l'elaborazione di un censimento sui pinguini di
Adelia. Ci siamo separati per coprire l'intera colonia nelle
tre ore che abbiamo a disposizione e, intenta a studiare gli
uccelli nei nidi rocciosi che ho davanti, l'ho perso di vista.
L'obiettivo del progetto di questa stagione  stato di
fare un conteggio degli Adelia durante il periodo di punta
della deposizione delle uova - portato a compimento due
mesi fa da Thom e da un altro ricercatore del Progetto - e
di nuovo verso la fine, cosa che io e Keller effettueremo
fra altri due mesi, durante il nostro ultimo viaggio, proprio
quando i pulcini saranno pronti a mettere le piume.
Ma adesso, nel bel mezzo della stagione riproduttiva,
la situazione non sembra buona: uova rotte sono sparse
ovunque per la colonia, con gli skua appollaiati sulle alture,
in attesa di piombare su pulcini raminghi o abbandonati.
Mi fermo a osservare un Adelia seduto su un uovo, sapendo
che non c' modo che il pulcino al suo interno riesca
a farcela. Quando torneremo per il conteggio finale,
i suoi genitori si staranno gi dirigendo a nord, e lui non
sar abbastanza cresciuto per mettere le piume. Incapace
di cavarsela da solo, morir di fame, o finir preda degli
skua. Qualche metro pi in l, due pulcini gonfi di piume
color antracite siedono da soli su una roccia, tremanti, pigolando
per avere cibo. Se uno dei genitori non si far vivo
al pi presto, non sopravviveranno a lungo.
Come scienziata, questo non dovrebbe straziarmi il
cuore, eppure lo fa.
Indugio un momento osservando i pulcini, tentata di
prenderli, di avvolgerli nel calore del parka e di portarmeli
a casa.
Torno al punto di sbarco per riunirmi con Keller. La
spiaggia  deserta, il che  assurdo, siamo arrivati insieme
a bordo di un solo Zodiac, e non ho sentito il motore riavviarsi.
Anche se non  che si riesca a sentire molto al di
sopra del fischio del vento e dei suoni degli uccelli.
Provo una staffilata di terrore al pensiero di quanto sarebbe
inconcepibile se dovesse succedergli qualcosa. C'
stata una certa distanza fra noi nel corso di questo viaggio,
fatto non del tutto insolito: durante questo tipo di spedizioni
siamo poco pi che compagni di equipaggio, non disponiamo
di tempo o spazio per molto altro. Spesso vorrei
tanto essere di nuovo con lui a McMurdo, e poterci stare
per sempre: lavorando alla manutenzione o nelle cucine,
nello spaccio o nel bar. Solo per stare insieme.
Adesso, qui da sola sulla spiaggia a chiedermi dove sia
finito, decido di chiamarlo via radio. Ma poi vedo uno Zodiac
in avvicinamento:  lui, gli occhiali da sole tempestati
di spruzzi di mare.
Cazzo, era ora dico, cercando di mascherare il mio
sollievo. Qualcuno te l'ha detto che non  gentile lasciare
una persona da sola su un'isola?
Lui risponde con un sorriso e ferma lo Zodiac a pochi
metri da riva: Salta su.
Guado il breve tratto con l'acqua quasi alle ginocchia,
sentendone il gelo bruciante attraverso gli stivali. Keller
mi tende la mano per aiutarmi a salire a bordo. Non appena
ci allontaniamo da riva d gas al motore, bordeggia la
costa girando intorno a una piccola collinetta incappucciata
di neve.
Dove stiamo andando?
Vedrai.
Mi rivolge la schiena, sicch non leggo bene le sue intenzioni.
Ne osservo i movimenti delle spalle mentre pilota
la barca, le mani screpolate dal freddo sulla barra
del timone. Continua a stupirmi che questo lavapiatti-ex-
avvocato sappia di questi uccelli e di queste isole quasi
quanto ne so io.
Gli iceberg ci sovrastano di decine, centinaia di metri,
le sommit bianche e scoscese scavate dalle venature
blu del ghiaccio pi antico. Sotto la superficie, il ghiaccio
si apre a ventaglio conferendo al mare una sfumatura di
un verdeblu caraibico. Pi avanti, su un piccolo iceberg
intriso di indaco, un sottogola sbatte le ali come per salutarci.
Poi si getta ventre a terra e scivola tuffandosi nelle
profondit.
Mentre fisso lo sguardo sulla parete bianca dell'iceberg
pi grosso, la cui crosta frastagliata rivela il blu intenso del
ghiaccio pi vecchio nelle sue profondit, mi chiedo se io
e Keller potremmo mai invecchiare insieme con tanta bellezza,
se riusciremmo a resistere in un mondo dove tutto si
scioglie e scompare.
Keller scivola dolcemente in un'insenatura rocciosa
dalle pareti a picco. Sopra di noi, una colonia di Papua 
accoccolata sulle colline terrazzate ricoperte di neve e muschio.
Keller salta nell'acqua che gli arriva alle ginocchia
e trascina lo Zodiac pi a riva, poi mi allunga la mano per
aiutarmi a scendere.
Mentre ci inerpichiamo sulle rocce color ardesia verso
la base della collina, dice: C' qualcuno che vorrei che tu
incontrassi.
Mi guida su verso la colonia, tenendosi alla larga dai
sentieri dei pinguini. Quando gli passiamo accanto, gli uccelli
reagiscono con un coro di brontolii: lo stesso suono
che adoperano per tener lontani gli skua.
Che ci sei venuto a fare qui?
Siediti mi dice per tutta risposta, indicando un'ampia
e piatta lastra di granito. Quando mi siedo sul bordo,
mi fa segno di andar pi in l, e mi sposto un po' pi verso
il centro. Bene... proprio l dice.
Che diavolo hai in mente, Keller?
Lo vedrai. Mi si siede accanto, e trattengo il fiato per
un momento, rendendomi conto che per la prima volta
dall'inizio di questo viaggio siamo completamente soli:
lontani dalla nave, dall'equipaggio, dai passeggeri, senza
gli occhi addosso di nessuno, pinguini a parte.
Ma Keller sta guardando dritto davanti a s, verso i Papua,
come se io nemmeno fossi qui. Da questa altezza riesco
a vedere la distesa del mare grigioverde oltre il profilo
degli iceberg. Il sole comincia a far capolino dalla nebbia,
producendo una foschia argentea, e il suo riflesso sfumato
si specchia sulla superficie dell'acqua, illuminando i blocchi
di ghiaccio pi piccoli che galleggiano verso gli iceberg
simili a gradini.
Che bel posto dico. Non credo di essere mai stata
qui.
Sorride e si spinge gli occhiali in cima alla testa, come
per avere una visione pi chiara. Indica con il capo la punta
tagliente delle rocce color acciaio che sorgono come guglie
dai fianchi della collina. Sembrano cattedrali, vero?
Con il suono dei pinguini che mi riempie le orecchie,
penso all'ultima volta che sono entrata in una vera cattedrale,
la Cattedrale di St. Louis, quando per l'ultima
volta ho trascorso il Natale a casa. Con la mia tabella di
marcia  facile saltare le feste; di solito sono in partenza
per l'Antartide, diretta a casa o a bordo. Mando biglietti
d'auguri e regalini per i figli di mio fratello, e lascio un
messaggio vocale quando so che sono alla Messa di mezzanotte.
Durante il resto dell'anno resto in contatto con
ognuno di loro, separatamente, via email, e per telefono
in occasione dei compleanni. Viviamo ciascuno la propria
vita, e i miei inverni li trascorro con coloro di cui
riconosco meglio i comportamenti: i sottogola, i Papua,
gli Adelia.
E Keller. Sediamo su questa roccia insieme, in silenzio,
vicini. Dopo qualche minuto, un Papua solitario, un maschio,
esce dalla colonia e comincia a bighellonare verso di
noi. Osservo la sua testa ondeggiante: nera, con due volute
bianche sopra agli occhi, simili a pennellate di ombretto.
Le due tracce si incontrano in una striscia sottile in cima
alla testa e sono cosparse di puntini bianchi, come sale
versato. Solleva il becco arancione per aria.
Ecco il giovanotto che volevo che tu incontrassi dice
Keller.
Rido. Vi conoscete?
L'ho chiamato Ammiraglio Byrd.
Ammiraglio Byrd? Mi ci vuole un attimo, poi ci arrivo.
Ah, da Richard Byrd.
Mentre il pinguino si avvicina, io resto immobile. Ho le
gambe distese davanti a me, le caviglie incrociate, e il pinguino
balza sulla punta dei miei stivali cui riserva alcuni
curiosi colpi di becco.
Gli ho messo una targhetta lo scorso anno dice Keller.
Mi era venuto dritto incontro, era montato sui miei
stivali, mordicchiandomi l'attrezzatura.
Byrd gira la testa di lato per guardarci entrambi. Comincia
a gironzolare verso il bordo della roccia.
Rilassati dice Keller. Ecco, tira su le gambe. Con
le mani sulle mie ginocchia, mi guida le gambe in un'altra
posizione: le cosce perpendicolari al suolo, i piedi poggiati
a terra, le ginocchia leggermente divaricate.
Mentre mi concentro sulle gambe, Ammiraglio Byrd
balza su, di pietra in pietra, e un momento dopo me lo ritrovo
accanto. E alto sui sessanta centimetri, e da dove sto
seduta riusciamo a guardarci negli occhi. Noto la targhetta
metallica nel punto dove l'ala sinistra si unisce al tronco.
Stai scherzando dico.
Lascio cadere le mani. Ammiraglio Byrd fa qualche altro
passo, poi con una mossa svelta e inelegante, mi si catapulta
in grembo cascando di pancia.
Sussulto sotto il suo peso sorprendente; in tutti i miei
anni di ricerca, non mi sono mai ritrovata un pinguino in
grembo cos, rilassato come un gatto. Mi afferro con le
mani alla roccia per mantenermi in equilibrio, premendo
i piedi nella neve.
Ha l'aria un po' pi pesante quest'anno dice Keller.
Allunga una mano verso la mia e mi sfila il guanto. Mi
copre il dorso della mano con il suo palmo e la piazza sul
manto di piume nere di Ammiraglio Byrd.
Il nostro solito contatto con i pinguini non assomiglia
a niente del genere; li tocchiamo solo per applicare le targhette,
per pesarli, per fare tutte le cose spiacevoli ma necessarie
a conoscerli e, si spera, infine a salvarli. Detesto
sapere che ogni volta che li avviciniamo potremmo abbreviarne
la vita, che ogni contatto dev'essere per loro puro
terrore, anche se si tratta di pochi istanti.
Timidamente, scorro la mano lungo il suo dorso, sulle
piume lisce, soffici e compatte. Ne sento il battito cardiaco
attraverso lo strato sottile dei miei calzoni idrorepellenti.
Un giorno dice Keller, me ne stavo seduto sulla
neve a prendere appunti, e lui mi  balzato in grembo.
Non riuscivo a crederci. Stamattina me la sono svignata
qui, durante la colazione, per vedere se c'era ancora. L'ho
riconosciuto anche prima di controllargli la targhetta.
Cos' successo? Cio, come ha fatto a diventare cos
socievole?
Non ne ho idea. Pensavo che fosse qualcosa di irripetibile.
Quando mi  saltato in grembo quella prima
volta ho pensato che fosse malato, o che stesse morendo.
Non ero sicuro che l'avrei rivisto. E anche quando  successo,
non sapevo se lo avrebbe rifatto, non fino a questo
momento.
Potrebbe essere un progetto del tutto nuovo per te. Il
pinguino che credeva di essere un cagnolino da salotto.
Qualche minuto dopo, Ammiraglio Byrd solleva la testa
e si dimena in avanti. Keller si sposta per fare spazio mentre
Byrd si muove goffamente, si spinge con cautela gi dal
mio grembo e balza dalla roccia, con la lenta pazienza con
cui era arrivato. Entra prudentemente in acqua, come per
misurarne la temperatura, poi si tuffa di testa.
Mi giro verso Keller. Mi sta guardando, sorride strizzando
leggermente gli occhi al sole che si sta aprendo un
varco. Ha ancora in mano il mio guanto e me lo porge. Lo
prendo, ho la mano fredda e insudiciata dalle piume del
pinguino. Mi alzo, e mi giro per osservare il panorama da
un'altra angolazione.
Mi piace qui. Niente spazio per gli sbarchi. Solo noi e
Ammiraglio Byrd.
E circa un migliaio di altri Papua.
Mi hai nascosto delle informazioni dico. Non sapevo
che fossi stato qui.
Non nascondo niente. Mi guarda. Volevo solo sorprenderti.
Il fatto che io sia del tutto qui...  solo grazie
a te. Per una volta volevo mostrarti qualcosa che tu non
avevi ancora visto.
Sostengo il suo sguardo, ricordando quella prima volta
che ci siamo baciati, mentre osservavamo gli Adelia; ricordando
come mi avesse seguita, giorno dopo giorno, con
quella sua insaziabile curiosit per gli uccelli. Dunque,
sei tu adesso il mio insegnante.
Gli allaccio le braccia al collo e me ne sto l appollaiata,
come Ammiraglio Byrd si era appollaiato su di me. Rimaniamo
cos a lungo, con il vento a scompigliarci i capelli, a
frustarci i giacconi. Mi sciolgo per prima dall'abbraccio e
guardo verso il mare, dove Ammiraglio Byrd alcuni minuti
fa si  inabissato. Quando mi giro verso Keller, accenna
allo Zodiac. Sar meglio rientrare dice.
Sto in piedi accanto a lui, siamo completamente soli, e
cerco di non pensare al dopo, a quando non lo saremo pi.
Ogni volta che ci separiamo avverto una tensione dentro,
simile a un elastico teso quasi al limite dell'inconsistenza,
ma quando siamo insieme Keller riesce a placarmi, proprio
come riesce a fare questo paesaggio; c' in lui un senso di
calma, una pace quieta, che quando ci separiamo non riesco
per a trattenere. Vorrei tanto poter restare qui, sola
con lui e con i pinguini, per costruirci il nostro nido fra le
rocce, trovando il modo di sopravvivere.
Keller mi guarda come se intuisse ci che sto pensando,
ma non si muove. Nessuno dei due lo fa, per due lunghissimi
minuti. Poi si allontana. Andiamo dice. Si sta
facendo tardi.
Io non voglio andarmene e Keller, quasi lo avvertisse,
resta ad aspettare, permettendomi di dare un'ultima lunga
occhiata tutt'intorno. Alla fine ci incamminiamo verso
la spiaggia. Montiamo sullo Zodiac e mentre mi siedo sul
bordo di gomma e lui accende il motore, dico: Sono felice
di averti incontrato.
Mi sorride, poi si gira, gli occhi concentrati avanti a s,
e ci allontaniamo velocemente dall'isola.
...
.
...
Due giorni prima del naufragio.
Prospect Point.
(6601'S, 6521'O).
...
.
...
Sono a met corsa sul tapis roulant, a un'intensit inferiore
del solito e con in testa il pensiero di quando potr
tornare al business center per telefonare a Keller. Ci sono
passata prima, ma il telefono era occupato, e mi sono messa
in attesa. Ci sono poi tornata una seconda volta, e stava
parlando ancora lo stesso tizio: una telefonata d'affari, almeno
all'apparenza.
Le pareti del centro fitness della nave sono di vetro, e
mentre continuo a riavvolgere nella mente il nastro della
nostra possibile conversazione, i miei occhi restano fissi su
un iceberg in lontananza.
Aspetto un bambino. O forse dovrei dire, aspettiamo
un bambino. Non  quello che dicono sempre le coppie?
La gioia nella sua voce. Non riesco a crederci.
Pensi davvero che sapremo farlo funzionare?
Sappiamo far funzionare tutto. Sai se  maschio o
femmina?
Mi sono scordata di chiederlo a Susan durante l'ultima
ecografia.
Risate. Scusa. Stavo quasi dimenticando dove siamo.
Come se potessimo mai dimenticare dove siamo.
Mi stanco pi in fretta del solito. Poso le mani sul ventre
e penso al battito cardiaco del bambino, chiss se anche
il suo  accelerato come il mio. Rallento il passo e do
un'occhiata all'orologio da polso: sono trascorsi altri quindici
minuti. Speriamo che quel passeggero abbia lasciato
libero il telefono.
Quando scendo dal tapis roulant, noto Kate Archer distesa
supina su un tappetino da yoga, i capelli scuri sparsi
a ventaglio intorno alla testa. Sembra addormentata e
quando spalanca i suoi tondi occhi bruno prugna fissandoli
nei miei, ho un sussulto.
Ho letto questo libro che ha comprato Richard dice,
come se fossimo gi nel bel mezzo di un discorso. Su
Shackleton. Lo sa che aveva pi o meno quarantanni,
proprio come Richard, all'epoca di quella spedizione?
Quella famosa?
Mmh. Mi afferro al tapis roulant e stiro le gambe.
Lancio un'occhiata alle mie spalle, verso il corridoio che
conduce al business center.
 qualcosa che fa pensare dice. Tipo a quanto poco
ho fatto nella vita, se ci rifletto davvero.
Non possiamo essere tutti come Shackleton dico io.
Inoltre,  stato molto fortunato. Se le cose non gli fossero
andate per il verso giusto, oggi non lo si ricorderebbe nello stesso modo, mi creda.
A questo non ci avevo pensato. Si tira su a sedere,
flettendo le gambe al petto.
Come sta Richard? Domando, indossando la felpa.
Si  ripreso dalla caduta?
A ferirsi  stato solo il suo amor proprio risponde.
Il buffo di Richard...  che  sempre cos duro con se
stesso. Non si  mai sentito a posto senza un pizzico di
dolore nella vita. Cadere gi da un dirupo lo riporta a un
terreno famigliare. Solleva lo sguardo su di me. Si sente
a pezzi. Ha chiesto scusa a Nigel, e ha perfino chiesto a
Glenn di potersi mettere in contatto con l'altro uomo che
l'ha aiutato.
Non sar facile.
Credo che lei avesse ragione riguardo al farmaco... a
quel cerotto che sta usando. Non l'ho mai visto cos prima
d'ora. Ma  talmente terrorizzato dall'idea di soffrire il mal
di mare che non se lo toglier mai.
Con un mare simile non gli succeder niente. Dovrebbe
convincerlo a fare un tentativo.
Non risponde, gli occhi le scivolano sull'orizzonte.
E lei? chiedo. Lei come sta?
Ho riflettuto risponde. Sul fatto che non voglio essere
un altro spettatore. Uno di quelli che osservano tutto
questo ghiaccio in procinto di sciogliersi e dicono: Oh
be', tanto io non ci posso fare niente. Tuttavia, il punto 
che non sono sicura di cosa dovrei fare.
Ce n' da fare rispondo. Anche le piccole cose
aiutano.
Per esempio?
Be', non dica a Glenn che gliel'ho detto, ma potrebbe
chiedere che su questa nave vengano serviti pasti pi
ecosostenibili.
Pensavo che lo fossero gi.
Questo  quello che vogliono farvi credere ribatto.
 ridicolo che servano pesce a bordo, con migliaia di pinguini
uccisi dalle reti da pesca ogni anno.
 orribile.
Ma ne parliamo forse durante le nostre presentazioni?
No. Evitiamo di servire pesce? No. Dio non voglia che
qualcuno debba rinunciare a una cena a cinque stelle in
Antartide!
A questo non ci avevo pensato.
Nessuno ci pensa. Mi torna in mente l'invettiva di
Keller durante il nostro ultimo viaggio insieme e mi blocco.
Mi scusi. Devo andare. Oltretutto, Glenn mi farebbe
nera se mi sentisse parlare cos. Non dovrei dire niente del
genere.
Non so dice Kate. Forse dovrebbe, invece.
Be' faccio io, se arrivasse da uno degli ospiti, in realt
Glenn potrebbe stare a sentire. Guardo l'orologio, e
mi accorgo che se non mi precipito subito sottocoperta
sar in ritardo per il prossimo sbarco.
Mi costringo a sorridere.  pronta a passeggiare su un
nuovo continente?
Delle migliaia di viaggiatori che ogni anno si avventurano
nella penisola antartica, meno del cinque per cento
mette davvero piede sul continente. La maggior parte dei
nostri sbarchi avviene pi che altro sulle isole circostanti
- ma poi a casa questo non lo menzionano:  sempre
e solo Sono andato in Antartide. E tutti credono che
andare in Antartide significhi arrivare comunque al polo
sud, mentre invece solo un paio di centinaia di persone
sono riuscite a spingersi tanto lontano.
L'equipaggio stesso del Cormorant, che si farebbe in
quattro pur di far metter piede ai turisti sul vero e proprio
continente, non pu sempre garantire che ci accada. Non
perch non ce la metta tutta, ma perch i punti di approdo
scarseggiano. Perfino la squadra di Shackleton non riusc
mai a raggiungerlo. L'Antartide non ti offre molto spesso il
benvenuto: per undici mesi l'anno, a volte dodici, il ghiaccio
impedisce alle barche di attraccare sulla striscia di continente
esposta cui siamo diretti oggi. I venti sono calmi,
il sole splende, e il mare chiaro e relativamente libero dai
ghiacci attende il nostro arrivo.
Non esiste spiaggia a Prospect Point, pertanto trasportare
i passeggeri dal Cormorant a questo scosceso promontorio
rappresenta una sfida. Le nuvole indugiano a
bassa quota nascondendo le bianche falesie a picco davanti
a noi. Io e Amy pilotiamo gli Zodiac a turno, cercando di
stabilizzarli contro le rocce, mentre Thom e Nigel aiutano
i turisti ad arrampicarsi su una sporgenza alta e irregolare.
In cima al declivio roccioso, l'attrazione principale sono
i resti della baracca presso la Stazione J: la stessa che Nigel
aiut a smantellare. Era stata costruita negli anni Cinquanta
dalla British Antarctic Survey e fu occupata per soli due
anni. Gli abitanti abbandonarono l quasi tutto: lattine di
cibo sigillate e ossidate, utensili sparpargliati su scaffali
traballanti, libri su una brandina ammuffita, un calendario
da muro aperto sul 1959. Visse come una sorta di museo
fino al suo smantellamento nel 2004. Non c' rimasto pi
niente, eccetto le fondamenta e le carcasse mummificate di
due foche di Weddell, la pelle grigia battuta dalle intemperie,
sudicia come vecchio cuoio ma ancora intatta.
I passeggeri scavalcano guardinghi rocce nere e sdrucciolevoli,
macchie muscose e minuscole pozzanghere ghiacciate.
Alcuni del panorama ne hanno gi abbastanza dopo
venti minuti, altri trovano dei massi e si siedono per un po'.
La durata prevista per questo sbarco  di due ore, e visto
che il primo scaglione di turisti  pronto a risalire sul
Cormorant cos presto, torno alla nave facendo un giro largo.
Manovro lo Zodiac attraverso distese di iceberg, indico
il ghiacciaio Doyle, mostrandone un pezzo che si  staccato:
un immenso blocco dalla cima piatta che galleggia
in lontananza. Pi vicino a noi, un iceberg si  capovolto
di recente, rivelando il suo mastodontico lato sommerso,
levigato e di un blu indaco acceso, quasi fosse illuminato
dall'interno. I passeggeri scattano fotografie, e mi chiedo
se in mezzo agli iceberg avvertano anch'essi lo stesso sbalzo
di temperatura che avverto io, il brivido improvviso nel
trovarmi cos vicina.
Mentre lo Zodiac scoppietta fra le distese di ghiaccio,
ricordo quando sono stata qui con Keller, dopo esserci
ritrovati, a due anni da McMurdo. Oggi sto guardando
un panorama completamente diverso - gli iceberg si sono
divisi e allontanati, sono andati alla deriva, si sono urtati,
si sono sciolti, proprio come me e Keller durante gli ultimi
due anni. Siamo ancora qui, solo che siamo diversi.
Concedo un giro fra gli iceberg a ogni Zodiac carico di
passeggeri, gettando di tanto in tanto un'occhiata all'orologio
per vedere quando potrei rubare qualche minuto per
chiamare Keller. Nonostante l'ansia di tornare alla nave,
cerco di non farmi cogliere dalla fretta man mano che il
pomeriggio svanisce. Il tempo regge bene, con deboli venti
e una coltre vaporosa di nubi che lascia filtrare sporadici
raggi di sole.
Finalmente siamo pronti a caricare gli ultimi passeggeri,
e mentre li aiuto a montare sullo Zodiac di Thom, noto
un giubbotto salvagente abbandonato sulle rocce. Faccio
cenno a Thom di aspettare un momento, poi mi dirigo
verso la baracca.
L, seduta su una roccia, il viso rivolto verso la parte
opposta rispetto al punto di attracco, c' Kate.
Mi giro verso Thom e gli faccio segno di andare. Lui
capisce e mima in risposta che torner a prenderci.
Mi arrampico sulle rocce dov' seduta Kate. Sembra
che mi stia aspettando. Si alza in piedi, ruota lentamente
su se stessa, compiendo un giro completo. Credevo
che mi sarebbe apparso diverso dice. Il mio settimo
continente.
Volge lo sguardo a sinistra, dove, sulle rocce che contornano
la baia, un gruppetto di Adelia ci sta tenendo
d'occhio. Richard non  sbarcato. Nemmeno per mettere
un piede sul continente... un'opportunit unica nella vita.
Credo sia per questo che sono rimasta tanto a lungo. Continuavo
a sperare che si facesse vedere.
Mi dispiace che non l'abbia fatto dico, ma dobbiamo
scendere al punto di attracco. Thom sar di ritorno da
un momento all'altro.
Kate tiene lo sguardo fisso sui pinguini. Me ne stavo
qui seduta pensando a una cosa che lei mi ha detto l'altra
sera a cena. Su quanto gli Adelia siano in pericolo, su
quanto il riscaldamento globale abbia alterato il loro ciclo
riproduttivo.  davvero triste, sa? Si fa tutto quello che c'
da fare, e ancora non serve a niente.
Poi si gira a guardarmi. Non so come potrei giustificare
il fatto di far nascere un figlio in un mondo che potrebbe
permettere l'estinzione di queste creature.
Conosco il sentimento dico senza pensare.
Davvero? mi fissa, adesso.
Certo. Torno sui miei passi. Sono anni che li studio.
E lei ha ragione,  deprimente da morire. Ma non tutto
va male. I Papua, per esempio... loro stanno alla grande,
si adattano molto meglio. E le immagini satellitari hanno
scoperto di recente un'enorme colonia di Imperatore di
cui noi non eravamo nemmeno a conoscenza. Il che raddoppia
il numero che credevamo esistesse.
Questo non salva gli Adelia.
Rido ma quando vedo la sua espressione mi blocco.
Mi scusi...  che lei mi sembra cos simile a me in questo
momento.
Un lieve sorriso le increspa le labbra. Non intendevo
apparire cos cupa. So che dovrei godermi ogni singolo
istante.
Non tutti quelli che vengono quaggi se ne ritornano
a casa contenti.
Lei si acciglia. Perch dice questo?
A quanto pare, sono due i tipi di persone che vengono
in Antartide. Quelli che hanno esaurito i posti dove andare,
e quelli che hanno esaurito i posti in cui nascondersi.
Questo  il settimo continente che visito, perci credo
di aver esaurito i posti dove andare. Lei in quale categoria
rientra?
Questo  solo il mio terzo continente. Sicch, veda lei.
Pensa che se ne andr mai da qui? Intendo, per non
tornarci pi.
No. Sar anche solo il mio terzo continente, ma  probabilmente
anche il mio ultimo.
Non la stanca mai?
Mai. Cambia tutto cos velocemente quaggi, non posso
mai sapere che cosa ci aspetta da una stagione all'altra.
Come fa a tenere lontana la depressione?
In realt mi sento pi depressa quando non sto qui.
Magari qui assister anche alle conseguenze del cambiamento
climatico, ma se non altro non devo guardare la
gente vivere la propria vita come se questo non stesse
accadendo.
Certo, questo lo capisco dice. Sul serio. Richard
non vede l'ora di avere un bambino, ma non si cura di
cambiare il mondo migliorandolo invece che aumentarne
i problemi.
Fino ad alcuni giorni fa sarei stata d'accordo senza la
minima esitazione. Invece mi ritrovo a dire: Ma i bambini
non sono di per s un problema, no?
Ha capito cosa intendo. Alla velocit con cui ci riproduciamo,
il pianeta toccher i dieci miliardi di abitanti entro
la met del secolo. Una cosa che non  sostenibile.
No, ma a meno che lei non pensi di fare undici figli, un
bambino pu essere una cosa positiva. Magari avrete
un figlio che crescer per far del bene al mondo.
Questo  quello che Richard continua a dire. Forse
voi due avete ragione. Sospira. Vorrei solo che la vedesse
come me... ma per lui  tutto cos bianco o nero. Se,
altrimenti.
Se altrimenti cosa?
 uno dei modi di dire di Richard risponde. Linguaggio
informatico... sa, quando nella programmazione
ogni evento  predeterminato dal risultato di un altro?
Se facciamo una cosa, questa ci porta alla successiva. Lui
pensa cos... per assoluti. Se avessimo un bambino, potremmo
rafforzare il nostro matrimonio; altrimenti, non
potremmo.
Questo mi fa pensare a Keller: a lui e alla sua ex moglie
Britt, a lui e a me. Il fatto di avere un altro figlio li avrebbe
salvati, o avrebbe determinato il contrario? E che cosa
farebbe a noi? Credo che per le coppie sia una questione
importante dico, cercando di mantenere una voce neutra.
Mi offre lo stesso lieve, malinconico sorriso. Lei  fortunata
dice, a essere cos libera, cos priva di legami.
Scuoto la testa, ma non riesco a trovare parole da dire.
Poi sento il rombo di uno Zodiac in avvicinamento, 
Thom che sta tornando a prenderci. Pronta? le chiedo.
Lei annuisce, ma per un lungo istante non si muove.
Vedo i suoi occhi indugiare sulle foche di Weddell e seguo
il suo sguardo. Osservando quelle loro carcasse ben
conservate, non so se invidiarle o compatirle, l distese,
intatte, bloccate per sempre in un paesaggio che non permetter la loro scomparsa.
...
.
...
Dieci mesi prima del naufragio.
Il Cormorant.
...
.
...
La lounge  affollata e in penombra, le tendine tirate.
Reggo un microfono in una mano, e con l'altra aziono un
telecomando per far scorrere le diapositive dei pinguini su
un grande schermo alle mie spalle: primi piani di Adelia in
fase di corteggiamento, i colli allungati verso il cielo; primi
piani di pulcini che ficcano tutta la testa nella bocca del
genitore per nutrirsi di krill rigurgitato; distese di colonie
a ricoprire interi fianchi di isole, aridi paesaggi trasformati
in scacchiere bianche e nere.
Sfortunatamente dico, abbiamo meno della met
delle colonie di Adelia che si contavano trent'anni fa, e gli
uccelli che compongono queste colonie sono solo un terzo
del loro numero originale.
Passo alla foto successiva: uova rotte e abbandonate,
pinguini adulti seduti su nidi vuoti. Keller  in piedi accanto
a me.
Dopo aver esaurito tutte le diapositive, chiedo ai passeggeri
seduti accanto agli obl di tirare su le tendine per
lasciare entrare la luce. Abbiamo tempo per delle domande
dico.
C' modo di scongiurare l'estinzione dei pinguini?
domanda qualcuno.
La nostra ricerca si traduce in cose che tutti noi dovremmo
fare. Rispondo. Fare i conti con il cambiamento
climatico, che sta complicando il quadro meteorologico
che influenza la riproduzione dei pinguini. Smettere di
mangiare pesce, che  come togliere loro il cibo di bocca.
Mangio solo pesce sostenibile dice una donna.
Come la spigola cilena.
 giusto essere consapevoli del luogo di provenienza
del cibo che mangiamo ribatto. E di come questo condizioni
tutto il resto dell'ambiente.
Quello che non le dico  che non c' nulla di sostenibile
nella spigola cilena, che  il nome che alcuni scaltri
gruppi del marketing hanno dato al merluzzo della Patagonia.
Grazie al suo nuovo nome cos di moda e alla conseguente
popolarit,  stato pescato in modo incontrollato
al punto da essere in pericolo di estinzione. E non le dico
nemmeno che mentre i menu possono dichiararne la sostenibilit,
la maggior parte dei merluzzi provengono dalla
pesca di frodo, e, come se non bastasse, vengono utilizzati
i palamiti che provocano stragi di uccelli.
Keller mi prende il microfono di mano. Altre domande?
Tornando ai pinguini. Una voce arrogante dal fondo
della sala. Non credo siano ancora disponibili tutti i dati
a prova del riscaldamento globale.
Giro la testa e vedo un tizio che sorride compiaciuto
vestito dalla testa ai piedi con abiti per climi estremi dall'aria
cos nuova che mi aspetto di vedere dondolare ancora
il cartellino del prezzo.
Keller lo osserva per un lungo momento. Sta forse dicendo
che non crede nel cambiamento climatico causato
dall'uomo?
Non ne sono ancora convinto, no.
Qui sulla penisola le temperature si sono innalzate
di circa cinque gradi negli ultimi cinquant'anni. Ci
fa di questa regione una delle aree del pianeta che si surriscaldano
pi velocemente, di circa dieci volte rispetto
alla media globale. Possiamo considerarla una prova,
questa?
Non lo  abbastanza, come prova.
La calotta glaciale dell'Antartide si sta sciogliendo a
una velocit senza precedenti continua Keller. Sto parlando
di miliardi di tonnellate l'anno. Questo potrebbe
voler dire un innalzamento globale del livello del mare dai
tre ai sei metri.
Mi avvicino di un passo, sperando che mi noti e che
smetta di parlare.  gi stato ammonito da Glenn di non
fare ramanzine ai passeggeri, dopo che durante una cena
Glenn l'aveva casualmente sentito rimproverare un ospite
perch prendeva integratori a base di krill. Keller per
non mi vede, oppure non  disposto a essere zittito.
Come stava dicendo Deb, nel corso degli anni in cui
siamo venuti qui abbiamo visto crollare il numero degli
Adelia - in alcune colonie fino al settanta per cento - e
non  solo dovuto al fatto che non possono fare il nido sulle
pietre ricoperte di neve. L'impoverimento dello strato di
ozono influisce sul fitoplancton, che a sua volta influisce
sul krill, il che significa meno cibo per i pinguini. Sono
costretti a fare molta pi strada per nutrirsi, il che significa
che potrebbero non tornare in tempo per dare il cambio
al loro compagno, e i loro pulcini moriranno di fame o
finiranno per essere abbandonati. Le basta questa come
prova? O c' bisogno che si estinguano completamente?
L'uomo si alza in piedi. Non apprezzo il suo tono.
Mi scusi dice Keller.  che trovo frustrante quando
la gente si rifiuta di vedere quello che ha davanti al naso.
L'uomo  stupefatto. Non pu rivolgersi a noi in questo
modo.
Dopo aver lanciato a Keller un'occhiataccia, gira sui
tacchi e infila la porta d'uscita.
Nella stanza cala un silenzio imbarazzante, durante il
quale Keller prosegue.
La verit fa male, lo so dice, ma fa pi male al continente
che a chiunque di noi. Lo so che siete tutti qui
per un'esperienza unica nella vita... ma siete davvero in
troppi.
Allungo la mano verso il microfono.
Non avete bisogno di un passaporto per venire in Antartide
prosegue, e adesso c' una stirpe nuova di zecca
di cosiddetti avventurieri che del continente non gliene
importa un fico secco. Vogliono solo fare paracadutismo
acrobatico o parapendio o sci nautico nel luogo pi freddo
della terra cos da avere qualcosa di cui vantarsi al prossimo
cocktail party.
Questa volta gli strappo il microfono di mano.
Chi  lei per dirgli che non possono farlo? grida una
voce dal fondo. Lei non pu certo selezionare chi viene
qui. Non  mica un circolo d'lite.
No ribatte Keller, a voce nuda e cruda senza microfono,
 pi simile a un cimitero.
Glenn sembra spuntare dal nulla: non lo vedo finch
non me lo ritrovo accanto, la mano tesa verso il microfono.
L'altoparlante emette un fischio acuto e Glenn lascia
che il suono si affievolisca prima di parlare, nella sua solita
voce melliflua e pacata: Signore e signori, il programma
si conclude qui. Grazie.
In silenzio, io e Keller cominciamo a staccare l'attrezzatura
audiovisiva, io chiudo il mio laptop e lo rimetto nella
custodia. Spero che Glenn sia abbastanza indaffarato da
tornarsene sul ponte, e invece indugia, e non appena l'ultimo
dei passeggeri se ne va, si gira verso di noi. Apre la
bocca per parlare, poi si limita a scuotere la testa.
Scusa, Glenn dice Keller. Mi sono lasciato un po'
andare.
 sempre la solita storia, Keller. Non ti avverto pi.
Sembra che Glenn stia per aggiungere altro, invece gira
sui tacchi e lascia la sala.
Guardo Keller. Quasi sapesse cosa sto per dire, prima
ancora che io apra bocca solleva una mano. Non ne voglio
parlare. Me ne vado in palestra.
E la cena?
Affanculo la cena.
Sospiro e raccolgo il resto dell'attrezzatura. Ora che ho
riposto ogni cosa, la cena  gi stata servita, ma nemmeno
io sono in vena. So che a Glenn questo non andr a
genio, che Keller  gi abbastanza nei guai, e che, sebbene
adesso io non abbia fame, potrebbe venirmi pi tardi.
Ma a Eugenio, il capocuoco, io e Keller stiamo simpatici
e ci permette sempre di entrare di soppiatto dopo l'ora di
cena, mentre il personale di cucina si attarda a rigovernare.
Keller risciacqua piatti e strofina pentole, io mi do da
fare sui pavimenti con lo straccio e Eugenio ci prepara una
versione vegana di quello che il personale ha avuto per
cena: sempre un piatto filippino, noodles o tofu fritto, o
empanadas di verdure.
Indosso gli indumenti da jogging e mi dirigo in palestra,
ma Keller non c'. Noto la luce nella minuscola sauna
della nave: un locale di legno profumato di cedro con
una sola e lunga panca larga a sufficienza per contenere
un corpo umano. Mi spoglio e indosso un asciugamano,
poi apro la porta, lasciando uscire un soffio di aria calda.
Keller  seduto sulla panca, la schiena appoggiata alla parete,
le gambe allungate. Siedo al lato opposto, entrandoci
a malapena. Appoggio la punta dei piedi contro la pianta
dei suoi.
 il nostro ultimo viaggio a conclusione di una lunga
stagione, con due cicli di lavoro su Petermann e quattro
carichi diversi di passeggeri. Siamo entrambi esausti. E io
temo, in momenti come questi, che Keller in fin dei conti
non sia tagliato per questo genere di lavoro.  diventato
un eccezionale naturalista, tuttavia non gli piace avere
gente intorno, specialmente quelli che ne sanno cos poco.
Tu eri esattamente come loro, gli ho ricordato un paio di
settimane fa, quando si  irritato con un passeggero che
aveva calpestato una delle piste dei pinguini. Non sono
mai stato quel genere di ignorante ostinato, mi ha risposto
sulla difensiva. Be', allora sei ostinatamente impaziente.
Dai a questa gente un po' di respiro, ho ribattuto io.
Mi sposto sulla dura panca di legno. Non ho mai visto
Glenn cos incazzato gli dico.
Keller scrolla le spalle. Gli passer. Mi guarda, poi
spinge i piedi in avanti piegando le dita dei miei leggermente
all'indietro. So a cosa stai pensando dice. Chieder
scusa a Glenn, non appena gli sar un po' sbollita. E
lui sa benissimo che tu non c'entri niente.
Il punto non  questo. Ormai lo sai quello che stai rischiando,
eppure continui a comportarti in questo modo.
Glenn  un can che abbaia ma non morde ribatte lui,
chiudendo gli occhi. Non ti preoccupare.
Invece s che mi preoccupo. Non so come farei senza
di te in questi viaggi.
Ho la sensazione che ci si aiuti a vicenda a restare sani
di mente, rammentandoci l'un l'altra che presto avremo
un paio di notti tutte per noi a Ushuaia, o due settimane
da soli fra i pinguini sull'isola di Petermann.
Siamo simili in molte cose, anche per come Keller mi
ha preso il microfono dopo la proiezione delle diapositive,
e per come io gliel'ho poi strappato di mano... entrambi
spinti dal desiderio di salvare l'altro da se stesso e dalle
conseguenze con Glenn. E con un improvviso senso di
mancamento, mi chiedo se ci che io e Keller facciamo,
pi che mantenerci reciprocamente sani, non sia qualcosa
di pi simile al contrario: una folie  deux scatenata dal
nostro amore per il continente, e dall'amore reciproco,
una follia che ci sta guidando non pi vicini, bens pi
lontani dalla realt. Sono i passeggeri a riflettere il mondo
reale, le opinioni che vi circolano, le abitudini, le sue
negazioni e le sue verit: un mondo dal quale ci allontaniamo
ogni volta di pi, forse al punto da non essere pi
capaci di vivere al suo interno.
Approfitto degli occhi chiusi di Keller per studiarlo
senza essere osservata, batto le palpebre per scacciare una
goccia di sudore che mi  colata fra le ciglia. Nonostante
ci che  successo poco fa, sembra indifferente, rilassato,
per quanto ogni singolo istante trascorso sul continente gli
si sia gi impresso sul viso: la pelle resa ruvida dal freddo
e dal vento e dal sole, gli occhi rintanati in un nido sempre
pi intricato di rughe. Ci che di Keller mi attrae sono cose
che credo poche persone estranee all'Antartide - perfino
Glenn, anzi soprattutto Glenn - vedranno mai. Osservare
Keller spegnere un incendio in uno dei dormitori di
legno secco a McMurdo. Vederlo sedare una scazzottata
fra meccanici durante un evento nella Southern Exposure.
Guardarlo rimettere un uovo ramingo sotto la tasca della
cova di un pinguino quando l'uccello non poteva staccarsi
dal nido, subendo un morso cruento per il disturbo. Ma
soprattutto, quello che conosco di Keller deriva dai silenzi
condivisi durante le nostre escursioni fra i ghiacci, dal
nostro sottrarci ai turisti per trascorrere qualche istante da
soli sul ponte pi alto della nave, dal reincontrarci con la
sensazione di non esserci mai separati.
Mi alzo, afferro il grosso mestolo di legno della sauna e
verso dell'acqua sulle rocce di lava incandescente. Si leva
un forte sfrigolio e la stanza si riempie di vapore, rendendo
il calore ancora pi intenso. Respirare si fa difficoltoso,
e quando Keller solleva le palpebre, guardo attraverso il
vapore quei suoi occhi scuri e lucidi come quelli di una
foca e capisco che, per quanto io possa conoscerlo meglio
di chiunque altro, lui rester sempre leggermente fuori
portata, perfino per me. Non ascoltare Glenn  un conto,
non ascoltare me  qualcosa che non mi aspettavo.
Sarebbe ora che mettessi la testa a posto gli dico.
Lo so che odi leccare il culo a Glenn, ma se  quello che
serve...
Noi lavoriamo per il Progetto Pinguini Antartici, non
per Glenn mormora, chiudendo di nuovo gli occhi.
Fin quando  Glenn a portarci qui, noi invece lavoriamo
per lui. L'intero programma dipende dall'ottenere un
passaggio gratis.
Non  affatto gratis dice Keller. C' un prezzo alto
da pagare.
Lo so, credimi. Ma ne vale la pena.
Keller apre gli occhi e mi guarda. Quindi tu sei d'accordo
con Glenn? Pensi che i crostacei debbano essere
inseriti nel menu?
No, certo che no, ma perlomeno io vedo come stanno
le cose...  impossibile riempire una crociera se non servi
quello che i passeggeri vogliono mangiare.
Questi passeggeri devono conoscere il disastro che
comporta.
So cosa intendi dico io. Sul serio. Ma dal momento
che portiamo quaggi la gente, dobbiamo insegnarle, mostrarle
l'importanza di tutto ci che vede con i suoi stessi
occhi. Se dipendesse da te, proteggeresti tutto questo dietro
a una barriera.
Lo farei, ci puoi scommettere.
Bene, se cos fosse, nessuno di noi sarebbe qui. Compreso
te.
Il calore della sauna mi appanna la vista, e non riesco
pi a vederlo nitidamente.
Gli esploratori dice Keller, erano ossessionati dal
primato. Scott, Amundsen, tutti quanti... quello che contava
era arrivarci per primi. Adesso, sono tutti fissati con
l'ultimo. Spuntare dalla lista il loro ultimo continente. Essere
gli ultimi a vederlo prima che scompaia. Presto staranno
l a vantarsi su chi ha fotografato l'ultimo Adelia
vivente.
Dio, speriamo di no.
Preparati fa lui.
Di scatto Keller si alza, apre la porta ed esce, lasciando
entrare un soffio d'aria fredda. Pi velocemente di quanto
pensassi possibile, sento il calore abbandonarmi il corpo.
...
.
...
Un giorno prima del naufragio.
Sud del circolo polare antartico.
(6633'S).
...
.
...
Non  raro in Antartide vedere ci che non esiste: le
montagne levitare in lontananza, i grattacieli di una citt
all'orizzonte. Quando il mare  pi freddo dell'aria, si forma
uno strato che crea un miraggio polare. Pi sono gli
strati, maggiore  la rifrazione della luce: montagne che
nascono dal mare, scogliere che diventano castelli. Tali miraggi
durano solo pochi istanti, finch gli strati d'aria non
si mescolano, e poi svaniscono.
Queste illusioni possono essere pericolose - hanno spesso
indotto gli esploratori a calcolare male le distanze - o
semplicemente imbarazzanti - li hanno portati a individuare
una terra che in realt non c'era.
Nella met del Diciannovesimo secolo, il capitano James
Clark Ross scopr una catena montuosa che chiam Parry
Mountains, a circa venticinque miglia dalla sua posizione
a est dell'isola di Ross: in realt, per, l non c'era
alcuna montagna. Ci che aveva visto era la rifrazione
di un'altra catena montuosa, a pi di trecento miglia di
distanza.
Questi miraggi hanno un nome - fata morgana - e ho
l'impressione di vederne uno proprio adesso: un enorme
edificio a molti piani che sorge dal mare e si muove lungo
l'orizzonte. Mi trovo sul ponte di prua, puntellata contro
un vento contrario, e spero che si tratti solo di un effetto
ottico.  normale vedere una fata morgana poco prima di
una tempesta o di una variazione del clima.
Ma questo miraggio non vacilla n si offusca, non svanisce.
Con il cuore al galoppo, sollevo il binocolo per avere
conferma di ci che  ancora pi grottesco di una fata
morgana, e fin troppo reale: l'Australis, a circa mezzo miglio
nautico di distanza, diretta verso di noi. Diretta a sud.
Mi precipito sul ponte di comando. Glenn  in piedi
accanto al capitano Wylander che sta parlando alla radio.
Che diavolo ci fa quella nave quaggi? domando.
 quello che stiamo cercando di capire.
Il capitano passa la radio a Glenn, che sbraita un avvertimento
alla nave. La mancanza di preavviso  una violazione
del protocollo IAATO
Sono in rotta per il Gullet, vero?
Non ce la faranno ad arrivare fin l.
Lascio la plancia di comando e ritorno al ponte di prua,
puntando il binocolo come se mi aspettassi di vedere a
bordo Keller. Scruto alla ricerca di un giubbotto arancione
dell'equipaggio, ma fa un freddo cane e all'esterno non
c' quasi nessuno: solo una manciata di passeggeri fra tutti
e cinque i ponti dell'Australis, ignari di quello che sta rischiando
il loro comandante. Stanno gi svanendo nella
foschia e nel nevischio che comincia a rendere scivoloso il
ponte sotto i miei stivali.
Attraverso la nebbia, scruto il ghiaccio che si sta indurendo.
Soltanto ieri Glenn stava pianificando la nostra rotta
verso il Gullet, il canale di mare, pittoresco ma alquanto
stretto, che taglia fra l'isola Adelaide e il continente.
Sono poche le navi turistiche che riescono ad arrivare
fin l e, date la variabilit del tempo e la quantit di
ghiaccio in formazione, Glenn ha poi deciso di fare dietro
front. A differenza di chiunque sia al comando dell'Australis,
Glenn  troppo prudente per tentare qualcosa di
rischioso a meno che le condizioni non siano perfette.
Ecco perch siamo di nuovo diretti a nord, mentre
l'Australis punta a sud.
Il mare  incredibilmente ghiacciato anche qui, con pezzi
di iceberg che risuonano contro lo scafo. Un fragore metallico,
quello del ghiaccio, che ogni volta manda i turisti
fuori di testa dalla paura: il grosso della mia giornata dovr
passarlo ad assicurare a passeggeri agitati che il Cormorant
ha uno scafo rinforzato, che ci vorrebbe ben pi di qualche
ghiacciolo sparso qua e l per farlo affondare. Se solo
potessi dire altrettanto dell'Australis, che non  costruita
per affrontare le condizioni cui sta andando incontro.
Nei cent'anni trascorsi dall'affondamento del Titanic,
la progettazione e la costruzione delle navi sono migliorate
drasticamente; non un lasso sufficiente a tranquillizzare i
passeggeri sulla sicurezza delle crociere odierne. Eppure
la sola cosa che non  cambiata  la natura umana - ego,
follia, arroganza e qualsiasi conseguenza queste possano
generare - e ogni nave  sicura solo quanto lo sono le scelte
operate dal suo capitano e dall'equipaggio.
Ascolto i pezzi di fanghiglia ghiacciata sfregare contro
l'acciaio dello scafo come spazzole, un ritmo discontinuo e
familiare che di solito mi rilassa. Mi sporgo dal parapetto,
gli occhi sempre puntati sull'Australis. Mi piacerebbe pensare
di aver saputo che la nave era gi arrivata cos a sud,
di aver in qualche modo percepito la vicinanza di Keller.
Ho pi che mai bisogno di parlargli. Ma mentre raggiungo
la stanza delle comunicazioni, Glenn mi chiama via radio.
Stiamo per fare un approdo sul ghiaccio mi dice.
Tienti pronta a sbarcare fra cinque minuti.
Calo la passerella su una vasta pianura di ghiaccio costiero.
Il capitano ha spinto il Cormorant in una distesa di
acqua congelata e, nonostante il pomeriggio nuvoloso, il
ghiaccio sfolgora di luce bianca. Un'altra indimenticabile
esperienza per i turisti: l'occasione di camminare sul mare.
Diversi centimetri di neve fresca rivestono lo strato di
ghiaccio e Thom, io e Nigel ci avventuriamo sul mare gelato,
verifichiamo lo spessore della crosta con le racchette da
sci, piazzando bandierine per marcare i confini che i turisti
non saranno autorizzati a superare. Nel giro di mezz'ora,
stiamo scortando i passeggeri direttamente dalla nave al ghiaccio.
Gli sbarchi su ghiaccio sono il genere di escursione che
preferisco - niente Zodiac, niente pinguini, solo novanta
centimetri di solido ghiaccio che i passeggeri, dal momento
che camminano di fatto sul mare, celebrano. Un uomo
si lascia cadere per disegnare un angelo. Parte una battaglia a palle di neve.
Scruto la zona e quando scorgo una figura a un centinaio
di metri di distanza, oltre una delle bandierine di
confine, penso di star di nuovo immaginando le cose. Chi
si avventurerebbe oltre ci che abbiamo stabilito essere sicuro?
Conosco la risposta prima ancora di sollevare il binocolo sugli occhi.
 a vari metri oltre la bandierina, e nessuno sembra
averla notata. Cammino spedita verso di lei, cercando di
sembrare pi disinvolta che posso. Spero che il piccolo
drappo le sia solo sfuggito e che, rendendosi conto dell'errore,
torni sui suoi passi. Ma Kate continua ad andare.
Non appena supero la bandierina, grido il suo nome. Se
anche riesce a sentirmi al di sopra del vento, non risponde.
Accelero il passo, gli stivali sdrucciolano sul ghiaccio
che sta sotto il fine strato di neve. Di fronte a me, la superficie
perlacea e il cielo scolorito si uniscono confondendosi
in un'unica cosa. Non cadere, dico fra me. Non cadere.
Sudo sotto il parka e gli altri strati di indumenti, e ho
il fiato mozzato a furia di gridare il nome di Kate nel gelo.
Alla fine, arrivata a circa sei metri da lei, comincio a correre.
La raggiungo e l'agguanto per il polso.
Lei si gira, sul viso ha un'espressione illeggibile. Mi reggo
forte al suo polso e cerco di recuperare il fiato.
Come le  saltato in mente di sparire cos? farfuglio.
Volevo solo pochi momenti lontana da tutti. Non mi
piace aver gente intorno tutto il tempo.
Allora non sarebbe dovuta venire in crociera. Andiamo.
Non ancora.
Non sta a lei deciderlo, Kate. Non abbiamo ancora
verificato la sicurezza di questo ghiaccio. Andiamo.
Prima di rendermi conto di quanto sta accadendo, libera
il braccio con uno strattone e comincia a correre, allontanandosi
da me e dal Cormorant, e io getto un'occhiata
alla nave alle mie spalle. I naturalisti sono impegnati con
gli altri passeggeri, perci mi giro e inseguo Kate. Non so
che razza di missione suicida abbia in mente, ma so di non
poterle permettere di avanzare oltre. Scivola e incespica.
Quando mi avvicino abbastanza da poterla riagguantare,
allungo una mano e proprio in quel momento perdiamo
entrambe l'equilibrio e ruzzoliamo sul ghiaccio.
Rompo la caduta approdando pesantemente a quattro
zampe, avverto la curvatura feroce dei polsi, il dolore acuto
alle ginocchia. Mi volano via gli occhiali, mi giro e mi
distendo supina sul ghiaccio, e per un momento chiudo gli
occhi contro il bianco accecante del cielo.
Quando li riapro, Kate  seduta accanto a me, sussulta
mentre si spazzola la neve dal parka.
Che diavolo ti  preso? le domando.
Quando mi guarda, mi stupisce vedere che ha le lacrime
agli occhi. Sono incinta dice.
Annuisco ma non dico niente.
Sto cercando di capire come viverla dice. Come
fare a essere felice, come fare a essere pronta. Ma non ci riesco.
Ci riuscirai la rassicuro.
Come fai a dirlo?
Un forte schiocco riempie l'aria intorno a noi, e lei mi guarda sgomenta. Cos'era?
Il ghiaccio.
Si sta spezzando?
Pi che altro sta respirando rispondo. Lo fa in
modo molto rumoroso. Non significa che stiamo per caderci
dentro. Per dobbiamo andarcene.
Mi dispiace molto dice, nonostante non accenni a
rialzarsi. Non stavo cercando di... sospira. Avevo solo
bisogno di un po' di spazio per pensare, tutto qui.
Lo so.
Davvero?
Per un momento mi sembra quasi naturale dirglielo,
avere qualcuno con cui parlarne. Ma tutto quello che riesco
a dire : S.
Scuote la testa. Tutti pensano che quando ti sposi,
avrai dei bambini. E se non li vuoi, in te ci dev'essere qualcosa
che non va.
Non c' niente in te che non va.
Mi rivolge un sorriso ironico. Potrai anche pensarlo,
ma, con rispetto parlando, sei uno scherzo della natura
pi tu di me. Niente compagno, niente figli, vivi in Antartide
la met dell'anno.
Non riesco a fare a meno di apprezzarla un po' di pi.
Chi se ne importa di quello che pensano gli altri.
Sento un farfugliare concitato alla radio, e taccio per
ascoltarlo. E Glenn, ci sta richiamando a bordo della nave.
Le condizioni del ghiaccio stanno peggiorando esclama
Glenn. Dobbiamo andarcene da qui. Subito.
Non avevo notato l'alzarsi del vento, lo svolazzare
tutt'intorno dello strato di neve che rivestiva questa lastra
di ghiaccio, adesso scivolosa e insidiosa sotto i nostri
piedi.
Alzo gli occhi e vedo in lontananza gli altri naturalisti appena
oltre le bandierine di confine, scaglionati uniformemente.
Non vedo nessuno dei passeggeri. Glenn deve averli richiamati
tutti a bordo.
Scatto in piedi e allungo una mano a Kate. Coraggio,
andiamo dico, cercando di mantenere un tono calmo e
paziente.
Mentre ci avviamo verso le bandierine, tengo gli occhi
a terra alla ricerca di fenditure, malgrado sappia fin troppo
bene che non sarebbero visibili se non quando  troppo tardi.
Sentiamo uno schianto fragoroso - pi vibrazione che
rumore - e mentre mi abbasso sulle ginocchia afferro nuovamente
il braccio di Kate, trascinandola gi con me.
Il capo di una fune atterra di fronte a noi. Alzo gli occhi
e poco pi avanti vedo Nigel e Amy.
Il ghiaccio non  pi stabile dico a Kate, allungandomi
per afferrare la corda. Per maggior sicurezza dobbiamo
distribuire il nostro peso finch raggiungiamo un
punto migliore.
Le assicuro la corda intorno alla cintola, in alto, appena
sotto il seno. Dobbiamo stenderci e strisciare, ma Nigel ti
tirer anche un po'. Sdraiati pi piatta che puoi.
Mi dispiace tanto dice. Non volevo causare tutti
questi problemi.
Dobbiamo sbrigarci le dico, poi mi sdraio anch'io,
per mostrarle come si fa. Spingiti in avanti con i gomiti e
le ginocchia. Quando Nigel ti dice che va bene, puoi rialzarti
in piedi. Io sar proprio dietro di te. Avanti.
Appiattisce il corpo sul ghiaccio e comincia a spingersi
in avanti poco per volta, lentamente e goffamente, alzando
ogni tanto lo sguardo quasi utilizzasse i naturalisti come
punti di riferimento.
Quando raggiunge Nigel, lui indietreggia fino alla zona
sicura, poi l'aiuta ad alzarsi. Mentre torniamo rapidamente
alla nave, Amy la tiene per il braccio, come se potesse
scappare di nuovo.
Glenn ci attende nel disimpegno dello spogliatoio.
Fissa gli occhi su Kate con un'espressione che mi ricorda
il modo in cui guardava Keller quel giorno della scorsa
stagione, dopo la nostra disastrosa conferenza di bordo.
La sicurezza dei passeggeri su questa nave  la mia
priorit dice.
Lo so... comincia a dire Kate.
Non credo sia cos, signora Archer la interrompe
Glenn. Il suo comportamento di oggi ha messo in pericolo la sua persona e il nostro equipaggio. E non ho bisogno
di ricordarle il comportamento di suo marito all'isola di
Deception.
Kate tiene lo sguardo a terra, e Glenn continua. Cinque
anni fa, una donna che lei mi ricorda molto aveva deciso
di andare a dare un'occhiata da vicino a una foca che
stava dormendo sul ghiaccio costiero. Per farlo oltrepass
le bandierine, e due membri dell'equipaggio la inseguirono.
Uno sprofond nel ghiaccio e per poco non affog. 
una cosa che vorrebbe sulla coscienza?
Kate solleva la testa e incrocia il suo sguardo spietato.
Scuote la testa.
Ha messo a repentaglio non solo la vita dell'equipaggio
ma quella di ogni altro passeggero di questa nave infierisce
Glenn. Le condizioni del ghiaccio quaggi possono
mutare nel giro di pochi minuti, e il nostro capitano
deve poter reagire all'istante. Non pu stare ad aspettare
passeggeri indisciplinati che scorazzano sul ghiaccio per
conto loro.
Ho capito.
Bene dice Glenn. Perch se agir nuovamente in
modo inopportuno, far fare dietro front alla nave e la riporter
dritta in Argentina. E pu star certa che i suoi compagni
di viaggio non apprezzeranno il cambio d'itinerario.
Kate annuisce, lo sguardo a terra. Glenn le getta un'occhiata
sprezzante prima di uscire dalla stanza, con i passi
che riecheggiano dal corridoio.
Kate si gira verso di me, rossa in viso come un peperone,
e scommetto che  il tipo di persona che non si  mai
cacciata nei guai, almeno fino a oggi. So anche che Glenn
ha drammatizzato un po' la storia: il membro del suo equipaggio
aveva subito solo una distorsione del polso.
Guarda che fa sul serio dico a Kate. Fai la brava,
ok? Tutti e due, tu e Richard.
Annuisce di nuovo e si gira per andarsene. Osservo il
modo in cui si muove - lo stesso in cui mi muovo io adesso -,
proteggendo il centro del corpo. Non sono trascorsi
che pochi giorni da quando tutto  cambiato, da quando
pensavo che tuffandomi nel lavoro avrei potuto evitare i
disastri dell'essere umana, dell'essere donna.
Premo le dita della mano destra dentro la sinistra, tastando
per sentire l'anello nascosto sotto il guanto. Non
ho mai raccontato a Keller la storia dell'uccello cui apparteneva
la targhetta, e di colpo ne sono lieta. C' un tale
senso di perdita nei pinguini, e nel passato stesso di Keller,
che forse sarebbe bene non pensare alla precariet della
vita, a come un pezzo di metallo possa essere avvolto intorno
a un essere vivente in un momento, e sfilato dal suo cadavere il momento dopo.
...
.
...
Quindici anni prima del naufragio.
Punta Tombo, Argentina.
...
.
...
Sono sorpresa per come la mia prima settimana a Punta
Tombo si sia rapidamente estesa a un mese.  gi met
novembre, primavera in Argentina, e fra tre settimane torner
a casa per terminare il mio terzo anno di dottorato in
biologia della conservazione.
Alla mia sola seconda stagione a Punta Tombo, mi sento
gi un'habitu e, mentre continuo a collocare picchetti e
a ispezionare pinguini della colonia di Magellano pi popolosa
del mondo. Questa volta sono anche passata dalla
roulotte accanto alla residenza dei ricercatori a una cuccetta
al suo interno, insieme ad altri cinque dottorandi. Per
il resto, le cose restano le stesse: il lungo viaggio, la doccia
una volta a settimana, i pasti a base di zuppe istantanee. Se
da una parte apprezzo stare con altri compagni di ricerca -
chiacchierare fino a tarda notte bevendo Malbec, condividere
le scoperte di questo mondo nuovo di zecca -, sento
per la mancanza della roulotte, con il costante frastuono
del vento sopra gli strogolii del pinguino non migratorio,
in attesa del ritorno della sua compagna.
La stagione scorsa, al mio secondo anno di dottorato
e al mio primo soggiorno qui, ho visto un pinguino per
la prima volta in vita mia. Il pinguino, come lo chiamano
i locali, si trovava su una strada sterrata nei pressi della
residenza dei ricercatori. Avevo gi letto parecchio sulle
diciassette specie di pigoscelidi esistenti, ma non era niente
se paragonato alla visione di quel corpicino bianco e nero
che attraversava la strada a pochi metri da me. Ho riconosciuto
le caratteristiche del Magellano: nero con il ventre
bianco, due striscie bianche che partono da sopra gli occhi
e fanno il giro di tutta la testa per ricongiungersi sotto il
mento. Un'altra striscia nera circonda il ventre a forma di
U. Un becco nero e una piccola zona di pelle rosa intorno
agli occhi. Ci  passato davanti all'imbrunire, con la tipica
determinazione del pinguino - testa alta e ali in fuori - prestando
scarsa attenzione alla nostra auto carica di scienziati
in preda al jet lag, mentre lasciava la strada per inoltrarsi
nell'anonimo paesaggio, dileguandosi fra il biondo rame
della terra e le mille sfumature di verde dei cespugli.
La maggior parte dei pinguini qui  abituata all'uomo
e alla confusione. La terra in cui risiede questa colonia 
stata donata da una famiglia locale alla provincia del Chubut
per la salvaguardia, ma anche per il turismo. Oltre che
con la estancia della famiglia - il loro ranch privato - e gli
alloggi dei ricercatori, i pinguini vivono a contatto con un
centro turistico con tanto di negozio e ristorante, bagni
pubblici e area di parcheggio.
La residenza dei ricercatori prende vita poco dopo l'alba:
caff sul fuoco, porte che si aprono e si chiudono, cucchiaiate
di cereali che sbatacchiano nelle scodelle. Indosso
pantaloni cargo tinta cachi e tre strati di magliette di colore
verde e marrone: il governo ci richiede di fonderci con
i colori della terra. Mi fisso anche delle ginocchiere perch
trascorriamo molto tempo in ginocchio, a scrutare fra tane
e cespugli mentre contiamo gli uccelli. Ficco nello zaino
una bottiglietta d'acqua e una barretta di muesli, ed esco
insieme a Christina, l'assegnista di ricerca con cui faccio
squadra. Partiamo in escursione fra pinguini, pecore, lama
guanaco e lepri europee, le loro ombre allungate dalla prima
luce del mattino.
Porto con me il gancho - una lunga sbarra d'acciaio
con un uncino all'estremit - che infiliamo delicatamente
sotto il petto dei pinguini per sollevarli appena dal suolo
e sbirciare sotto per vedere se stanno covando delle uova.
Quando troviamo un nido abitato da un esemplare provvisto
di targhetta, usiamo l'uncino per tirarlo fuori dal nido.
In una tana scopro una femmina con il contrassegno, e
vorrei tanto poterla lasciare in pace. Se ne sta rannicchiata
nel nido insieme al compagno, e quando mi vedono sbirciare
inclinano il capo prima in una direzione, poi nell'altra,
facendogli fare il giro quasi completo, avanti e indietro,
in un costante, ansioso movimento. Mi chino abbastanza
vicino per riuscire a leggere il numero sulla targhetta, poi
grido le cifre a Christina che verifica sul registro. A quanto
risulta, sono passati cinque anni da quando abbiamo visto
questa pinguina, sicch avremo bisogno di darle un'occhiata.
Lascio che sia Christina a tirarla fuori dal nido con
il gancho, poi le faccio passare intorno le cinghie della bilancia
portatile e sollevo lo strumento allontanandomelo
dal corpo. Christina annota il peso dell'uccello nel nostro
taccuino, quattro chili, poi allunga una mano e mi prende
la bilancia. La metto gi dice, tu puoi tenerla ferma?
Reggo la pinguina tenendola dal collo e me la blocco
fra le ginocchia. Con i guanti senza dita sento la morbidezza
e la densit delle sue piume; le copro gli occhi con
l'altra mano per calmarla mentre Christina le misura la
lunghezza e l'ampiezza del becco e poi le zampe, leggendo
ad alta voce i numeri sul calibro mentre li riporta sul suo
taccuino. Una volta terminato, rivolgo la pinguina verso il
nido e la lascio andare. Mentre lei si affretta a tornare nella
sua tana, io tiro un sospiro di sollievo.
Continuiamo a perlustrare la colonia sotto un cielo verdeazzurro
costellato di nuvole, fra la polvere e le macchie
di arbusti: goji e unghia di gatto, jume e molle, e quilembai.
Superiamo una coppia di pinguini appisolata subito
fuori del nido; sono sdraiati insieme sul ventre, il becco di
lei posato sulla schiena di lui. Circa un chilometro pi in
l ne scorgiamo uno morto, un maschio, disteso fra piccoli
sassi ed erba bassa e verde, a soli pochi passi dal nido, una
tana ricavata sotto un cespuglio di quilembai.
Guardo verso la tana. La femmina siede all'apertura del
nido, gli occhi fissi sul corpo del compagno. Non vedo
uova, il che significa che si erano appena accoppiati. Alla
fine lei dovr andarsene e tornare la prossima stagione per
riprovarci. I Magellano sono incredibilmente fedeli al luogo
in cui hanno il nido:, un uccello non abbandoner mai
il suo nido, anche se  rovinato. Abbiamo visto pinguini
ricostruire nidi calpestati dai turisti; riscavare tane collassate
dopo forti piogge; precipitarsi verso i propri nidi
mentre i turisti si affollavano tutt'intorno per scattare fotografie:
li abbiamo visti cercare di attraversare la strada
diretti al nido mentre sfrecciavano le macchine. A volte ce
la fanno, a volte no.
E questo  quello in cui io e Christina c'imbattiamo
tornando al centro di turismo e ricerca: un pinguino riverso
sulla carreggiata, un autobus turistico poco pi
avanti, l'autista che parla animatamente in spagnolo. Il
mio spagnolo  limitato, ma quanto  accaduto  chiaro:
il pinguino, una femmina, stava cercando di ritornare al
nido, ed  stata investita. M'inginocchio accanto a lei.
Noto la targhetta identificativa sull'ala sinistra, tiro fuori
un piccolo paio di pinze dalla tasca dei pantaloni e ne
forzo l'apertura. Pi tardi, quando la cerco, scopro che
ha quindici anni, che l'abbiamo seguita per una decina,
che sotto la nostra vigilanza ha cresciuto nove generazioni
di pulcini. Inserir l'ultimo rapporto su quest'uccello
nelle nostre note sul campo, stiler il suo certificato di
morte.
Mi guardo in giro finch non scorgo quello che potrebbe
essere stato il suo nido: dentro c' un maschio
da solo, disteso su due uova. Possono schiudersi se lui
non le abbandoner, ma anche se sar cos, i pulcini non
sopravviveranno.
Quella sera dopo cena esco a fare una passeggiata. Il
sole sta calando, il cielo sta mutando in viola. Una sottile
e slavata striscia di azzurro sfiora l'orizzonte dove il cielo
incontra il mare, e una luce color lavanda bagna le colline
basse e ondulate. Mi dirigo verso un declivio da cui riesco
a vedere l'oceano, mentre lo strogolio dei pinguini infrange
il silenzio.
Vedo le luci di un peschereccio in lontananza, una barca
che senza alcun dubbio scaricher in mare zavorra intrisa di
petrolio e alcuni pinguini s'impiglieranno nelle sue reti. Qui
la colonia  diminuita di circa il venti per cento negli ultimi
dieci anni, e li stiamo uccidendo a piccoli e grandi numeri
- a migliaia o uno per volta - i loro predatori non sono pi
creature simili a loro o eventi della natura, sono quelli che
stanno al timone di barche o al volante di autobus.
Di ritorno alla stazione, m'infilo nella stanza delle attrezzature
e trovo una tenda. Con il sacco a pelo sotto il
braccio, e usando la torcia per evitare di camminare troppo
a ridosso delle tane dei pinguini, mi avventuro oltre le
luci delle case, su una piccola collina e gi verso un avvallamento,
camminando finch non esiste pi niente a parte
me e i pinguini. Mi addormento con il vento che scuote
la tenda, e mi sveglio con la serenata degli uccelli che si
danno convegno nei paraggi: suoni d'amore, di speranza
e di ottimismo, emessi in un linguaggio che la scienza non
sar mai in grado di decifrare, ma che io ho la sensazione
di capire.
Una volta ogni poche settimane, un piccolo gruppo
affronta il viaggio di due ore fino a Trelew per far provviste,
e a questo prossimo giro tocca a me. Mentre percorriamo
la strada sterrata, guardo fuori dal finestrino e
rifletto su quanto ho deciso: sul fatto che rinunciando al
mio dottorato di ricerca sottraggo ai pinguini uno scienziato
in grado di aiutarli a sopravvivere.
Eppure non posso ignorare la fastidiosa sensazione di
essere arrivata soltanto a met strada, geograficamente
parlando, rispetto alla meta che mi sono davvero prefissa.
E so di poter essere rimpiazzata con facilit, di poter trovare
lavoro altrove, che ovunque i pinguini hanno bisogno
di essere salvati.
Mesi prima, a casa a Seattle, avevo sentito di un'organizzazione
chiamata Progetto Pinguini Antartici. Creata
da soli pochi anni, aveva gi ottenuto dei buoni finanziamenti,
e la sua missione aveva stimolato il mio interesse:
l'organizzazione collabora con naturalisti di tutto il
mondo, dai pi svariati background. Non tutti i loro ricercatori
hanno conseguito un dottorato, non tutti sono
affiliati a un'universit. Aveva tutta l'aria di poter essere
un posto adatto alla scienziata ribelle che ero sul punto
di diventare.
Una volta in citt, mi accordo per incontrare il gruppo
pi tardi, poi m'infilo in una farmacia per comprare
alcune cose e trovare un telefono. Faccio una telefonata
negli Stati Uniti usando la mia carta di credito. Quando
un'infastidita voce femminile strilla Progetto Pinguini
Antartici, mi presento.
 la mia ultima settimana a Tombo, e per quanto non
veda l'ora di dirigermi laggi in Antartide, faccio fatica a
dire addio a questi uccelli che mi hanno insegnato tanto.
Il giorno prima di partire per Trelew e cominciare il
mio viaggio di ritorno, cammino fino alla punta della penisola,
oltre la stazione di ricerca e il centro turistico, su
dune di sabbia costellate di ciuffi d'erba e arbusti della
pampa. Mi fermo nel luogo dove la punta si allunga sul
mare, un pontile di lava e pozze di marea, acqua verde
chiaro che s'infrange contro la roccia nera, pinguini che
galleggiano nella spuma e tornano a riva approdando su
una mezzaluna di sabbia nera.
Mentre osservo il punto dove i pinguini balzano dalla
schiuma, penso alla borsa che conserviamo alla stazione
di ricerca: una sacca di tela piena di targhette di pinguini
inviateci dai pescherecci, targhette di tutti i pinguini morti
nelle loro reti, o trovati morti in mare o a riva. Tocco la
targhetta che ho in tasca, quella che ho sfilato all'uccello
ucciso sulla strada, uno dei tanti.
Infine mi volto e mi allontano dal mare, dalle onde che
agitano targhette di pinguino non ancora ripescate e, resistendo
all'impulso di guardare indietro, mi dirigo verso la stazione.
...
.
...
Poche ore prima del naufragio.
Nord del circolo polare antartico.
(6633'S).
...
.
...
Granulare, banchisa, fanghiglioso, marcio, colonnare, a
frittelle, cristallino, viscoso, costiero: ci sono molte parole
per descrivere le varie condizioni di ghiaccio in Antartide,
quanti sono i modi in cui una nave pu trovarsi nei
guai. E adesso, mentre il Cormorant prosegue verso nord
attraverso il ghiaccio granulare, mi chiedo quali siano le
condizioni pi a sud, dove si trova l'Australis. Al primo segnale
di tempesta, Glenn ci ha fatti fuggire da qui, proprio
mentre l'Australis ci si stava avventurando.
Sarebbe meno pericoloso se il mare pi a sud fosse del
tutto impenetrabile: ma so che, se appare navigabile, un
capitano costretto ad accontentare un direttore di crociera
fanatico potrebbe tentare la sorte. L'Australis pu passare
attraverso l'innocuo ghiaccio cristallino e viscoso - l'inizio
del processo di congelamento - e pu intrufolarsi fra il
ghiaccio a frittelle: le tonde, piatte formazioni che galleggiano
vicine nel primo stadio di formazione del ghiaccio
marino compatto. Ma quando dal ghiaccio il sale comincia
a filtrare nel mare sottostante, quando i venti spingono
i blocchi a raggrupparsi, quando gli accumuli e i crinali
s'innalzano, destreggiarsi fra il ghiaccio si fa sempre pi
difficile. Mentre il ghiaccio solidifica compattandosi, la superficie
diventa sempre pi simile al suolo che al mare, e
alla fine tornare indietro  impossibile.
Per via della nostra precipitosa ritirata dal ghiaccio costiero
poco dopo l'attracco, i nostri passeggeri si mostrano
affascinati e insieme preoccupati, e pieni di domande e
di convinzioni ingannevoli durante l'aperitivo nella sala
lounge. Un passeggero si riferisce al Cormorant come a
una nave rompighiaccio, e io lo correggo.
Una vera rompighiaccio non solo deve avere uno scafo
rinforzato dico, ma anche la sagoma giusta e una potenza
sufficiente per penetrare nei ghiacci con la prua. Ci
che rompe il ghiaccio non  soltanto lo scafo, ma il peso della nave.
Allora perch non usiamo una rompighiaccio? domanda il passeggero.
Sono molto costose rispondo. E di solito non possiedono
gli stabilizzatori, come invece abbiamo noi, perci
pu avere un'idea di quanto peggiore sarebbe il mal di mare.
Non abbiamo mai trasportato passeggeri con condizioni tali
da richiedere l'impiego di una nave rompighiaccio.
Getto un'occhiata all'orologio.  quasi ora di cena, cos
chiedo scusa e me la svigno verso il telefono satellitare del
business center. Quando mi collegano con l'alloggio di
Keller, prego in silenzio che lui sia l.
Nel sentire la sua voce, per poco per il sollievo non mi
cade il telefono di mano. Keller, sono io. Prima che possa
del tutto aprire bocca, sparo: C' una cosa che ti devo
dire. Non ne ho avuto il tempo sull'isola di Deception.
Lo so fa lui. Non intendevo farti fretta con quell'anello.
Lo so che il matrimonio non  mai stato nei tuoi progetti, e io...
Non  questo dico, parlando veloce, consapevole
come al solito che non abbiamo mai abbastanza tempo.
In realt non te lo volevo dire per telefono. Prendo fiato
e mi butto: Sono... sono incinta.
Scariche elettriche, non sento altro; aspetto un momento, poi chiamo: Keller?
Niente.
Mi si rovescia lo stomaco. Se pensavo che la notizia l'avrebbe
reso felice, forse mi sbagliavo.
Penso all'Australis, diretta a sud: di certo a questo punto
avr pur invertito la rotta, ma anche in quel caso il collegamento
via satellite potrebbe essere un azzardo. Riattacco
e rifaccio il numero. Stavolta non riesco nemmeno a collegarmi,
e sbatto gi il telefono.
Guardo l'orologio e sospiro: a quest'ora dovrei gi essere
a cena. Provo a chiamare un'ultima volta. Poi, a malincuore,
ci rinuncio e mi dirigo in sala da pranzo, dove
l'unico posto vuoto  vicino a Kate e a Richard. Richard
continua ad avere il cerotto contro il mal di mare dietro
l'orecchio.
Prima di questo viaggio non avevo idea che esistessero
cos tanti tipi di ghiaccio dice Kate. Un po' come le cento
diverse definizioni di neve degli eschimesi.
 solo una leggenda, Kate dice Richard.
Che cosa? fa lei.
 una leggenda metropolitana risponde lui. Sembra
avere il viso accaldato, e continua a battere le palpebre,
come per cercare di mettere a fuoco. Qualsiasi linguista
accreditato ti dir che la lingua degli Inuit potr anche
avere molti modi per riferirsi alla neve, ma di base non
 diverso che per l'inglese, dove abbiamo neve bagnata,
neve farinosa, neve fangosa, neve a bufera, e via dicendo.
Kate si limita a guardarlo, e il rossore di Richard si fa
pi acceso, la posizione della mandibola un po' pi rigida.
Allunga una mano verso la bottiglia di vino al centro del
tavolo e riempie il bicchiere di Kate. Capisco che Richard
non sa del bambino, e che Kate non ha ancora deciso cosa
fare della gravidanza.
Cerco di cambiare argomento. A maggio e a giugno
dico, quando il continente si prepara a bloccare navi come
la nostra per l'inverno, puoi davvero udire i cristalli di
ghiaccio che si formano, se ascolti abbastanza attentamente.
Sembra quasi che l'acqua stia cantando.
Sul serio? dice Kate. Vorrei essere qui per vederlo.
Anzi, per ascoltarlo.
Interessante, il modo in cui lei personifica la natura
dice Richard, andando con lo sguardo da me a sua moglie.
Sempre meglio che oggettivarla ribatte Kate.
E sarebbe quello che faccio io?
Kate stringe le labbra, lanciando a Richard uno sguardo
che dice non qui, non ora.
Tutti noi oggettiviamo la natura, in una certa misura,
non  cos? interviene un uomo seduto dall'altra parte
del tavolo. Cio, se non avvertissimo una sorta di distanza,
non potremmo mai costruire case, o mettere benzina
nelle nostre auto, o accendere le luci. Per non parlare del
cibo. Non puoi pensare ai maiali quando mangi la pancetta,
se no non mangi proprio.
Be', secondo mia moglie, dovremmo trattare tutti questi
animali come esseri umani dice Richard. Balene e pinguini
e perfino il krill.
Kate ha ragione faccio io, pi affabilmente che posso.
Non sono sicura che discutere con Richard mi riesca
meglio di quanto riesca a Kate, ma non mi sento altrettanto
a disagio. Gli animali non sono meno preziosi per il
pianeta degli esseri umani.
Certo che s, invece. Esiste una gerarchia.
Una gerarchia stabilita dall'uomo rispondo. Prenda
gli squali, per esempio. La maggior parte della gente
pensa che gli squali non siano che macchine di scena di
un film dell'orrore. Mentre invece c' il forte rischio che
si estinguano nel giro di pochi decenni, e sono proprio
loro ad aver mantenuto in equilibrio l'ecosistema marino
per quattrocento milioni di anni. Una volta spariti loro,
cambier tutto.
Si direbbe che la sua idea di mondo perfetto escluda
del tutto l'essere umano. Richard ha la faccia cremisi, e
contrazioni all'occhio sinistro. Si strofina gli occhi con le
mani.
Non  poi una cattiva idea.  Kate a parlare, ma in
un mormorio cos basso che per poco non mi sfuggiva.
Perch non ne sono sorpreso? chiede Richard, la
voce venata di amarezza.
Smettila, Richard dice lei a bassa voce. Poi scosta la
sedia dal tavolo.
Richard le afferra il braccio. Aspetta.
Kate cerca di liberarsi dalla stretta, ma Richard si alza
e mentre la trascina in piedi con s ribalta la sedia e versa
due bicchieri di vino sul tavolo. Guardo di nuovo il cerotto
medico dietro il suo orecchio e so che qualcosa davvero
non va. Scorro velocemente la sala, cogliendo lo sguardo
di Thom. Non so che cosa abbia visto, ma legge la mia
espressione e si raddrizza sulla sedia, pronto a intervenire
in caso abbia bisogno di lui.
Scatto in piedi anch'io quando la nave vira bruscamente
a sinistra, cogliendoci tutti di sorpresa. Mi afferro alla sedia
mentre dal tavolo i piatti scivolano in grembo ai commensali,
con i camerieri che, riuscendo a stare in piedi a malapena,
cercano di evitare che i loro vassoi finiscano a terra. Il vino
si sparge sulla tovaglia come una macchia di sangue. Glenn
ci passa accanto di corsa uscendo dalla sala da pranzo.
Torno da Kate e Richard: Richard  a terra, cerca di
rialzarsi aggrappandosi a una sedia. Kate non lo aiuta.
Cos' successo? chiede qualcuno. Abbiamo urtato
qualcosa?
No rispondo. Abbiamo invertito la rotta.
Thom  accanto a me, adesso, e quando lo guardo annuisce:
la sgradevole conferma che anche lui sappia perch.
...
.
...
Sud del circolo polare antartico.
(6633'S).
...
.
...
Secondo la legge marittima internazionale, una nave
passeggeri dev'essere in grado di lanciare ogni mezzo di
salvataggio, caricato con passeggeri ed equipaggio, entro
trenta minuti dal segnale di abbandonare la nave inviato
dal capitano.
Ma c' una bella differenza fra essere teoricamente
all'altezza di un compito e portarlo a termine. Non importa
quante esercitazioni facciano i membri dell'equipaggio,
pur tenendo conto della possibilit di onde anomale e iceberg
capovolti, non possono prevedere quanto tempo ci
vorr per prendere la guida di milleduecento passeggeri e
quattrocento membri d'equipaggio da una nave danneggiata
in un mare bloccato dai ghiacci sotto il circolo polare
antartico, dove le scialuppe di salvataggio possono non
trovare un punto su cui galleggiare.
Nessuno pu saperlo. Non  mai successo... finora.
Sono in piedi accanto a Amy fra lo staff della spedizione
e l'equipaggio riuniti in fretta e furia sul ponte, dove
Glenn ci sta dando altre istruzioni. Come ci ha detto prima,
nel Gullet l'Australis ha urtato un oggetto sommerso,
probabilmente del ghiaccio, e sta imbarcando acqua.
Glenn e il Capitano Wylander hanno coordinato le azioni
di soccorso con la guardia costiera argentina, la marina
cilena, e altre due navi da crociera.
L'Australis non ha ancora diffuso il segnale di abbandonare
la nave, e questo mi d qualche speranza. Il Cormorant
 l'imbarcazione pi vicina, e ci troviamo a dieci
ore di distanza - dieci ore molto critiche - ma l'Australis
ha ancora l'energia elettrica, e il suo capitano calcola che
star a galla per altre dodici ore, dipende dalle condizioni
del tempo.
Tutti noi, naturalmente, siamo stati addestrati per le
emergenze, dalla rianimazione all'evacuazione del Cormorant.
Ma mettere insieme un piano di soccorso per una
nave che sta affondando con milleseicento persone a bordo
senza sapere, una volta arrivati laggi, quali saranno le
condizioni,  pressoch impossibile. Il Cormorant, quasi
al completo, pu accogliere in sicurezza non pi di duecento
persone.
Certo, non tutte le navi che colpiscono il ghiaccio sono
destinate ad affondare. Un transatlantico da crociera atto
alla navigazione  fornito di propri dispositivi di sicurezza:
paratie ermetiche, allarmi di sentina, compartimenti stagni,
tunnel di fuga. Quando tutte le misure funzionano
come si deve, una nave sinistrata pu inclinarsi a un angolo
assurdo per giorni o addirittura per settimane senza
affondare.
Tuttavia l'Australis, come apprendiamo adesso, ha subito
un vasto danno. Pare ci sia stato un grave malfunzionamento
di due delle porte stagne dice Glenn. Il guasto
 avvenuto quando, rimasti bloccati nel ghiaccio costiero,
stavano cercando di forzare una via di fuga. La prossima
nave pi vicina  a otto ore di navigazione dietro di noi.
Il che significa che per le prossime diciotto ore il Cormorant
 la sola concreta speranza dell'Australis.
Ci sono vittime? domanda Nigel.
S risponde semplicemente Glenn.
Cerco di stare ferma, di respirare normalmente. So
che quando si tratta di azione di salvataggio non devo
permettermi il lusso di scegliere quale vita sia pi importante
rispetto a un'altra, non quando sono cos in tanti a
essere in pericolo. Ma so anche che nell'istante in cui avremo
avvistato l'Australis, per me conter solo una persona.
Abbiamo gi isolato una sezione della lounge, adesso
trasformata in un mini-triage fornito di coperte e attrezzatura
di primo soccorso, ed  il momento di rivelare la
notizia ai passeggeri. Mentre scendiamo i gradini verso
la lounge, Amy mi si avvicina. Se la caver mi dice all'orecchio.
Se c' qualcuno che pu gestire una situazione
simile, quello  Keller.
Il resto dell'affollata e surriscaldata lounge sembra
pronto come per una qualsiasi presentazione, con un'eccezione:
il silenzio. I passeggeri attendono, gli occhi nervosi
puntati su Glenn, mentre lui spiega la situazione. Conservano
la calma, restano passivi, forse essi stessi leggermente
sotto shock.
Per precauzione conclude Glenn, da questo momento
in poi richiediamo che tutti gli ospiti indossino i
giubbotti di salvataggio, giorno e notte. Non vi sar pi
permesso accedere alla plancia, alla sala fitness, o al ponte
di poppa, dove concentreremo le operazioni di ricerca e
soccorso.
Molto pi probabilmente di ricerca e recupero. Per
quanto io voglia conservare l'ottimismo, sono stata abbastanza
a lungo in queste acque e in questi climi per sapere
che cosa possono causare: alle barche cos come ai passeggeri.
Immagino l'Australis inclinata sul fianco e mi chiedo
dove fosse Keller quando la nave ha sbattuto. Forse
in quel momento era al telefono con me,  per questo che
abbiamo perso la linea?
So che non  certo quello per cui vi eravate iscritti
dice Glenn, ma vi esorto a restare nelle vostre cabine il
pi possibile. So che molti di voi hanno competenze mediche
e altre perizie di cui avremo necessit, e potremmo
convocarvi. Ma per il momento, dovete stare al sicuro e
levarvi di torno. Fa un respiro. Infine, e so che  uno
dei molti inconvenienti che sopporterete nei prossimi
giorni, dovr chiedere a ognuno di voi di accollarsi uno
o due altri passeggeri, possibilmente nella vostra cabina.
Potete dividere l'alloggio fra di voi, o ospitare qualcuno
dell'Australis.
Glenn rivolge un cenno allo staff, e io vado in posizione
mentre cominciamo l'esercitazione per le scialuppe di salvataggio
in caso d'emergenza, la stessa effettuata la prima
sera a bordo, nel canale di Beagle. Sembra molto pi di
una settimana fa: allora, tutti ridevano e facevano fotografie
mentre indossavano i loro goffi giubbotti di salvataggio
arancioni, nell'eccitata attesa di affrontare il Drake e ci
che li attendeva oltre lo stretto. Ricordo di aver pensato che
questo sarebbe stato un lungo viaggio, ma per ragioni del
tutto differenti.
Adesso i passeggeri indossano i loro giubbotti e si radunano
nel punto di raccolta con aria cupa. Io sto al mio
posto, incapace di guardare chiunque negli occhi. La natura
e io siamo sempre andate d'accordo, o cos credevo;
abbiamo avuto un ottimo rapporto di mutuo rispetto
e comprensione. Ma forse dalla natura non avevo molto
da temere, visto che per molto tempo si  sempre trattato
solo di me. Mentre il Cormorant sfreccia verso sud,
avverto l'ansia stringermi la gola. Come ogni viaggiatore
dell'Antartide sa, una volta che cominci a temere il ghiaccio,
il rapporto fra te e lui cambia per sempre.
...
.
...
Vent'anni prima del naufragio.
Altopiano di Ozark, Missouri.
...
.
...
Nel cuore della foresta l'umidit  opprimente, specialmente
durante il mese di settembre. Fa troppo caldo
per coprirsi completamente, e non ho fatto che prendere
a sberle zanzare per tutta la mattina. Indosso pantaloni
lunghi per evitare l'edera velenosa, ma ho una maglietta
a maniche corte, zuppa di sudore e di un repellente per
zanzare appiccicoso e puzzolente.
Non c' cosa in questi boschi che non riesca ad avvilupparti.
Mentre mi chino per prendere il mio taccuino da
campo, sfrego il braccio nudo contro un cespuglio da cui
germoglia dell'edera velenosa. Guardo le foglie a gruppi
di tre, poi rovescio met del contenuto della mia bottiglia
d'acqua sul punto dove la pianta mi ha toccato la pelle.
Pam mi sente e si gira a guardare. E solo met mattina,
ma i suoi capelli castano scuro sono gi in fuga dalla coda
di cavallo allentata, e il suo viso  rosso acceso, come immagino
sia il mio.
Reggi bene? mi chiede.
Benissimo.
Pam ha il doppio della mia et, e questo  il mio secondo
anno come sua assistente di ricerca, tuttavia continua
a chiedermelo.
Oggi qui fuori  bestiale dice.
Sempre meglio che servire carne di dubbia provenienza
da Dobbs. Prima di cominciare a lavorare per Pam, il
mio lavoro da studente era servire pasti nella tavola calda
vicino al mio alloggio.
Mi ero iscritta al corso di biologia della dottoressa Pam
Harrison due anni prima, durante il primo anno presso
l'Universit del Missouri. Anche allora sapevo di volermi
concentrare sugli uccelli; l'ossessione della mia infanzia
non era mai scemata.
Avevo sperato di andare a Seattle per il college, all'Universit
di Washington, dove avrei potuto inserirmi nel
programma sui pinguini di Magellano di cui avevo tanto
sentito parlare. Ma ero troppo scoraggiata dall'entit del
prestito finanziario che partecipare al programma della
UW avrebbe comportato per prenderlo in considerazione.
Stupida mi avrebbe detto Pam in seguito, scoprendo
come mai fossi finita alla Mizzou. Come pensi di arrivare
da qualche parte se non ti prendi dei rischi?
Da matricola, il sorteggio degli alloggi mi assegn a
Jones Hall, e appresi ben presto che gli alloggi femminili
sono un ambito luogo in cui vivere, per via della loro
prossimit alla Greek Town. La mia compagna di stanza,
Taylor, era una piccola e vivace biondina di Springfield
la cui maggior ambizione al college era entrare nella Tri-
Delta, la confraternita femminile. Taylor mi invitava a
tutte le feste, insistendo perch mi truccassi il viso - visto
che di solito non mi truccavo - e offrendomi il suo
guardaroba.  troppo corta dicevo io, dopo essere
entrata a fatica in una delle sue gonne striminzite. 
proprio questo il punto mi rispondeva lei, allungandomi
un lucidalabbra.
Grazie a Taylor e alle sue migliorie, mi sentii come se,
oltre a un mucchio di altre matricole, avessi appena incontrato
una nuova versione di me stessa, e durante quei
primi mesi assaporai la visione fugace di quella che avrei
potuto essere, una volta abbandonata la personalit da
maschiaccio della mia infanzia. Tuttavia, con il passare dei
mesi, trovai difficile stabilire un legame con quel mio nuovo
modo di essere, cos come con gli altri studenti. Ero in
un seminterrato affollato, la birra a fiumi, la musica a tutto
volume, e provavo di colpo la voglia di infilare la porta e
andarmene, pi felice solo quando cominciavo ad avviarmi
verso casa, da sola, nell'aria fredda della notte. Mi ritrovavo
a non vedere l'ora di sgusciare fuori dal letto di un
ragazzo per non dover essere costretti a fare conversazione
una volta passata la sbornia. Il divertimento stava scemando,
anche se, settimana dopo settimana, mi riproponevo
nella speranza che potesse essere diverso.
Durante il secondo semestre, frequentai il mio primo
corso con Pam, e il centro della mia attenzione si spost
dalle feste alla scienza, bruscamente, quasi si fosse ripreso
il posto che gli era naturale. Minuscola, capelli scuri, sulla
quarantina abbondante, Pam era una donna energica,
schietta, sbrigativa, e la sua passione per l'ornitologia era
palpabile e contagiosa. Riusciva a rispondere a qualsiasi
domanda senza esitazione, perlopi basandosi sulla propria
esperienza sul campo, e mi domandavo come sarebbe
stato possedere quel genere di conoscenza, sapere su una
specie o su un ambiente tanto quanto sapevi su te stessa.
Pam teneva diversi corsi di scienze biologiche e dirigeva
il laboratorio di ecologia degli uccelli. Quel semestre
lessi tutto quello che potevo sugli uccelli, e in autunno
mi iscrissi al suo corso di ecologia degli uccelli. Un giorno,
dopo la lezione mi prese da parte. Disse che aveva
bisogno di un assistente sul campo e, mentre solitamente
ingaggiava studenti in via di specializzazione, intuiva mi
sarebbe potuto interessare. Il lavoro comportava la ricerca
e il monitoraggio dei nidi, la ripetuta osservazione degli
esemplari inanellati, e la registrazione degli appunti di
ricerca sul campo.
Non ho mai fatto niente del genere prima risposi.
Sei abbastanza in forma? Ce parecchio da scarpinare.
All'epoca un'assidua della corsa, percorrevo un'ottantina
di chilometri a settimana. Feci cenno di s.
Com' il tuo udito?
Buono.
Sei daltonica?
No.
Hai problemi a uscire con il maltempo?
Scrollai la testa.
Edera velenosa, pipistrelli, serpenti... problemi?
No.
Allora sei assunta disse. Partiamo dal parcheggio
di Tucker Hall domani mattina, alle sette in punto. Sii
puntuale.
Quella prima mattina non avevo alcuna idea di quello
che stavo facendo, ma pian piano imparai. Imparai ad acchiappare
gli uccelli nella rete, a pesarli, a misurarli e a
inanellarli. Imparai ad ascoltare e ad aspettare, a trascorrere
ore sotto un tetto di alberi nel volubile clima del Midwest,
a scorgere nidi ben nascosti.
E adesso, dopo un anno, sto lavorando con Pam a una
ricerca pluriennale per valutare la reazione delle varie
specie al diboscamento e al recupero in alcune zone delle
Ozark.
Osserviamo gli schemi di riproduzione, di predazione
e la percentuale degli uccelli che ritorna nelle aree
deforestate.
Mentre camminiamo fra querce e ginepri, riesco a scorgere
la demarcazione dall'ultimo diboscamento fra la vecchia
e la nuova vegetazione. Pam, davanti a me, si ferma
di colpo, e io mi accovaccio accanto a lei. Sbircia sotto
un cespuglio, attratta da un nido vuoto. Come al solito,
non dice niente, dandomi il tempo di vedere quello che
vede lei. E un istante dopo, vedo: frammenti di guscio,
cos piccoli da risultare quasi impercettibili a occhio nudo.
A meno che tu non sia Pam, o non sia stata addestrata da
Pam.
Che ne pensi? mi chiede.
Mi siedo sui calcagni e mi guardo intorno. Non vedo
tracce fra le foglie cadute, ma i serpenti sono i principali
predatori dei canarini da queste parti.
Mentre Pam sfoglia le pagine del taccuino di campo,
so che aggiungeremo un altro componente al suo mezzo
decennio di ricerca; ed  questo quello che ho imparato
ad amare: come ogni giorno porti a una nuova scoperta,
come le vite delle specie siano cos intricatamente stratificate,
come ci si cominci a porre le domande che porteranno
infine alla decifrazione di tutti questi misteri. Lavorare
con Pam  diventato, per me, assai pi inebriante dei grossi
boccali di birra e delle gelatine alcoliche di Greek Town.
Far delle ricerche sulla predazione dei serpenti in
quest'area dico a Pam.
Chiude il taccuino e mi guarda. Parli sempre di lavorare
con i pinguini mi dice. Dove pensi di andare per la
specializzazione?
Ho pile di opuscoli e domande nel mio alloggio, ma
d'altro canto non voglio partire. Ho la sensazione di dover
portare a termine quello che ho cominciato a fare qui con
Pam: il problema  che potrebbero volerci anni, perfino
decenni.
Ho ancora tempo le dico.
Devi pianificarlo in anticipo.
Non so dico. Sto pensando che forse rester qui.
Per continuare questo lavoro.
Beve un sorso dalla sua bottiglia d'acqua e scuote la
testa.
Pessima idea. Il tuo desiderio sono gli uccelli marini,
hai bisogno di andare a est o a ovest, a nord o a sud. Sul
mare. Nel giro di due anni non ne potrai pi di stare qui.
Non vuole che resti?
Sei tu a non voler restare risponde. Tu vuoi i pinguini,
non i canarini. Che cos', hai un ragazzo?
Sono andata a letto con uno che si chiama Chad incontrato
a un corso di fotografia, ma non lo definirei il mio
ragazzo. Non ancora.
No assicuro a Pam. Niente del genere.
Ottimo dice. Allora nulla te lo impedisce.
E se mi piacesse lavorare con lei?
Esci dal tuo ambiente sicuro.  la prima regola per
aver successo come ricercatore.
E la seconda?
Scegliere, o la scienza... dice, ... o la famiglia. Le
donne non possono prendersi il lusso di avere entrambe.
Nonostante Pam sia la mia mentore, non so molto della
sua vita privata. So che  single e che vive in una piccola
casa non lontana dal campus. Viene al lavoro in bicicletta
quasi con qualsiasi tempo e, come me, di solito lavora
nei fine settimana e durante le vacanze. Per via dei suoi
viaggi in America centrale per tracciare la migrazione dei
canarini, non ha animali domestici, e una volta l'ho sentita
riferirsi ai suoi specializzandi come i miei bambini.
Ci rimettiamo al lavoro, e pi tardi, quando Pam ritorna
alla macchina, resto alcuni minuti indietro con la scusa
di prendere qualche altro appunto. Mi piace il silenzio
che c' qui, e quando sono sola e resto completamente
immobile, riesco a percepire i fantasmi delle battaglie della
guerra di Secessione. Scorgo un cervo passare delicatamente
fra i rami bassi, o una tartaruga prendere il sole
su una roccia nei pressi del fiume. Al campus spesso mi
sento sola, tagliata fuori. Qui nei boschi, non esiste una
cosa come la solitudine, soltanto la quiete, e qualcosa di
simile alla pace.
Ci troviamo in un'enoteca nella cittadina di Rocheport
- io e Chad, e i suoi amici Paul e Heather - a meno di
mezz'ora dall'universit. Gli alberi sono in fiamme, esplosioni
di rosso e arancione. Siamo arrivati qui nel pomeriggio,
con luce e tepore nell'aria sufficienti per fare una
passeggiata nella piccola citt storica e intorno ai vigneti,
dove ci siamo fermati ad assaggiare i vini.
Doveva essere una piccola fuga pomeridiana e adesso,
dopo aver aperto una quarta bottiglia, con il sole calante
sul Missouri che scorre pi gi nella valle, mi domando
invece quando torneremo a Columbia. E, con mia grande
sorpresa, me ne importa ben poco.
Io e Chad andiamo a letto insieme da circa un mese,
e questa  la prima volta che ci spingiamo a oltre un chilometro
dal campus. Chad sta seguendo il corso di specializzazione
in giornalismo, ha qualche anno pi di me.
Ci siamo conosciuti a un corso di fotografia un paio di
mesi fa, all'inizio del semestre. Mi ero iscritta perch il
corso soddisfaceva un requisito artistico. Lui l'aveva fatto
per imparare a fotografare i suoi stessi servizi. Quel suo
aspetto non rasato e un po' stropicciato mi aveva attratta
all'istante; non possiede lo stile leccato da figlio di pap
che esibiscono molti degli altri studenti universitari.  intelligente
e ambizioso, cosa che apprezzo, e, da giornalista
in erba, non fa che attaccar briga con i politici locali su
questioni che mi premono, come il taglio e il trasporto del
legname nell'altopiano di Ozark, anche se ho l'impressione
che per lui conti di pi trovare una buona storia che
cambiare davvero il mondo. Chad scrive per il quotidiano
locale, riportando qualsiasi notizia, dagli incontri del
consiglio comunale alle conferenze sull'arte locale, e mi
ha invitata ad alcuni eventi culturali: proiezioni di film,
spettacoli di danza, reading di scrittori ospiti.
Per quanto possa insistere nel dire a Pam che non ho
un ragazzo, mi ha divertita l'opportunit di conoscere un
mondo al di fuori di terra, uccelli e sudore.
Prima di Chad i miei trascorsi sessuali si erano limitati
a un ragazzo del club di scienza del liceo e ad alcune avventurette
da ubriachi e di breve durata con dei ragazzi
della confraternita del college. Ma con Chad ho scoperto
gli armoniosi piaceri del sesso, la sua natura assuefante e
divorante. Essere desiderata per me era una sensazione
sconosciuta, euforizzante, e non importava che al di fuori
del letto non avessimo una vera e propria relazione. Ci
vedevamo in classe e uscivamo occasionalmente per andare
a scattare insieme delle foto, e tutto questo conduceva
nello stesso luogo: la stanzetta del suo appartamento, che
divideva con due altri studenti del master che non erano
mai nei paraggi.
E Rocheport, nonostante sia un progetto dell'ultimo
minuto, per Chad e me ha tutta l'aria di essere un passo
avanti: trascorrere la giornata con un'altra coppia in un
luogo romantico. Dopo la lezione di questa mattina, Chad
l'aveva menzionato quasi per caso, suggerendo che potesse
essere un bel posto per fare delle fotografie - il fiume,
i vigneti - e ci sarebbero volute solo poche ore. Io l'avevo
guardato nella luce dell'autunno, con la voglia di toccargli
i capelli sulla nuca, sentire la curva della sua mascella sotto
la punta delle dita, e da l a un'ora stavamo sobbalzando
sul sedile posteriore dell'auto di Paul.
Non ci avevo messo molto a rilassarmi in un modo
che di rado mi concedo, lasciando scorrere la giornata,
godendo dei momenti estemporanei. Il braccio di Chad
intorno a me mentre camminavamo per la citt. Gli effetti
del vino, a placare la preoccupazione per aver saltato la
lezione del pomeriggio. La sensazione di sperimentare un
aspetto della vita mai vissuto prima, cos distante da me da
apparirmi romanzesco: come se stessimo recitando il ruolo di noi stessi proiettati di anni nel futuro, giocando a fare
i grandi durante la fuga di un weekend. E mentre la quarta
bottiglia viene aperta e versata fra risate e voci farfuglianti,
so che stasera non torneremo a casa.
Quando Chad si scusa per andare in bagno, mi alzo
anch'io. Bevo di rado e, sebbene mi sia fatta solo un paio
di bicchieri, mi ritrovo a vacillare, e per sostenermi mi afferro
al suo braccio.
Suppongo che non si torni a casa stasera, vero? dico.
Gi,  fuori discussione che Paul riesca a guidare
dice con una risata. Resteremo in citt. Offro io.
Allora era questo il tuo piano. Gli do una stretta al
braccio, compiaciuta.
Ricambia la stretta.  stata un'idea di Paul. Non dirlo
a Heather.
Non aveva affatto pensato a me. Gli lascio andare il
braccio. Spero che non gli dispiacer doversi alzare presto
dico, stizzita. Domattina devo essere al lavoro alle
sei e mezza.
Ride di nuovo. Non essere cos ansiosa. Mi circonda
con il braccio. Pensiamo a godercela un po'.
Tornati al tavolo, Chad leva il bicchiere rivolto a me,
come per assicurarsi che fra noi vada tutto alla grande, e io
ricambio il brindisi facendo tintinnare i bicchieri. Una volta
scolato, avverto un piacevole giramento di testa, e non
m'importa pi se passare la notte fuori non  stata un'idea
di Chad: siamo qui, insieme, e tanto basta.
Torniamo in citt, dove i ragazzi hanno prenotato delle
stanze in quella che un tempo era una scuola. Nel letto a
baldacchino insieme a Chad, lascio andare tutti i pensieri
che mi frullavano in testa; siamo solo noi e le lenzuola
fresche e morbide sotto i nostri corpi, il leggero scricchiolio
del letto mentre accolgo il calore del suo corpo e colo
a picco nel calore del mio. Non abbiamo mai trascorso
un'intera notte insieme, e mi placo nella curva del suo
braccio prima di addormentarmi.
Il mattino seguente, mi sveglio con il mal di testa. Chad
 stravaccato sull'altro lato del letto, dandomi la schiena, e
temo che non si muover per ore. Sono gi quasi le sette,
e il mal di testa si acutizza nell'istante in cui mi viene in
mente. Pam.
Su una piccola scrivania dall'altra parte della stanza
c' un telefono, mi avvolgo in uno degli accappatoi della
locanda e compongo il numero di Pam, beccandola in
ufficio.
Sono a Rocheport dico, ma arrivo subito.
Rocheport? ripete lei, e immagino la sua espressione
mentre fa due pi due: la sua assistente ricercatrice, quella
che insisteva nel non avere un ragazzo, non si presenta al
lavoro perch si trova nel pi noto rifugio per coppiette
della regione.
Sar l appena posso.
Scordatelo dice lei. Sei l. Goditela.
Non pensavo che...
Prenditi un giorno, Deb dice. Ci vediamo domani.
E poi riaggancia.
Fisso la cornetta che ho in mano per un lungo momento
prima di rimetterla gi.
Chad si  mosso appena. Indosso i vestiti di ieri e vado
al banco della reception dell'albergo, intenzionata a prendere
un taxi e tornare a Columbia. Ma una volta l, mi
rendo conto di non avere abbastanza soldi per una corsa
di venticinque chilometri, e perfino arrivata in citt, non
avrei alcun modo di raggiungere le Ozark se Pam  gi
partita.
C' luce a malapena l fuori, e mi siedo nella sala della
colazione deserta con una tazza di caff. Mi avvinghio alla
tazza, lasciando che mi scaldi le mani, gli occhi fissi sul mio
riflesso, scuro e ondeggiante, mentre cerco di decifrare ci
che mi ha detto Pam. Aveva il tono di sempre - schietto e
sbrigativo - ma in qualche modo ho la sensazione di averla
delusa. Lei stessa non si prende mai una giornata libera,
almeno a quanto ne so, e temo stia pensando quello che
sto pensando anch'io: dovrei essere l sul campo invece
che star qui a gingillarmi in un bed and breakfast con un
uomo che ancora non riesco a considerare il mio ragazzo.
Non so bene da quanto sto seduta qui prima che qualcuno
sposti una sedia accanto alla mia. Mi chiedevo dove
fossi finita dice Chad.
Ha ancora l'aria mezzo addormentata, i capelli arruffati
e le palpebre gonfie. Quando una cameriera ci raggiunge,
chiede del caff. Non ci avevo fatto caso, ma adesso c'
un'altra coppia seduta dall'altro lato della sala, e una luce
dorata si riversa dalle finestre.
Non mi sono presentata al lavoro gli dico. Credo
che la mia capa si sia seccata.
Perch non ti sei semplicemente data malata?
Non ci avevo neppure pensato. Non sarei dovuta venire
qui.  stata una pessima idea.
Arriva il suo caff, e si riempie la tazza di panna. Lo
guardo, cercando di indurmi ad assaporare il momento,
questa nostra prima mattina insieme, ma non ci riesco.
Che cos' che ti frulla in testa? mi domanda.
Allontano la tazza e mi stiro la schiena.  stato divertente
dico.
 stato? sorride. Sono declinato al passato, adesso?
Con riluttanza, ricambio il sorriso. E ti definisci giornalista?
Non  passato. E passato prossimo.
Dio sia lodato per gli editor dice con una risata.
D'accordo, ricordami un po'... cosa significa passato
prossimo?
Significa un'azione del passato che per perdura nel
presente.
Ti piacerebbe che noi perdurassimo? E questo che
stai dicendo? domanda.
Resto interdetta. Avevo solo cercato di ritardare l'inevitabile.
E a te?
Sta ancora sorridendo, e mentre lo guardo in viso mi
torna in mente la sera in cui mi ha portato a vedere la
Parsons Dance Company, un corpo di danza moderna che
faceva un uso smodatamente creativo della luce. I danzatori
erano entrati a spirale nell'oscurit, poi erano balzati
dentro un raggio luminoso, fluidamente, quasi fossero
fatti d'acqua. E alcuni momenti dopo gli effetti di una
luce stroboscopica li aveva inchiodati sul posto, fissandoli
in pose di una frazione di secondo, e mentre penso a
come si muovessero sul palcoscenico, i loro corpi bloccati
a mezz'aria, mi viene in mente che  proprio quello che
facciamo io e Chad: avanzare poco alla volta pur restando
nello stesso tempo immobili.
Si alza. Resta seduta dice. Vado a pagare il conto e a
chiamare un taxi. Forse puoi recuperare almeno una parte
della giornata.
Davvero?
In piedi adesso alle mie spalle, si china su di me. Sicuro
mi bisbiglia nell'orecchio. Segue con le labbra il profilo
della mia mascella, fino alla bocca, mi d un bacio che
domanda perdono, un bacio cui io rispondo.
Mentre lo aspetto, sorseggio il caff ormai freddo, risento
nella mente la voce di Pam e mi domando se amore
e scienza siano davvero incompatibili. Avevo accolto la
sua filosofia perch perlopi non avevo fatto che lavorare.
Adesso, tramite Pam riesco a vedere quella che un giorno
potrei diventare, e voglio dimostrare che lei si sbaglia, e
trovare il modo di avere entrambi.
...
.
...
Il Gullet.
(6710'S, 6738'O).
...
.
...
L'acqua dolce congela a 0 C, ma quella di mare dev'essere
pi fredda. Secondo il grado di salinit, congela fra i
-4C e i -2C. A queste temperature, naturalmente, le probabilit
di sopravvivenza per gli esseri umani si riducono
a pochi minuti.
In questo momento vorrei non sapere cosa significa trovarsi
in acqua. Vorrei non immaginarlo neppure. In tutti
gli anni trascorsi in Antartide, sono finita sotto il ghiaccio
solo una volta. Successe sette anni fa nel mare di Ross. Mi
trovavo con un gruppo di geologi del Regno Unito che
voleva fare una perforazione nel ghiaccio per una ricerca
sui fossili. Ci spostavamo in una carovana di motoslitte,
cui dovemmo anche aggiungere lunghi tratti a piedi per
attraversare le creste formate dallo spaccarsi e sovrapporsi
del pack.
Non ricordo la caduta - cos improvvisa e incredibilmente
veloce - ricordo solo il suono del ghiaccio che si
spaccava, un rimbombo da fermare il cuore seguito da
uno schianto, e subito mi ero ritrovata sommersa. L'acqua,
violentemente gelida, mi estrasse all'istante ogni particella
di calore che avevo in corpo. Quando riaprii gli occhi,
annaspando in cerca d'aria, mi resi conto che la corrente
mi stava trascinando sotto il ghiaccio. Allungai una mano
verso l'apertura prodotta dal mio corpo e mi afferrai al
bordo della piattaforma ghiacciata. Girai la testa e vidi che
uno dei geologi mi allungava un palo, restando ben distante
dal bordo, sdraiato sul ghiaccio in modo da poter strisciare
verso di me. Era pericoloso avvicinarsi cos, ma non
aveva scelta. Afferrai il palo, scalciando con le gambe per
aiutarlo nello sforzo mentre si sporgeva per tirarmi fuori
da l. Quando mi ebbe trascinata su e posata sul ghiaccio,
vidi che dietro di lui c'era un'altra geologa a tenergli le
gambe, e un altro ancora ad afferrare quelle di lei: una
catena umana appiattita sul ghiaccio, che si muoveva disperatamente
all'indietro, lontana da quell'area sottile che
aveva ceduto.
Non appena raggiungemmo il ghiaccio pi solido, uno
dei geologi mi aiut a spogliarmi degli indumenti bagnati,
e quello che mi aveva tirata fuori stava spogliandosi per
infilarmi i suoi calzettoni, il suo maglione, il suo parka, urlando
agli altri di portarmi dei pantaloni asciutti, dei guanti,
un berretto. Avevo la pelle di un rosso acceso, il sangue
era fluito in superficie per preservare il corpo al suo interno,
le mie membra erano intorpidite e per un'ora tutto il
mio corpo trem convulsamente, ma fui fortunata. Molti
di quelli che hanno un incontro frontale con le acque
dell'oceano Meridionale non sopravvivono abbastanza a
lungo per morire di ipotermia acuta; subiscono un arresto
cardiaco o quello che  noto come shock da freddo, e
annegano. Entro pochi istanti dall'immersione, il battito
cardiaco s'intensifica, la pressione sanguigna aumenta e il
respiro si fa intermittente. I muscoli si raffreddano rapidamente,
e quelli pi vicini alla superficie dell'epidermide,
come i muscoli delle mani, perdono velocemente le funzioni.
Non riesci a muoverti, non riesci a parlare, non riesci
nemmeno a pensare. Anche a 4C, per non parlare di
-2C, l'ipotermia non ci mette che tre minuti a intervenire.
I salvataggi in acqua sono rari; i recuperi dei corpi no.
Mi tolgo dagli occhi la mascherina, che speravo mi
avrebbe aiutato a dormire, e giro la testa dall'altra parte.
Amy  sdraiata supina sul letto, indossa anche lei una mascherina.
Non so se stia dormendo o, come me, sia rimasta
sveglia tutta la notte.
Glenn ci aveva incoraggiati a concederci un po' di riposo
finch potevamo farlo, e io e Amy ci eravamo coricate
nelle nostre cuccette, a far congetture sull'Australis, osando
sperare che la situazione non fosse cos drammatica
come sembrava. Lei mi aveva assicurato che Keller se la
sarebbe cavata, e c'eravamo dette che il danno, in effetti,
poteva essere minimo, che magari alla fine ci saremmo trovati
di fronte a una scena tranquilla e disciplinata. Poi era
calato il silenzio.
Mi alzo, mi getto addosso qualche altro indumento e il
parka in dotazione all'equipaggio, e do un'occhiata all'orologio:
quasi le cinque del mattino. Dovremmo essere
vicini.
Amy si muove e si tira su a sedere. Hai dormito? mi
domanda, io scuoto la testa. Nemmeno io dice.
Fuori, l'acqua ha ceduto il passo a un denso miscuglio
di frammenti ghiacciati e banchisa. Il mare adesso 
una zuppa massiccia di bianco incandescente, con alcuni
frammenti color antracite dove l'acqua fa capolino, io
e Amy siamo sul ponte di prua, in silenzio, e io aguzzo
la vista mentre il Cormorant si ricava un passaggio insinuandosi
fremente fra i ghiacci. Qui fuori c' soltanto una
mezza dozzina di passeggeri, la maggior parte sta ancora
dormendo. Prima, attraversando la sala lounge, avevamo
intravisto delle persone con un libro in mano e gli occhi
fissi sugli obl. E qui sul ponte, alcuni registrano video
sul nulla, sperando forse di essere i primi a realizzare una
ripresa della nave in procinto di affondare, e altri ancora
si scattano dei selfie.
Devo distogliere lo sguardo da loro. Poco lontano, delle
foche cancrivore sonnecchiano su iceberg e banchi di ghiaccio
galleggianti. Alcune sollevano la testa per un momento
per poi tornare al loro sonnellino; quelle pi vicine, allarmate
dal rombo del motore e dai colpi sordi del ghiaccio
contro lo scafo della nave, si lasciano cadere in acqua scivolando
fra le spaccature create dalle maree.
Ci stiamo avvicinando, ma a causa dell'aria torbida non
riesco a vedere molto distante. La nebbia si  saldata al
ghiaccio, avvolgendo il Cormorant in una foschia biancastra.
Mentre ci spingiamo avanti, il tambureggiare smorzato
proveniente dallo scafo s'intensifica in proporzione al
ghiaccio che incontriamo lungo il percorso. Getto un'occhiata
alle mie spalle, a destra, verso la plancia, divisa fra il
desiderio di essere l e il bisogno di tenermi invece lontana
da tutta quella tensione.
Dovremmo farci vive dice Amy, cogliendo il mio
sguardo.
Non voglio staccare gli occhi dalla nebbia spettrale,
quasi mi aspettassi di vedere Keller emergere dalla foschia.
Ma Amy ha ragione.
Annuisco e, proprio mentre ci voltiamo per rientrare,
un urlo perfora l'aria. Giro di scatto la testa verso quel
suono e vedo una donna indietreggiare dal parapetto.
Io e Amy ci precipitiamo da lei. Va tutto bene?! le
grido.
La donna riesce solo a indicare l'acqua e, nel leggerle
l'orrore in viso, so cosa deve aver visto. Vorrei chiudere
gli occhi, far marcia indietro, fuggire all'interno. Invece
guardo il mare dietro di lei. L sotto, tra la fanghiglia
ghiacciata, galleggia un parka blu stretto in un giubbotto
salvagente arancione. Quando il ghiaccio si separa, vedo le
gambe, e le braccia, e il corpo senza vita che le tiene unite.
E cominciata.
L'hanno visto anche dalla plancia, sempre che non stiano
vedendo anche di peggio. I motori gemono, la nave
rallenta fino a fermarsi. Amy circonda con il braccio la
passeggera in lacrime, tentando di calmarla. Guardo su
verso la plancia e vedo che la maggior parte dell'equipaggio
 sparita, probabilmente  scesa agli Zodiac. Un segnale
luminoso squarcia il cielo, bagnando tutti noi di un
bagliore rosso chiaro. Nell'esplosione di luce sanguigna
vedo che quello non era l'unico corpo: decine di giacche
blu galleggiano su e gi fra il ghiaccio, corpi fluttuanti a
faccia sotto in un ribollio di poltiglia ghiacciata.
Siamo arrivati troppo tardi. Quando in cielo esplode un
secondo razzo, strabuzzo gli occhi ma ancora non riesco a
vedere la nave, solo oscurit e iceberg e pinguini sparpagliati
su un banco di ghiaccio galleggiante in lontananza.
E poi, mano a mano che i miei occhi si adeguano - e forse
che la mia mente si adegua - mi rendo conto che quelle
figure sul ghiaccio non sono pinguini. Sono esseri umani,
decine e decine di passeggeri: alcuni sono accovacciati su
pezzi di ghiaccio, altri agitano le braccia in cerca di aiuto.
Da poppa giunge il ronzio delle gru, pronte a calare
nel mare ghiacciato il primo dei nostri otto Zodiac. Amy
sta conducendo la donna verso le cabine, e io faccio per
avviarmi sottocoperta. Di colpo mi blocco, ripensando al
binocolo di Richard. Uno strumento di gran lunga superiore
a quelli in dotazione all'equipaggio, e potrebbe fare
tutta la differenza nell'aiutarmi a localizzare Keller.
Mi precipito nella sala lounge, alla frenetica ricerca di
Richard. Non lo vedo, ma c' Kate. Incrociamo i nostri
sguardi all'istante, e mentre attraverso di corsa la sala lei
mi raggiunge a met strada.
Richard... dov'?
Non lo so risponde, sorpresa, quasi si fosse appena
resa conto che non lo vede da un po'. Ho preparato la
nostra cabina per accogliere i passeggeri, sicch non credo
che sia...
Trovalo le dico. Digli che abbiamo bisogno del suo
binocolo. Che lo dia a un membro dell'equipaggio perch
me lo consegni. D'accordo?
D'accordo. La vedo annuire prima di allontanarmi.
Da sotto, davanti al boccaporto di carico aperto, alzo lo
sguardo sul capitano Wylander, fermo al posto di comando
appena fuori la plancia, teso nello sforzo di individuare
un lastrone di ghiaccio abbastanza largo e spesso da sostenere
il peso di centinaia di passeggeri abbandonati. Ci serve
un sentiero - un ponte di ghiaccio, o anche un fiume di
acqua di mare - che si possa percorrere fino all'Australis
e alle sue vittime. In questo momento, tuttavia, vedo solo
grandi banchi e poltiglia di ghiaccio in agguato ovunque,
condizioni impossibili da affrontare sia a piedi sia a bordo
di uno Zodiac. Dovremo cavarcela in qualche modo.
Ripenso al nostro sbarco sul ghiaccio, solo pochi giorni
fa: gi quello era stato una sfida, ma almeno avevamo
potuto scegliere la distesa adatta, avevamo il controllo. E
il Cormorant non  affatto una nave rompighiaccio: se in
un mare cos instabile si sbaglia velocit o angolazione, un
grosso iceberg potrebbe squarciare anche uno scafo rinforzato
come il nostro, dopodich non ci ritroveremmo
certo in una situazione migliore dell'Australis. Le derive
stabilizzatrici che addolciscono il nostro passaggio attraverso
le acque turbolente del Drake sono vulnerabili al
ghiaccio, e il Cormorant non ha difese per proteggere le
eliche. La nostra nave  preparata a entrare in contatto
con gli iceberg, ma non  assolutamente in grado di spingerli
da parte.
E so che se il ghiaccio diventa troppo spesso o i venti
troppo estremi, il nostro capitano non rischier di danneggiare
la nave. Saremo costretti a ritirarci. Con la temperatura
a picco e i venti che spingono i banchi di ghiaccio
l'uno contro l'altro, devo trovare Keller il prima possibile.
Potremmo avere una sola occasione.
Sono certa che Keller  ancora a bordo. Prima metter in
salvo i passeggeri, anche se dovesse significare affondare con
la nave. E, viste le opzioni, restare a bordo potrebbe anche
rivelarsi la mossa migliore, anche se  chiaro che nessuno
 finito in acqua o sul ghiaccio per scelta. Sembra gi che
le cose siano molto peggiori di quanto ci aspettassimo.
Adesso Wylander sta manovrando il Cormorant all'interno
di un'enorme superficie bianca che si estende ininterrotta
per almeno un centinaio di metri, e quando lo
scricchiolio del ghiaccio s'interrompe e la nave smette di
avanzare, alzo lo sguardo per cogliere il suo segnale.  il
momento.
Caliamo la passerella, e io scendo su una sezione di
ghiaccio abbastanza stabile. Essendo uno dei membri
d'equipaggio pi leggeri, mi sono offerta di sbarcare per
prima, sebbene sia certa che tutti sappiano che ho altre ragioni.
A una cinquantina di metri di distanza, una dozzina
di passeggeri  riunita sul ghiaccio, ma l'Australis  ancora
solo un pallido scintillio di luci nella nebbia alle loro spalle.
Quelli che si trovano su questa lastra di ghiaccio dovrebbero
essere in grado di raggiungerci. Alcuni stanno gi correndo
verso di noi. Sento la voce di Glenn all'altoparlante
dire ai passeggeri dell'Australis chi siamo, raccomandando
la calma, esortandoli a seguire le nostre istruzioni.
Ma sono esausti e in preda al panico, e continuano a
venire avanti: per la loro stessa sicurezza, dobbiamo farli
rallentare, separarli per distribuire il peso. Mentre avanzo
con cautela sul ghiaccio - tastandolo con un bastone da
trekking appuntito nella speranza che la punta non affondi
in fanghiglia o zone friabili, drizzando le orecchie per
percepire il temuto suono di ghiaccio che si scheggia - mi
chiedo se gli altri naturalisti siano davvero calmi come appaiono.
Nonostante il nostro addestramento, e nonostante
quello che sappiamo, non penso che nel pi profondo
dell'anima credessimo che una cosa del genere potesse
davvero accadere.
Sotto i miei piedi il ghiaccio tiene bene, e segnalo agli
altri dietro di me di seguirmi; nello stesso tempo alzo una
mano per trattenere i passeggeri dall'avanzare verso di
noi. Per quanto siano angosciati, mi obbediscono.
Mi giro e vedo Thom discendere la passerella. Il piano,
messo insieme in quattro e quattr'otto dopo che Glenn e
Wylander hanno valutato le condizioni del ghiaccio e del
tempo,  che io e Thom dovremo individuare una pista
affinch i passeggeri possano raggiungere il Cormorant,
e, una volta trovato un sentiero sicuro, piantare delle bandierine
per segnalare l'intero tragitto. Nigel e Amy guideranno
poi il resto della squadra lungo la pista per assicurarsi
che i passeggeri rimangano ben distanziati tra loro,
in modo da non creare pi pressione di quanta il ghiaccio
possa sopportarne. Dai corpi che passano galleggiando 
ovvio che alcuni hanno gi commesso quell'errore fatale
- e il nostro piano regger solo finch reggeranno le condizioni
del tempo.
Cerco di non abbassare gli occhi per evitare che il mio
sguardo si posi sulla giacca arancione di un naturalista che
passa fluttuando, o sulla caratteristica bandana di Keller.
Concentrati, mi dico. Ho bisogno di considerare un
momento per volta, un delicato passo alla volta. Mentre comincio
ad avanzare sul ghiaccio, mi accorgo che dovremo
rivedere il nostro piano prima di quanto ci aspettassimo. Il
gruppo di passeggeri davanti a noi  arenato su una lastra
ghiacciata larga una dozzina di metri, e fra noi e loro ce n'
una decina di fanghiglia ghiacciata. Non si erano fermati in
risposta al segnale di Glenn o al mio, si erano fermati perch
non potevano pi avanzare.
Rallentate grido alle mie spalle. Mentre Thom mi
raggiunge sul bordo del nostro banco di ghiaccio, i passeggeri
dall'altra parte avanzano fino al bordo del loro.
Tornate indietro! grida Thom. Sparpagliatevi!
aggiunge, allargando le braccia. Restate vicino al centro
della lastra di ghiaccio, pi distanziati che potete grida
ancora. Vi recupereremo. Tenete duro.
Abbiamo bisogno di uno Zodiac dico io, e Thom annuisce.
Dovremo trasportare lo Zodiac sul ghiaccio fino a
questo piccolo braccio di mare, e usarlo come traghetto.
Nonostante siano fatti di gomma, questi Zodiac non sono
certo dei pesi piuma. Sono lunghi circa sei metri e trasportarli
su terra richiede almeno due o tre robusti membri
dell'equipaggio. Anche se il ghiaccio regge, una volta calato
il gommone in acqua, caricare a bordo in sicurezza dei
passeggeri impazienti  ancora un'altra sfida.
Viene sparato in aria l'ennesimo razzo, e mentre sfrigola
nel cielo Thom si gira verso di me. Se vuoi proseguire,
mi occupo io di questa gente.
Avrai bisogno di aiuto con lo Zodiac.
Mi aiuter Nigel. Tu vai. Sii prudente.
Mi giro verso la luce guizzante del segnale luminoso e
comincio a camminare con cautela in quella direzione, fin
dove riesco a vedere il ghiaccio  ancora resistente e intatto.
Tuttavia, spesso le apparenze ingannano: la banchisa
che ci circonda, in precedenza attaccata al continente, per
tutto l'inverno  stata spinta qua e l sul mare dalle correnti
e dai venti, spezzata e poi ricompattata, e adesso, sotto
lo strato di neve che la ricopre,  impossibile individuarne
i punti fragili fin quando non ci metti il piede sopra. E ci
che  peggio, i venti stanno nuovamente montando, il che
significa che per quanto il ghiaccio adesso possa apparire
stabile, le sue condizioni potrebbero cambiare in un istante.
Pi avanti vedo un altro gruppo di passeggeri muoversi
verso di me in una massa indistinta di blu. Fermatevi
grido. Restate dove siete!
Ma non riescono a sentirmi. Devo avvicinarmi di pi,
dire loro di aspettare l'arrivo di Thom. Trafiggo il ghiaccio
e vado avanti. Poi, il secco riecheggiare di uno schianto,e
mi blocco.
Il suono non  sotto di me,  pi avanti. Alzo lo sguardo
giusto in tempo per vedere scomparire una delle giacche
blu. Gli altri si fermano di colpo, sento una donna gridare.
Mi sforzo di procedere lentamente, testando il ghiaccio
prima di avanzare. Dopo qualche altro passo, la punta del
bastone sprofonda nella fanghiglia.
Non  una grossa breccia, ma  abbastanza larga da inghiottire
il corpo di un uomo. Indietreggio, mi appiattisco
sul ghiaccio e ficco il braccio destro nell'acqua. La maggior
parte dei passeggeri indossa giubbotti di salvataggio,
perci estendo il braccio lateralmente sotto il tetto ghiacciato
del buco, a meno di sessanta centimetri di profondit,
nella speranza che l sotto la corrente non sia cos forte
come suggerirebbe il vento.
La mia mano incontra qualcosa; sebbene stia rapidamente
perdendo sensibilit, l'afferro e la tiro, e mentre
trascino il corpo verso di me noto un lampo di blu. Quando
mi  pi vicino, tuffo entrambe le braccia nell'acqua
e tiro pi forte che posso, usando le gambe per sospingermi
all'indietro, lontano dalla fenditura. Sto stringendo
un braccio, e raggiungo velocemente il collo del giaccone
cos da tirar fuori prima la faccia. Colgo di sfuggita il viso
dell'uomo, grigio e irrigidito dallo shock, e continuo a tirare,
issando il corpo man mano che indietreggio, con il
ghiaccio sul bordo del buco che si sgretola.
Arrivo a trascinargli fuori dall'acqua le spalle, ma non
riesco a tirarlo fuori per intero. Mi giro e chiamo Thom,
Nigel, Amy, sperando che uno di loro riesca a sentirmi.
Afferro l'uomo saldamente, e aspetto. Sembra aver smesso
di respirare, ma fra la corrente e il violento tremore delle
mie braccia,  difficile capirlo.
All'inizio penso che non verr nessuno, ma poi sento
un corpo muoversi lentamente accanto al mio. Preso!
 Nigel. Scivolo indietro e gli lascio tirare fuori l'uomo
dall'acqua. Quando emerge il torso, Nigel si solleva in
ginocchio e lo trascina fuori completamente. Lo rovescia
sulla schiena e gli s'inginocchia sopra, gli cerca il polso e
nello stesso tempo gli stringe le narici e si china per forzargli
aria nei polmoni. Tossendo e sputacchiando, i polmoni
dell'uomo si svuotano dell'acqua di mare, e battendo le
palpebre apre gli occhi.
L'uomo trema incontrollabilmente, e solo per il fatto di
aver ripreso a respirare non significa che sia fuori pericolo.
Nigel chiama aiuto via radio.
Sto tremando anch'io, e nel tentativo di stabilizzarmi
mi stringo fra le braccia. Gli altri passeggeri sono ancora
accalcati sul ghiaccio, molto vicino al punto in cui il
compagno era sprofondato. Andate indietro grido loro,
anche se so che a spingerli vicini sono l'istinto, la paura e
il freddo. Dovete distanziarvi l'uno dall'altro... almeno di
un metro.
Li guardo separarsi: lentamente, con riluttanza, con
incertezza.
Nigel sta parlando all'uomo caduto in mare, gli chiede
il nome, l'et, il luogo di provenienza, qualsiasi cosa pur di
tenerlo cosciente. Ma le cose non hanno un bell'aspetto,
l'uomo  incoerente, farfuglia parole a frammenti, batte i
denti con violenza.
Figuro a mente un concatenarsi di eventi: l'Australis intrappolata
nel ghiaccio, gli sforzi disperati per uscirne, lo
scafo squarciato, i banchi di ghiaccio che si scontrano, la
gente che salta gi, la nebbia, il caos, la morte.
Amy arriva in risposta alla chiamata di Nigel, e i due
rapidamente sfilano all'uomo la giacca, il maglione, e la
camicia, e lo avvolgono in una coperta di pile che dovr
supplire finch non arriva qualcun altro per aiutare Amy a
riportarlo sulla nave. Come se non bastasse, siamo troppo
pochi soccorritori, con troppo poche risorse, e troppo in
ritardo sul posto.
Mi giro verso Nigel, che mi fa cenno di procedere, ed
esito per un momento. Ho le maniche della giacca inzuppate,
le braccia insensibili, e dalle maniche dei rivoli
d'acqua mi si sono insinuati sul davanti del torace. La
stoffa a contatto con la pelle  bagnata e fredda. Tuttavia
mi rimetto in marcia, stringendo forte le mascelle per impedire
ai denti di battere - per i nervi e per il freddo - e
cammino muovendo le braccia su e gi per aiutare la circolazione
del sangue.
Un'indistinta catena di iceberg si erge in lontananza
simile a giganteschi incisivi. Proseguo lentamente, prudentemente,
attenta a scorgere del movimento se mai uno
di quelli, come un albero antico, decidesse di ribaltarsi e
spaccare la piattaforma di ghiaccio su cui stanno eretti.
Nonostante l'infittirsi della nebbia, capisco che mi sto
avvicinando all'Australis; sento i suoni afflitti dell'acciaio
che si contorce, e delle voci umane smorzate. Mentre
avanzo sul ghiaccio, pianto delle bandierine per segnare
il percorso, i punti dove si pu camminare in sicurezza.
Almeno per ora.
E poi la vedo.
Ancora avvolta nella nebbia, a un centinaio di metri
dritto davanti a me, c' l'Australis, inclinata pesantemente
sul fianco sinistro. Accelero il passo.
Ovunque io guardi, vedo scialuppe di salvataggio e
passeggeri con indosso le giacche blu della compagnia
di crociera: alcuni sugli Zodiac, altri sul ghiaccio. Scruto
quelle giacche alla ricerca di un barlume di arancione, di
un lampo di rosso.
La gola mi si gonfia di disperazione, l'ingoio immediatamente
e cerco di respirare. Mentre studio la scena di
fronte a me, faccio un rapido triage a mente. Le scialuppe
dell'Australis potrebbero riuscire a trovare un varco fuori
da questo labirinto di ghiaccio mentre il vento sferza i
banchi l'uno contro l'altro, sempre che a pilotarle siano
membri dell'equipaggio; in ogni caso, quelli all'interno
per il momento sono al sicuro. Gli Zodiac sono pi manovrabili
e facili da guidare, per sono anche pi piccoli e
pi propensi a ribaltarsi; i passeggeri potrebbero riuscire a
mettersi in salvo sempre che non restino bloccati sul pack,
eventualit che diventa sempre pi probabile.
Quelli che si trovano arenati sul ghiaccio hanno bisogno
di aiuto, e in fretta: ma ce ne sono cos tanti, e anche
se Nigel, i naturalisti e l'equipaggio mi raggiungeranno
presto, qui per il momento ci sono solo io. Osservo quei
passeggeri, ammucchiati come pinguini in un sito di nidificazione,
e mi rendo conto dello strazio delle scelte che
mi attendono: valutare le vite in rapporto allo spessore del
ghiaccio, valutare la mia sicurezza contro la loro, valutare
il fatto che di queste vittime ce n' una soltanto di cui
m'importi davvero e non so dove si trovi; e anche se preferirei
andare alla sua ricerca, questa gente in immediato
pericolo non pu essere ignorata.
Il Cormorant adesso si trova ad almeno quattrocento
metri dietro di me; chiamo Glenn via radio, gli comunico
la mia posizione e gli descrivo la situazione. Non individuo
nessuno dell'equipaggio dell'Australis; probabilmente
sono ancora tutti a bordo, cercando di mettere il maggior
numero possibile di passeggeri al sicuro, e questo mi
d una speranza.
Nell'avvicinarmi alla nave, le zone d'acqua si allargano,
prodotte dallo spostarsi dello scafo e dal suo affondare
che fa s che il ghiaccio si frammenti e galleggi alla deriva.
Mentre il mare continua a separarne i banchi - alcuni delle
dimensioni di un tavolo da pranzo, altri della lunghezza
di un isolato - devo rallentare sempre di pi per rimanere
sulla stessa lastra di ghiaccio.
Infine, arrivo a un punto morto. Fra me e la nave si
estende per sei, nove metri un misto di fanghiglia e frammenti
di ghiaccio galleggiante. Oltre a quello, un lastrone
delle dimensioni di circa dieci parcheggi per auto, con
bloccati sopra dodici passeggeri e nessun sentiero diretto
che conduca fino a loro. La mia unica opzione  tornare
sui miei passi e prendere una deviazione, allargando a destra
o a sinistra, bruciando cos minuti preziosi senza la
garanzia di riuscirmi ad avvicinare. Ma non ho scelta.
Con un gesto delle mani indico loro di stare fermi, di
sparpagliarsi. E quelli, mentre tento di raggiungerli per
un'altra via, comprendono e seguono le mie istruzioni.
Trovo un sentiero, ma il vento sta implacabilmente montando,
e quando infine li raggiungo, mi giro a guardare il
percorso che ho tracciato con le bandierine.
Gi il ghiaccio ha cominciato a frammentarsi nel vento,
e attraverso i banchi di nebbia vedo che i miei indicatori
si trovano adesso in una diversa posizione da quella in cui
li avevo piantati: il che significa che ho perduto l'unica
via per portare in salvo questi sopravvissuti. Il ghiaccio
 troppo frantumato per riuscirlo ad attraversare a piedi,
troppo serrato per poter arrivare qui con uno Zodiac. I
passeggeri terrorizzati hanno cominciato a bombardarmi
di domande, e io levo una mano per zittirli mentre con
l'altra chiamo nuovamente Glenn via radio.
Non possiamo avvicinarci oltre dice. Ci sono raffiche
di vento a trenta nodi e il ghiaccio  gi a otto decimi di
congelamento. Saremo costretti a ripiegare... molto presto.
Ho una decina di persone qui dico, e nessun sentiero
solido per tornare.
Tieni duro. Arriviamo con un paio di Zodiac.
Ma non vedo come Glenn si priverebbe di altri due
dell'equipaggio per trainare anche un solo Zodiac lungo
i quattrocento metri che ho appena percorso a piedi. Potremmo
restare bloccati qui per ore: sempre che il ghiaccio
regga tanto a lungo.
Cerco di prendere un profondo respiro, ma i miei polmoni
gelati si rifiutano di incamerare aria, e la testa comincia
a nuotarmi fra ondate di nero. Mi piego in avanti, le
mani sulle ginocchia, e prendo brevi respiri sincopati fino
a sentire finalmente il petto dilatarsi.
Infine mi raddrizzo, cercando di assumere un'espressione
composta. Mi guardo intorno con il vento che mi sbatte
in faccia il nevischio. Spero di riuscire a scorgere Keller, ma
tutto ci che vedo sono facce spaventate e sconosciute.
Qualcosa si muove alla mia sinistra, e mi giro in tempo
per vedere in lontananza un iceberg torreggiante oscillare
fra gli impetuosi frangenti.
Mentre l'osservo, comincia a capovolgersi.
Alla fine tutti gli iceberg instabili si ribalteranno, e
quando colossi di quelle dimensioni si rovesciano e beccheggiano,
possono anche generare onde monumentali in
grado di devastare navi, e sicuramente grandi abbastanza
da essere fatali per chiunque si trovi su un banco di ghiaccio
nei paraggi.
A terra! Mettetevi a terra! urlo ai passeggeri. Poi, a
braccia e gambe divaricate, mi getto al suolo. Cos grido,
sollevando la testa e lottando per farmi sentire sopra allo
scricchiolio del ghiaccio. Divaricate braccia e gambe!
I passeggeri seguono il mio esempio. Giro la testa, la
guancia poggiata sul ghiaccio, per osservare l'iceberg che
beccheggia: con grazia e dolcezza, anche se so che ci
che sta per investirci non lo  affatto.
Un momento dopo ecco che l'acqua s'innalza, l'ondata
di marea ci viene addosso quasi al rallentatore. Chiudo gli
occhi, pianto le dita nella lastra sotto di me e mormoro
ti prego reggimi, ti prego reggimi, sentendo il mio fiato
caldo contro il ghiaccio, e quando percepisco il banco sollevarsi
e ondeggiare, scuotendoci come se fossimo su un
gigantesco letto ad acqua, immagino noi tutti muoverci
insieme a lui, all'unisono, immobili, uniti.
Poi sento le urla dei passeggeri e apro gli occhi. Ci
stiamo ancora muovendo, il ghiaccio si curva e si piega
sotto di noi, ma fin qui va tutto bene. Alcuni continuano
a gridare in preda al panico, ma siamo ancora tutti qui. Ce
la caveremo.
Poi, un tremendo schianto, il ghiaccio comincia a spaccarsi
e a sbriciolarsi. Avverto il formarsi di una crepa e,
con il corpo che agisce pi in fretta della mente, rotolo
via proprio nell'istante in cui sotto di me si sta allargando
una fenditura, una bocca spalancata e piena d'acqua dove
fino a un attimo prima ero sdraiata. Sento un grido acuto,
guardo e vedo una donna scivolare in un'altra spaccatura.
Un passeggero l'afferra per le braccia e riesce a trattenerla
l, nell'acqua fino alle cosce, finch altri due li raggiungono
strisciando e la tirano fuori.
Con le onde che riecheggiano sotto il ghiaccio fragile,
restiamo tutti l, sdraiati e immobili. Chiudo gli occhi
per un momento, vorrei quasi non muovermi mai pi. Qui
sono al sicuro, per ora. Il bambino  al sicuro. E fino a prova
contraria, anche Keller  al sicuro. Quando aprir gli
occhi, dovr alzarmi, fingere di sapere cosa sto facendo,
e continuare ad andare avanti, verso ci che sono sempre
pi sicura di non voler vedere.
Sento qualche altro schianto, suoni normali dato il
peso e il movimento del ghiaccio, e quando sono certa che
nient'altro si stia spaccando, mi alzo e subito guardo verso
l'Australis.  di nuovo quasi completamente avvolta dalla
nebbia, le onde devono averci spinti pi lontano. Vicino
allo scafo, galleggiano corpi senza vita.
Mi volto, e di fronte a me c' la prima piccola buona
notizia: le onde ci hanno spinti con forza contro un'estesa
superficie ghiacciata, ci significa che potremmo avere un
ponte provvisorio per il Cormorant. E non c' tempo da
perdere.
Cerco di scrollarmi di dosso la crescente tensione e procedo
rapidamente, testando il ghiaccio. Qualche momento
dopo, sto chiamando Glenn via radio, sto urlando istruzioni
ai passeggeri arenati, e li sto guidando su ghiaccio pi
resistente, uno straziante passo dopo l'altro. Ritrovo la mia
prima bandierina, poi ne ritrovo una seconda. Il ghiaccio
continua a muoversi, rendendo il nostro cammino verso
la nave lento e pericoloso, rubando tempo prezioso che
preferirei non dover consacrare senza sapere dove si trovi
Keller. Getto uno sguardo alle mie spalle, alla nave che svanisce
nella nebbia, ai passeggeri con gli occhi sgranati dalla
paura che a me hanno affidato la loro salvezza.
Mi trovo a met strada dal Cormorant e vedo Thom e
altri due dell'equipaggio trascinare sul ghiaccio uno Zodiac.
Quando ci raggiungono, io e Thom lasciamo i passeggeri
recuperati con i due dell'equipaggio, mentre noi
procediamo spediti verso il mare che ci condurr all'Australis.
Ho la sensazione che il gelo e il peso del gommone
stiano per spezzarmi le braccia, ma sono grata al calore
che il mio corpo deve produrre per portare a termine il
compito.
Quando raggiungiamo il bordo del mare e caliamo in
acqua lo Zodiac, prendiamo fiato per un momento. Thom
guarda oltre le mie spalle, strizzando gli occhi. Cazzo
dice, poi balza a bordo e mi porge la mano. Monta.
Sbrigati.
Gli afferro il braccio e salgo sul gommone, reggendomi
in piedi a malapena quando lui avvia il motore e parte in
virata. Cos' successo?
Qualcuno  appena caduto dentro dice. Seguo il suo
sguardo e vedo una figura con un parka blu andare su e
gi, le braccia che si agitano nella nebbia ghiacciata e che
gi il freddo rallenta.
Thom si avvicina pi delicatamente che pu, mentre io
mi sporgo e afferro il giaccone blu con tutta la forza che mi
 rimasta: ma non basta. L'uomo  appesantito dall'acqua
e dal panico, e fatico a mantenere la presa con lui che si
agita convulsamente. Thom spegne il motore e si china per
aiutarmi; insieme riusciamo a issare l'uomo sullo Zodiac.
Tiro fuori una coperta dal gavone e gliela avvolgo intorno
alla testa e alle spalle. Ha la faccia rossa e sta tremando,
muove la bocca ma non riesce a parlare. Non  rimasto immerso
molto a lungo, e se riesce a riscaldarsi rapidamente
dovrebbe riprendersi.
Dobbiamo portarlo a bordo dico, e Thom annuisce.
Il tipo non  abbastanza in forze per arrivarci da solo ed 
probabilmente troppo grosso perch io riesca a gestirlo, il
che in concreto ci lascia un'unica opzione.
Vedo che Thom sta pensando la stessa cosa. Riportaci
sul ghiaccio dice. Trover qualcuno che lo accompagni.
Poi proseguiremo.
Ci vorr troppo tempo rispondo io. Nessuno ha
ancora raggiunto l'Australis. Se riesci a caricartelo tu, io
posso proseguire e riferire la situazione.
Non dice nulla, e io accosto al bordo del ghiaccio. Salta
fuori dal gommone e io aiuto l'uomo a rimettersi in piedi.
Lo facciamo uscire dallo Zodiac, poi Thom mi guarda:
Sii prudente dice.
Ti informer sulla situazione non appena arrivo pi
vicina.
Annuisce, poi si allontana. Si mette una delle braccia
dell'uomo intorno alle spalle e insieme si incamminano
verso il Cormorant. Li osservo per un momento, assicurandomi
che il ghiaccio sia stabile, che li regga. Siamo
circondati da un numero di sopravvissuti che sembra infinito:
e questi sono quelli fortunati, quelli che sono a un
passo dalla salvezza. Non abbiamo ancora idea di che cosa
stia succedendo un po' pi lontano, sulla nave.
Giro lo Zodiac. Il ghiaccio si sta ispessendo rapidamente,
cos come la nebbia, e non riesco a trovare una via d'accesso
all'Australis. Lo Zodiac pu affrontare il mare e non
pi di una lieve fanghiglia di ghiaccio, sono cos costretta
ad aggirare i banchi frastagliati rallentando in modo
esasperante, muovendomi quasi parallela alla distesa di
ghiaccio che ho appena lasciato, progredendo pochissimo.
Sto manovrando attraverso piccoli laghi di mare grigio
come cenere, quando vedo qualcuno a pochi metri di distanza,
in piedi, da solo, che si gira in ogni direzione:  un
membro dell'equipaggio, con indosso un parka arancione,
ma ha il cappuccio sollevato sicch non riesco a vederlo
in faccia. Il cuore mi arriva in gola con un balzo feroce,
un'improvvisa speranza, e quando sto per gridare la figura
scivola e cade violentemente sul ghiaccio; si rialza un momento
dopo solo per crollare di nuovo: questa volta sotto
il ghiaccio, dentro l'acqua.
Mi precipito quanto pi in fretta posso senza perforare
la camera d'aria esterna dello Zodiac fra i banchi frastagliati.
Si vede benissimo dove il ghiaccio  pi sottile, e mi
stupisce che chiunque sia caduto non l'abbia visto a sua
volta. Nessun membro dell'equipaggio dovrebbe camminare
vicino a un ghiaccio cos sottile: a meno che non si
tratti di salvare qualcuno in pericolo, ma in giro non vedo
nessun altro. Forse questo vuol dire che non  Keller, dubito
che lui avrebbe commesso un simile errore. A meno
che, naturalmente, non fosse esausto, prossimo al congelamento
e al delirio, come a questo punto dev'essere l'intero
equipaggio dell'Australis.
Scorgo un lampo di arancione nell'acqua e fermo il
gommone. Puntando le gambe contro il ponte dello Zodiac,
mi sporgo e afferro il parka dal colletto, tirandolo
verso di me. Ricevo un piccolo aiuto - il corpo in acqua
scalcia muovendosi in avanti e verso l'alto - e riesco a fare
in modo che testa e spalle raggiungano il bordo dello Zodiac.
Mi concedo un secondo di respiro e vedo che  un
uomo, e che non indossa il giubbotto di salvataggio, ma
non riesco a vederlo in faccia.
Coraggio, maledizione dico. Aiutami a tirarti su.
Punto ancora pi forte le gambe e tiro.
Qualche altro calcio, un po' pi di nerbo da parte di
entrambi ed  gi dentro per met. Mi sporgo, facendo
una smorfia nel momento in cui sento la pressione contro
il ventre, e gli isso a bordo anche le gambe, facendole
ruotare oltre il fianco. Atterra pesantemente sul ponte, poi
solleva il viso.
Non credo ai miei occhi. Richard? Come diavolo ci sei
finito qua fuori?
Volevi il mio binocolo dice, battendo i denti.
Ho detto a Kate di consegnarlo a uno di noi. Essere
qui non  affar tuo. E perch sei vestito in questo modo?
Ho preso in prestito un giaccone.
Mi guardo intorno alla ricerca della via pi veloce per
tornare al Cormorant, sgomenta per quest'ennesima deviazione
e furiosa con Richard, che sta blaterando non so
cosa rubandomi del tempo prezioso mentre io non riesco
a pensare ad altro che a trovare Keller.
Una volta che ho messo... addosso... il giaccone... con
il cappuccio... nessuno l'ha capito. I denti gli battono
cos forte che riesce a parlare a stento. Ma prosegue.
Sono uscito... sul ghiaccio... in tante direzioni. Ho
visto due persone... bloccate... su un pezzo di ghiaccio.
Comincia a tossire, poi si riprende. Un piccolo pezzo di
ghiaccio. Gli ho lanciato... la corda... e li ho tirati. Sono
saltati... ce l'hanno fatta. Li ho mandati... verso la nave... e
poi... ne ho cercate altre. Gente... da salvare.
Guardo Richard e vedo che  talmente scollato dalla
realt da non avere idea, nonostante il tremito convulso
del corpo, di quanto vicino sia arrivato a essere lui stesso
una vittima.
Le ho salvate mormora. Due persone.
E per poco non ti uccidevi, Richard. Avresti potuto
uccidere anche me.
Ma non l'ho fatto. Poi mi guarda, e di colpo appare
completamente lucido. E che ne  dell'altro?
Quale altro?
Si strofina gli occhi, il breve momento di lucidit  sparito.
Aspetta dice, poi fa una pausa per respirare. C'era
qualcuno sul ghiaccio. Laggi. Cerca di alzarsi. Una forza
sorprendente, per essere appena caduto in acqua, e la
sua eccessiva energia mi allarma.
Siediti gli dico brusca. Getto tuttavia una breve occhiata
alle mie spalle, verso il punto in cui ci trovavamo.
Non vedo nessuno.
Richard si alza sulle ginocchia a fatica. Era laggi indica.
Lo guardo. Ne sei sicuro?
Annuisce, con il corpo che gli trema.
Cazzo. Non so bene se credergli, ma non posso rischiare
di abbandonare qualcuno, soprattutto se questo
qualcuno potrebbe essere Keller. Giro lo Zodiac e torno
nel punto dove ho tirato Richard fuori dall'acqua. Non
vedo nessuno, nemmeno la traccia di qualcuno che potrebbe
essere caduto, e quando guardo Richard, sembra
confuso quanto me.
Era proprio qui, da queste parti dice, ruotando a
scatti la testa.
Era un passeggero o uno dell'equipaggio?
Era proprio qui.
Che cos' successo? L'hai visto cadere in acqua?
No dice. Era... sdraiato... sul ghiaccio.
Che sia il freddo, una sfavorevole reazione al farmaco o
una sua errata convinzione, Richard dice cose senza senso.
Forse hai visto una foca. Tutto qui. Giro di nuovo lo
Zodiac.
No, no, era un uomo... un giaccone blu...
Mi ricordo del binocolo e guardo Richard, cercando
con gli occhi una fettuccia intorno al collo. Dov' il tuo
binocolo? Diamo un'occhiata.
La mano gli va al petto, come se si aspettasse di trovarlo
l. Non... non lo so.
Cristo santo.
L'ho visto insiste.
Be', io qua fuori non ho visto nessuno a parte te. Devo
riportarti al Cormorant.
Devo scendere da qui dice Richard e si sposta verso
il bordo.Devo andare a guardare.
No dico, spingendolo di nuovo a sedere. Gli piazzo
uno stivale di gomma sul petto per tenerlo fermo quando
piloto lo Zodiac. Il ghiaccio gratta i fianchi del gommone
mentre tagliamo attraverso la fanghiglia gelata, che a volte
ci solleva sulla cresta di onde pi simili a granita che acqua.
Come hai... hai fatto a trovarmi? mi domanda.
Ti ho visto cadere gi.
Ma sono stato... sotto... per molto?
No dico, guardandolo. E stata solo questione di
secondi.
Scuote la testa. Saranno stati minimo dieci minuti
dice.
Vorrei dirgli che in tal caso sarebbe morto, ma non ne
vedo la ragione. Continua a farfugliare. L'acqua... cos
verde e chiara dice. Stalattiti sommerse. Ho visto degli
uccelli volare... mi sembrava di essere in cielo...  cos pesante
l sotto. Cos pesante.
Cerca di rilassarti, Richard gli dico, pi gentilmente
che posso. Sei sotto shock. Tieni duro. Ci siamo quasi.
Ho salvato due persone dice.
Va bene gli dico. Va bene.
Nel tornare al Cormorant, getto un'altra occhiata indietro,
alla devastazione che mi sto lasciando alle spalle.
Sprono lo Zodiac attraverso il ghiaccio, pensando alla mia
ultima conversazione con Keller, a com' stata interrotta.
Mi chiedo quando sia caduta la linea, se mi abbia sentito
quando gli ho detto che ero incinta. Come vorrei averlo
potuto richiamare per accertarmene. E adesso, spero di
avere una seconda occasione.
...
.
...
Vent'anni prima del naufragio.
Columbia, Missouri.
...
.
...
Incontro la volontaria a pochi isolati dal mio dormitorio,
esattamente dove aveva detto che l'avrei trovata. Prima
ancora di giungere in vista della clinica, sento le voci
dei contestatori, e mentre ci avviciniamo tengo gli occhi
bassi, per non vedere i loro cartelli, le foto dei feti, il loro
sdegno espresso a lettere cubitali per quello che sto per
fare. La volontaria mi scorta oltre la folla, parlandomi
sommessamente per tutto il tempo, aiutandomi a escludere
le loro voci.
Una volta dentro, riempio dei moduli, e quando salgo
sulla bilancia prima di accedere alla sala visite, mi sorprende
vedere che ho perso quattro chili, il contrario di quanto
mi sarei aspettata. Mi danno un test di gravidanza, e quando
mi fanno l'ecografia mi chiedono se lo voglio vedere.
Rispondo di no.
Mi spiegano la procedura pi dettagliatamente di
quanto vorrei o mi sarebbe necessario, poi chiudo i miei
vestiti in uno stipetto e indosso un camice. Non possono
somministrarmi che un'anestesia locale e dell'ibuprofene
perch non ho chi mi riaccompagner a casa. Non l'ho
detto a nessuno.
Metto i piedi nelle staffe e chiudo gli occhi. Anche
quando avverto la pressione e gli spasmi, mi dico che non
 diverso da un esame pelvico, da un normale controllo,
solo che questo durer un po' pi a lungo. Cerco di non
pensare all'insegna che ho visto sulla Interstate 70: sorridi
- TUA MADRE HA SCELTO LA VITA E L'ABORTO CAUSA IL CANCRO.
Cerco di sgombrare la mente, ma finisco per pensare
a Pam, al fatto che se avessi preso il mio lavoro pi seriamente,
se mi ci fossi dedicata anima e corpo, forse adesso
non sarei nemmeno qui.
Al ritorno da Rocheport mi ero piazzata nel suo ufficio,
scusandomi, e giurando che non avrei mai pi perso
un solo giorno di lavoro sul campo. Lei aveva liquidato
la questione con un gesto, ma io continuavo a sentirmi in
colpa, come se l'avessi delusa. In seguito arrivavo sempre
in anticipo alle lezioni e al lavoro sul campo, e consegnavo
tutto ci che le serviva prima della scadenza, quasi dovessi
farmi perdonare. Non sono certa che lo notasse, o gliene
importasse, ma mi faceva sentire meglio.
Mentre sono sdraiata sul lettino della sala visite, incapace
di ignorare i suoni - i movimenti del medico e della
sua assistente, lo sbatacchiare degli strumenti contro il
metallo del lettino, il risucchio dell'aspiratore - cerco di
determinare con esattezza il momento in cui  successo, in
cui questo grappolo di cellule che ora mi viene rimosso dal
corpo ha cominciato a crescere. Dev'essere stato appena
prima che chiudessi con Chad, se non addirittura l'ultima
volta che siamo stati insieme, e di tutte, questa mi sembra
la parte pi crudele.
Credo sia stata la sera in cui eravamo in camera oscura,
a sviluppare negativi e a stampare foto per il nostro nuovo
compito: un ritratto. Era un sabato sera, era tardi ed eravamo
soli, solo noi due sotto la luce cremisi, in mezzo al
suono di acqua che gocciolava.
Non fu molto tempo dopo Rocheport che cominciai
a sentire Chad allontanarsi da me: era sempre impegnato
a lezione e con servizi giornalistici e non mi invitava
pi agli eventi. Avevo cominciato a specchiare il suo
comportamento, a convincermi che eravamo sulla stessa
lunghezza d'onda. Ci vedevamo ancora in classe, di tanto
in tanto finivamo ancora a letto a casa sua, e avevamo cominciato
ad adeguarci ai nostri impegni reciproci invece di
tentare il contrario. Una volta avevo provato a parlargliene,
con leggerezza: Pensavo che saremmo perdurati. Passato
prossimo nel presente, ricordi? Mi aveva guardato e mi
aveva detto: Tempo presente e tempo futuro non sono la
stessa cosa.
Mentre Chad faceva scivolare una copia nel liquido per
lo sviluppo, gli gettai un'occhiata e mi resi conto che non
stavamo insieme da almeno un paio di settimane. Sotto il
calore rosso della luce di sicurezza, avvertii un'attrazione
improvvisa, quella sensazione familiare che piega le ginocchia,
e che provavo ogni volta che gli ero vicina. Aspettai
finch non ce la feci pi.
Mi avvicinai, da dietro, gli abbracciai il torace, lo stomaco,
che mi si tese sotto le dita, poi le mie mani scesero
pi gi, e lui lasci cadere la fotografia nella bacinella del
liquido e si gir. Mi spinse all'indietro contro uno dei banchi
con l'ingranditore, mi sollev sul ripiano e, mentre ci
sbattevamo contro, sentivo l'ingranditore, pesante com'era,
traballare alle mie spalle.
Solo dopo mi accorsi che a un preservativo non ci avevo
per niente pensato, e nemmeno lui. Ma la maggior parte
delle volte eravamo stati attenti, e cos ignorai il problema,
sebbene ne sapessi fin troppo di biologia per comportarmi
in modo tanto negligente e sprezzante. Avevamo il fiatone
come dopo una corsa di quindici chilometri, ci sentivamo
accaldati e appagati mentre recuperavamo passandoci l'un
l'altra i pezzi di vestiario gettati alla rinfusa sul pavimento
verniciato di nero.
Chad torn alla sua bacinella, dove la fotografia abbandonata
nel liquido era diventata nera. La butt e ricominci
da capo. Avendo gi ultimato il mio ritratto, gironzolavo
qua e l sotto i postumi dell'orgasmo; non sapevo dove
altro andare.
Chad aveva trascorso la giornata a Eagle Bluffs, un'area
protetta perlopi di boschi e paludi che, essendo in
Missouri, era meglio conosciuta per la caccia e la pesca
che per il birdwatching o la natura. Il suo ritratto era un
vecchio pescatore dal viso segnato, ed era eccellente. Chad
ne aveva colto i tratti del viso, l'espressione concentrata;
aveva colto la storia della faccia di quell'uomo con luce,
ombra e profondit perfette.
Era per via del mio rinnovato impegno con Pam, che
avevo scelto lei per il mio ritratto. Faceva parte di una minoranza
femminile della facolt di scienze del Mizzou, e
pensavo che sarebbe stato un bel pezzo per il mio portfolio.
L'avevo fotografata nel suo laboratorio, tirando fuori
la macchina con la sola intenzione di azionare l'otturatore,
senza pensare alla luce, all'angolazione o alla realizzazione
di un assortimento di scatti. Quando l'immagine era emersa
dallo sviluppatore, quello che avevo visto dapprima mi era
piaciuto: la dottoressa Pam Harrison nel suo camice bianco,
china sul microscopio, una ciocca di capelli neri sfuggita da
dietro l'orecchio, l'occhio spalancato sull'oculare. Ma poi,
dopo aver visto il ritratto di Chad, diedi un'occhiata al mio
gi appeso ad asciugare, e lo giudicai piatto, privo di emozione,
statico. Ma pi di ogni altra cosa, sembrava il simbolo
di tutto ci che avevo in serbo per me stessa: una vita monotona,
priva di colore, fatta di piume e dati e poco altro.
Distolsi lo sguardo dall'immagine del volto di Pam e,
tanto per distrarmi, mi chinai sulla bacinella di Chad mentre
lui agitava un altro pezzo di carta fotografica. Vidi materializzarsi
l'immagine di un uccello, un'anatra sposa che
doveva aver visto a Eagle Bluffs mentre realizzava gli scatti
per il ritratto.
Caspita mormorai. Che bella. L'immagine era in
bianco e nero, ma catturava a perfezione la scala di grigi
dell'esemplare femmina: le piume lisce del muso, gli occhi
neri ombreggiati di bianco, il petto sale e pepe.
Poi notai che l'immagine era leggermente indistinta,
che Chad stava agitando la foto con pi vigore del necessario,
quasi per accelerare il processo... e che il suo obiettivo
non si era focalizzato sull'anatra in primo piano, ma su
una donna dai capelli lunghi, sorridente, distesa seducentemente
su una coperta.
Staccai le mie stampe dalle mollette e le infilai nella cartella.
Mormorai che dovevo andare e Chad, ancora alle
prese con la foto, s'interruppe e mi guard.
 solo una fotografia disse, in tono annoiato e incolore,
come se quella discussione l'avessimo gi avuta centinaia
di volte e non riuscisse a decidere se provare a farmi
rimanere.
Quando me ne andai spalancai la porta e diedi una
manata all'interruttore centrale della luce, esponendo le
sue stampe. Nell'allontanarmi lungo il corridoio, udii le sue
smorzate maledizioni.
La rottura, se cos possiamo chiamarla, era avvenuta in
modo naturale e senza tante cerimonie, proprio come era
stato il metterci insieme, quasi non potesse succedere che
cos. Non seppe mai della gravidanza.
Prima di lasciare la clinica mi consegnano un opuscolo
sul controllo delle nascite, neanche fossi un'ingenua, come
se questo fosse stato un errore dovuto pi all'ignoranza
che all'impulsivit.
Le settimane che mi separavano dall'appuntamento
erano state strazianti. Avevo la sensazione che chiunque
mi guardasse riuscisse a indovinarlo. Temevo che Chad
potesse chiss come scoprirlo, anche se non era probabile
che lo venisse a sapere. La mia scelta mi sembrava inevitabile,
indipendentemente da come la girassi, pur cambiando
l'ordine dei fattori il risultato restava lo stesso.
Mentre me ne torno lentamente al campus, ripenso
alla fotografia di Chad, quella con l'anatra sposa, penso a
quanto fosse bella. Mi sembra ipocrita da parte mia il fatto
che mai mi sognerei di mangiare un animale, ma sono stata
capace d'interrompere una gravidanza senza pensarci due
volte. Forse ho cominciato a vivere troppo in sintonia con
le regole del regno animale, dove il sacrificio ha un senso,
 necessario e giusto, e spesso  pi compassionevole.
Quest'anno temo la mia visita a casa pi del solito. La
famiglia di Alec si  appena trasferita a Kansas City, perci
le vacanze le trascorrer l. Ginger, la mia gatta, se n'
andata:  sparita dopo la mia partenza per il college. La
prima volta che tornai a casa e mi accorsi che era scomparsa,
attaccai dei cartelli e controllai presso il rifugio, senza
risultato. Sento la sua dolorosa assenza soprattutto la notte,
da sola nel mio lettino da bambina, e posso solo sperare
che abbia trovato una nuova famiglia, una che l'accetti pi
di quanto avesse fatto la mia.
Il posto a tavola lasciato vuoto da mio padre  occupato
dal nuovo nato di Mark, Christopher, il primo nipote della
nonna. Sto osservando il piccolo mentre esamina un sonaglietto
di soffice peluche, portandoselo alla faccia, quando
mia madre mi domanda: Deborah, stai bene?
Giro di scatto la testa verso di lei, senza rendermi conto
fino a questo momento con quanta intensit stessi fissando
Christopher: Sto bene.
Non hai una bella cera dice lei. Sembri un cadavere
ambulante.
Sto bene ripeto, e alcuni momenti dopo mi alzo e
mi vado a chiudere in bagno. Un'occhiata allo specchio mi
dice che ha ragione lei - il viso pallido, gli occhi pesti e
infossati - e mi preparo a rispondere, se me lo chiedono di
nuovo, che  per via del lavoro, degli esami finali. Anche
se la ragione non  questa.
Do le spalle al mio riflesso e mi appoggio al lavabo,
prendendo dei respiri profondi. Ogni volta che sono qui a
casa mi sento ancora pi sola, ma quest'anno la sensazione
 pi acuta del solito, e non posso impedirmi di pensare
che sia perch ho commesso un errore tremendo.
La sera seguente  la fotocopia di tutte le altre - non
si parla che del bambino - e per un momento mi chiedo
come sarebbe stato tornare a casa incinta. Nonostante mia
madre speri che un giorno avr una famiglia numerosa, a
questo punto della mia vita una cosa del genere avrebbe
fatto scandalo, ma mi avrebbe anche resa meno invisibile.
Quando per telefono riferisco ad Alec questo mio pensiero,
lui mi convince diversamente. Non hai bisogno di
quel genere di attenzione, credimi dice. Hai fatto la cosa
giusta.
Eppure, il vuoto che provo va ben oltre la solitudine
cui sono abituata e che spesso mi piace.  che qualcosa,
una possibilit, era l e di colpo non c' pi: l'avevo e ci
ho rinunciato, l'ho distrutta, e non posso pi riaverla indietro.
Sono sulla corriera di ritorno a Columbia quando
mi rendo finalmente conto di quello che ho perduto: la
possibilit di avere un'altra persona al mondo cui potermi
legare, qualcuno che avrebbe finito per somigliarmi un
po', qualcuno che avrei potuto amare, e che mi avrebbe amata a sua volta.
...
.
...
Il Gullet.
(6710'S, 6738'O).
...
.
...
Il codice Mayday ripetuto tre volte segnala una nave in
imminente, fatale pericolo. Non ci sono livelli di Mayday,
c' questa parola e basta, e il fatto che dal ponte di comando
non si siano ricevute altre informazioni, lascia spazio
all'interpretazione, al dubbio e alla speranza.
Tutte emozioni che mi si mescolano dentro mentre
avanzo con cautela fra il ghiaccio. Dopo aver fatto un salto
a bordo del Cormorant il tempo necessario per indossare
un maglione e un parka asciutti, e per dire a Kate di tenere
quell'idiota di suo marito a bordo, mi precipito nuovamente
fuori: solo per accorgermi che del mio Zodiac si 
impossessato un altro dell'equipaggio, lasciandomi cos a
dover raggiungere l'Australis a piedi e sul ghiaccio.
Riesco a percorrere solo una decina di metri prima di
iniziare a incrociare dei sopravvissuti, fradici e tremanti
sotto la pioggia gelata e in balia del vento pungente. Do
una mano a condurli al Cormorant e chiedo se conoscono
Keller, ma  un nome che a questa gente sembra non dire
nulla: sono a malapena in grado di rispondere anche alla
pi semplice delle domande. Le condizioni in cui ritroviamo
questa gente - e il fatto di non aver ancora sentito
niente dall'Australis nelle ultime tre ore - indicano che
su quella nave  successo qualcosa di pi grave di una
semplice collisione con il ghiaccio. Non c' guida, non c'
ordine, e il risultato sta trasformando una situazione di per
s grave in una tragedia.
Continuo a descrivere Keller a un passeggero dopo
l'altro, ma nessuno lo riconosce. Nonostante il ghiaccio
sdrucciolevole sotto i piedi, comincio finalmente a fare
concreti passi verso l'Australis, e un tratto di cinquanta
metri senza passeggeri allo sbando mi porta a sperare che
le cose potrebbero non essere cos brutte come sembrano.
Poi, pi avanti nella nebbia, incontro un gruppo di venti
sopravvissuti bloccato su una larga striscia di ghiaccio.
Individuo un passaggio sicuro fino a loro e comincio a
condurli verso la nostra nave, in una processione tremante
di corpi gelati e fiati caldi, di paura e cieca fiducia.
Mi rendo conto che, pur avendo seguito un percorso di
ritorno leggermente diverso, a questo punto per dovrei
riuscire a vedere il Cormorant, o qualcuno dovrebbe aver
visto me. Via radio avevo avvertito che stavo portando altri
passeggeri. Strizzo gli occhi, ma attraverso la nebbia
della nostra nave non vedo nemmeno l'ombra. Questo
potrebbe voler dire solo una cosa: che con i venti a trenta
nodi, Glenn ha dovuto arretrare, il che significa che siamo
bloccati qui.
Chiamo Glenn via radio, nessuna risposta. Mi giro verso
i passeggeri, verso la loro lunga fila uniformemente spaziata
di anime infreddolite e terrorizzate.
Provo di nuovo. Cormorant, qui  Deb, mi ricevete?
Chiedo la posizione. Passo.
Abbasso lo sguardo e vedo che la luce sulla radio 
spenta. Si  scaricata la batteria oppure  stata distrutta
dall'acqua o da un colpo o da una combinazione di tutti e
due. Fisso il dispositivo, lo scrollo un paio di volte come
per risvegliarlo. Non succede niente.
Sento un rombo e alzo lo sguardo. Pochi secondi dopo,
dalla nebbia emergono due Zodiac, con Thom al timone
del primo. Serpeggia fra i banchi con straordinaria abilit,
fornendo all'altro pilota una chiara scia lungo la quale seguirlo,
e un momento dopo accosta al ghiaccio. Vorrei abbracciarlo
per il sollievo.
Dove si  cacciato Glenn? gli chiedo.
Sta sbarcando passeggeri sull'isola di Detaille. Dubito
che sar di ritorno. La nave ha preso dei brutti colpi
cercando di tirarsi fuori da qui. Come minimo deve aver
sfasciato una delle eliche.
Faccio un piccolo calcolo a mente. Detaille, una piccola
isola a nord, probabilmente a un'ora di distanza con lo
Zodiac, secondo le condizioni del ghiaccio e del tempo, e
se il Cormorant  l, le operazioni proseguiranno solo con
i gommoni, e ci vogliono almeno cinque ore prima che
giungano altri soccorsi.
Nessun segno di Keller?
Scuoto la testa.
E proprio in quel momento li udiamo: sette brevi colpi
di sirena dall'Australis, seguiti da uno pi lungo. L'ordine di
abbandonare la nave.
Thom balza fuori dallo Zodiac, piantando uno scarpone
sul ghiaccio. Mander Nigel a chiedere rinforzi, e
possiamo...
Scrollo la testa. Non c' tempo.
Hai bisogno di uno Zodiac?
Il ghiaccio si  fatto troppo spesso laggi. E meglio se
ci vado a piedi.
Va bene dice. Ti raggiungo non appena abbiamo
riportato indietro questo gruppo.
Grazie rispondo, guardandolo negli occhi. Ci vediamo
presto.
A presto.
La nostra promessa di incontrarci pi tardi sembra,
come il Mayday, una specie di codice. Qualcosa che significa
buona fortuna. Che significa fai attenzione. Parole
che non abbiamo alcuna intenzione di pronunciare. Non
vogliamo ammettere di essere in mezzo a qualcosa, adesso,
di molto pi serio di quanto immaginassimo. Ma il messaggio
 chiaro a entrambi.
Mi giro, dirigendomi nuovamente verso la foschia e con
cautela comincio a procedere sul ghiaccio. Appena fuori
dal campo visivo dei passeggeri, accelero il passo. Anche
se il ghiaccio sembra solido so che  imprudente, ma non
voglio perdere altro tempo. Sto affrettandomi verso
l'Australis completamente avvolta nella nebbia, quando mi
blocco di colpo.
Non ho sostituito la radio fuori uso. Mi guardo intorno,
sperando di poter far cenno a Thom di fermarsi, sperando
che l ci sia ancora qualcuno, ma sono spariti tutti.
Le orche si sono meritate il nome di balene assassine
non perch caccino l'uomo - non lo fanno - e nemmeno
perch siano balene - non lo sono.  qualcosa che
mi ritrovo a dover spiegare spesso ai passeggeri: le orche
sono delfini, abilissime cacciatrici di foche, balene e altri
delfini. Sono veloci - riescono a nuotare a una velocit di
cinquanta chilometri all'ora - ma, ancora pi importante,
sono creative. Cacciano in branco, da cinque a cinquanta
esemplari, e se si imbattono in un gruppo di foche sdraiate
pigramente su un banco di ghiaccio, nuotano circolarmente
in formazione, sbattendo la coda nell'acqua, creando
onde che spaccano il ghiaccio o capovolgono l'iceberg. Se
questo non funziona, sollevano il banco con il naso.
Circa quattro anni fa nello stretto di Gerlache - sulla
penisola, fra il continente e le isole di Anvers e Brabant -
vidi un piccolo branco di orche buttar gi da un iceberg
una foca leopardo. Poi, come il gatto che gioca con il topo,
la lasciarono risalire di nuovo sul ghiaccio. Nel branco
c'erano due cuccioli: le orche stavano insegnando ai loro
piccoli a cacciare, con la foca leopardo nell'involontario
ruolo di assistente.
La natura pu essere crudele, e quaggi la sua misericordia
dipende da quale lato del ghiaccio sei. Io, per il
momento, sono dalla parte giusta, e guardo le pinne nere
e vitree scivolare in lenti cerchi proprio al di sotto della superficie
ghiacciata su cui mi trovo. A circa sessanta metri
pi avanti c' ci che resta dell'Australis.
La nave si  considerevolmente inclinata dalla prima
volta che l'ho vista - sebbene non siano trascorse pi di
due ore - bloccandosi a un certo punto contro il ghiaccio.
Adesso  visibile l'azzurro sbiadito dell'estremit
pi profonda della piscina vuota sul ponte superiore, e il
prato verde di un campo da gioco cinto da una pista da
corsa. I detriti di milleseicento disperati fra passeggeri ed
equipaggio cospargono i banchi di ghiaccio: zaini, borse,
giubbotti di salvataggio, berretti, macchine fotografiche.
E ci sono dei corpi, alcuni galleggiano, altri giacciono sul
ghiaccio.
Ho il sospetto che siano questi corpi ad attirare le orche.
Le orche non sono pericolose per gli esseri umani, a
meno che non impazziscano in cattivit. I pochi attacchi
all'uomo che si conoscono nell'ambiente naturale si sono
verificati quando le orche hanno scambiato le persone per
delle prede. In questo momento, da sotto il ghiaccio, questi
corpi somigliano molto alle foche.
La nave geme, il metallo fatica sotto il peso dell'acqua
all'interno e del ghiaccio all'esterno. I membri dell'equipaggio
stanno ancora caricando passeggeri su scialuppe di
salvataggio e Zodiac, ma li stanno imbarcando dal ghiaccio.
L'Australis  stata abbandonata.
Scruto fra le giacche e le facce alla ricerca di Keller. Poi,
di malavoglia, scruto fra i cadaveri, cercando in quel cimitero
galleggiante i suoi capelli neri, una giacca arancione.
Il fatto di non vederlo l mi regala un temporaneo sollievo.
Grido verso alcuni dell'equipaggio, descrivendo Keller,
chiedendo se l'hanno visto. Non l'ha visto nessuno: non
mi sorprende, date le dimensioni di questa citt galleggiante,
dato il pandemonio tutt'intorno.
Il ghiaccio davanti a me sembra fragile, ma trovo una
striscia compatta alcuni metri pi in l e la uso per fare
dietro front e tornare verso la nave. Gli stretti bracci di
mare sono intasati di Zodiac, non tutti pilotati da membri
dell'equipaggio. Mentre aiuto alcuni passeggeri a salire
dal ghiaccio ai battelli, descrivo Keller. Quando trovo dei
membri dell'equipaggio perch li conducano a Detaille,
chiedo anche a loro: ma nessuno l'ha visto, troppo traumatizzati,
troppo preoccupati per ricordare. Le risposte che
ottengo sono perlopi sguardi vacui.
Storco il collo all'indietro per guardare verso la cima
della nave. L'ordine previsto di evacuazione in caso di
emergenza : passeggeri, equipaggio e capitano. Ma non
sempre accade cos. Data la confusione che c', dubito che
qualcuno sappia se l'Australis  stata completamente evacuata.
Su navi gigantesche come questa, il grosso dell'equipaggio
non  composto da esperti marinai, bens da
camerieri, baristi e animatori. Potrebbero non aver ricevuto
l'addestramento necessario ad affrontare circostanze
del genere. E non tutti i comandanti possiedono l'integrit
morale per affondare insieme alla nave.
So che prima di abbandonare la ricerca di Keller devo
prendere in considerazione di salire a bordo. La mia pi
grande paura  che sia rimasto intrappolato da qualche
parte. Quando una nave affonda cos rapidamente,  facilissimo
restare bloccati in un corridoio o imprigionati sotto
un mobile che si  spostato. E cos comincio a scandagliare
la fiancata della nave, alla ricerca di un punto d'accesso.
La parte inferiore della prua  incastrata nella banchisa
di ghiaccio costiero. Le balconate sul fianco sinistro,
normalmente a dodici metri dalla linea di galleggiamento,
sono invece abbordabili, ma a fatica. Testo il ghiaccio di
fronte alla balconata inferiore, poi prendo la rincorsa e
salto, afferrandomi alla traversa pi bassa della ringhiera
del balcone. La mia presa  pi debole di quanto vorrei,
sto perdendo energia, e se dovessi cadere il mio peso e la
gravit potrebbero spaccare il ghiaccio e scagliarmi dritta
in acqua. Raccolgo le forze per tirarmi su, allarmata nel
constatare quanto poche me ne siano rimaste.
La nave geme, si muove, e io, con la forza della disperazione,
resisto e dondolo avanti e indietro. Con le braccia
che mi bruciano, isso il corpo quel tanto che basta per
lanciare le gambe in aria e stringerle attorno a una delle
traverse pi in basso, sgravando momentaneamente i muscoli
delle braccia. Poi mi spingo su facendo forza sulle
gambe, e mi getto oltre il bordo della balconata.
Crollo sul ponte, e l giaccio qualche secondo per raccogliere
le forze. Non dovrei concedermi questo lusso - non
c' un minuto da perdere - ma improvvisamente una parte
di me teme di continuare. Ti abitui alla morte in Antartide
- dal leggere le storie degli esploratori all'assistere all'inevitabile
scomparsa di esemplari di fauna protetta - ma
la perdita di vite umane  un fatto raro, perfino in questi
ambienti cos estremi, e non sono preparata a incontrare
Keller se non  vivo.
Sento il mio corpo scivolare, aiutato dai vestiti bagnati,
e sollevo la testa. Il ponte della nave  inclinato di trenta
gradi e si sta piegando ancora di pi. Devo sbrigarmi.
Mi alzo in piedi e provo ad aprire la porta di vetro:
chiusa. Oscillo con il corpo verso la balconata adiacente.
Stavolta la porta si apre scorrendo lungo la guida. Mi
ritrovo in una cabina privata, esco velocemente in corridoio.
Un membro dell'equipaggio mi passa accanto di
corsa, ignorandomi, reggendosi al corrimano della paratia
per evitare di incespicare. Sento un urlo provenire da
qualche parte nel ventre della nave, ma non riesco a capire
da dove. Dunque a bordo ci sono ancora delle persone:
ma quante, e se siano passeggeri o membri dell'equipaggio
non lo posso sapere. Comincio a correre alla cieca, tenendomi
dritta grazie al corrimano.
Le luci di emergenza stanno lampeggiando, e un messaggio
automatico ripete l'ordine di abbandonare la nave
in pi lingue. L'enormit dell'Australis mi colpisce ancora
una volta non appena m'introduco negli interminabili
corridoi, sforzando gli occhi per vedere fra le luci stroboscopiche.
Comincio a sentirmi disperata, smarrita. Grido
il nome di Keller, ancora e ancora, finch non mi si rompe
la voce.
Devo riuscire a riflettere: se si trova ancora sulla nave,
dove potrebbe essere? Plausibilmente sarebbe dove c'
ancora gente da evacuare, o forse, a questo punto, ovunque
possa lui stesso trovare una via di fuga. E questo con
tutta probabilit sarebbe il punto di raccolta, anche se
ormai il protocollo  saltato, e quelli ancora a bordo staranno
probabilmente cercando di scendere dalla nave con
tutti i mezzi possibili.
Continuo ad avanzare scivolando lungo le paratie, e
dopo poco entro in un'ampia sala da ballo. La nave  talmente
inclinata che sono obbligata a camminare in ginocchio,
e per guadagnare la parte opposta della sala mi ritrovo
a dover scalare il pavimento. Raggiungo l'estremit pi
in alto e grido di nuovo, sperando che la mia voce riecheggi
abbastanza lontano da essere udita da qualcuno. Poi
improvvisamente la nave si solleva, il pavimento mi crolla
sotto i piedi e, mentre lotto contro la velocit della mia
caduta, vedo che non c' nulla che possa frenarla, eccetto
un groviglio di tavoli e sedie gi in basso.
Sento una cascata in lontananza, un suono pacificante
che evoca montagne e prati, ma quando apro gli
occhi vedo soltanto la doratura sgargiante di uno smisurato
lampadario. Mi rendo conto con terrore di aver
perduto i sensi nella caduta, e non so per quanto tempo.
L'Australis adesso  sul fianco, libera dai ghiacci, e in rapido
affondamento.
Mi fa male la testa e quando mi porto una mano alla
tempia per scoprire l'origine del dolore, sento che si sta
formando un bernoccolo, e vedo il guanto sporco di sangue.
Cerco di alzarmi, ma cado: la gamba sinistra non mi
regge. All'inizio penso che sia solo intorpidita, per poi allungo
una mano e sento che il piede mi si sta velocemente
e dolorosamente gonfiando contro lo stivale, e nel riprovare
ad alzarmi, la caviglia non riesce a reggere il peso. Allento
i lacci e mi tiro di nuovo su, mettendomi una mano
sul ventre. Nessun dolore l, niente crampi: sembra che sia
stata la caviglia, e forse la testa, adesso pulsante, ad aver
subito l'impatto del mio ruzzolone gi per il pavimento
della sala da ballo.
Lotto contro l'oscurit che preme lungo i bordi della
mia coscienza. Grido ancora, pi forte che posso, chiamo
Keller, chiamo aiuto. Non risponde nessuno. Mi trascino
carponi di qualche passo verso una porta e precipito su un
corridoio. L'energia elettrica a bordo si  esaurita e, nonostante
la luce proveniente da obl e dispositivi d'emergenza,
 difficile scorgere qualcosa. Ho la vista offuscata e vacillante.
Non ho idea se sto avvicinandomi a un'uscita o se
sto invece inoltrandomi ancora di pi nel ventre della nave.
Apro gli occhi in un corridoio buio e inclinato. Il bagliore
del segnale dell'uscita d'emergenza colora ogni
cosa di un rosso smorzato. Non ricordo di essere svenuta
e non so per quanto tempo sono rimasta priva di sensi.
Sollevo la testa, vedo dell'acqua raccogliersi sotto di me,
lambirmi i piedi, le caviglie. Quando cerco di sedermi,
una fitta mi esplode dalla caviglia correndomi su lungo
tutto il corpo, almeno l'acqua l'aveva un po' intorpidita.
Ruoto la testa alzando gli occhi verso la luce, in cima al
pavimento inclinato.
In fondo al corridoio vedo a terra qualcosa di rosso. Mi
raddrizzo, questa volta ignorando il dolore, e comincio a
trascinarmi verso quell'oggetto. Usando le braccia e l'unica
gamba sana, avanzo lentamente, di traverso, come un
granchio, attratta da quella macchia di colore.
Adesso pi vicina, vedo che  solo un foulard, un foulard
rosso. Che assurdit, pensare di poter trovare Keller
in questo marasma: e adesso non sono nemmeno certa di
riuscire a guadagnare l'uscita.
Mi avvolgo il foulard alla caviglia, stringendolo forte,
e stringendo forte anche i denti contro il dolore. Poi mi
siedo ben dritta, e prendo un profondo respiro riempiendomi
d'aria i polmoni. Grido pi forte che posso, chiamo
Keller, chiamo aiuto, nella speranza che a bordo ci sia ancora
qualcuno, chiunque, in grado di sentirmi.
Ma qui non c' pi nessuno.
Uno scatto di rinnovata energia e mi rimetto in piedi,
con la caviglia che arde di dolore, anche se adesso se non
altro  salda. Alla velocit con cui l'Australis sta affondando,
dovr arrampicarmi rapidamente, contrastando la
gravit, per riuscire in qualche modo a portarmi sul lato a
dritta: il solo fianco ancora fuori dall'acqua.
Aggrappandomi al corrimano, comincio a trascinarmi
su per una prima scalinata, poi su per un'altra. Raggiungo
infine un lungo corridoio che conduce a un ponte stretto.
Mi sforzo di risalire la ripida pendenza, reggendomi alla
balaustra laterale mentre la nave vacilla, inondandosi in
fretta.
Finalmente riesco a trascinarmi fuori sul ponte, constatando,
con curioso distacco, che sono quasi del tutto
intrappolata. Immediatamente intorno alla nave  tutto un
ribollire di pezzi di ghiaccio, e il banco pi vicino si trova
a due, tre metri di distanza. Una distanza che se fossi
fisicamente in forma potrei coprire a nuoto, ma in questo
momento mi sembra un braccio esteso quanto la Manica.
Per fare ci che so di dover fare, non posso permettermi di
pensare: n a Keller n al bambino, n al mare nero sotto
di me, a niente.
Mi trascino fino al bordo del parapetto e mi calo gi
per il fianco, dove resto appesa per un lungo, terrificante
momento. La nave si sposta all'improvviso con un pesante
sospiro e io mollo la presa, ruzzolando per sei metri lungo
la fiancata e poi in mare.
Il freddo mi strappa l'aria dai polmoni, e subito mi
obbligo a muovermi. Sguazzo verso il banco di ghiaccio,
tenuta a galla dal salvagente. Mi concentro per avanzare
con regolarit; non mi permetto di dimenarmi, di sprecare
energia in movimenti non necessari. Non ho che pochi
attimi a disposizione per raggiungere quel blocco di ghiaccio,
e ogni secondo  importante.
 incredibile come il tempo rallenti durante momenti
come questi. Penso a Keller, allo sguardo sul suo viso
quando sono partita da McMurdo, al suono della sua voce
l'ultima volta che abbiamo parlato. Alla nostra discussione
la stagione scorsa, a come avrei dovuto essere pi gentile,
pi comprensiva: e a come sembri rendermene conto solo
quando  troppo tardi per rimangiarmi qualsiasi cosa.
Gli arti mi si stanno rapidamente intorpidendo, e quando
raggiungo il ghiaccio riesco solo ad afferrarlo e a tenermici
aggrappata. Il banco  grande e solido, ma il bordo
cui sono attaccata  sdrucciolevole, e non so come tirarmi
fuori dall'acqua.
Esaminando il blocco, scorgo un piccolo cumulo ghiacciato
che si erge a poca distanza da dove mi trovo. Una
mano dopo l'altra, scivolo lungo il bordo e raggiungo
quella sporgenza che mi fornisce la leva per potermi issare
sulla superficie.
Resto distesa l per un momento, scossa dai brividi, poi
giro la testa verso l'Australis. Tutto ci che si vede  la
parte inferiore dello scafo, scuro e curvo come una balena
che galleggia nell'acqua. Un gorgoglio ne percorre il fianco
mentre esala il suo ultimo respiro.
Non vedo segni di vita. Solo parka e giubbotti galleggianti,
guanti e paraorecchie: gusci vuoti dei passeggeri che
un tempo li abitavano. Sento odore di gasolio e di fumo.
Mi rannicchio in posizione fetale, cerco di preservare il
calore residuo del mio corpo e di proteggere il bambino,
che potrebbe essere la sola cosa che mi resta di Keller.
Non ho molto tempo prima che cessi il tremore e s'insedi
l'ipotermia, prima che i miei arti smettano di rispondere
ai comandi del cervello. Mi sembra di sentire il rumore di
un motore, sollevo la testa. Ma non vedo nulla che assomigli
a uno Zodiac, e non c' alcun movimento nell'acqua
eccetto il gorgoglio della nave che affonda e il flusso di
corpi e detriti.
Colgo un lampo di colore e mi sollevo sui gomiti per
guardare meglio. Striscio fino al bordo del banco prima di
accorgermi che non  altro che un berretto vuoto. I miei
occhi percorrono il ghiaccio, l'acqua, ogni cosa, alla ricerca
di qualcos'altro: ma non c' nient'altro.
Cerco di riguadagnare la mia postazione al centro, dove
il ghiaccio  pi resistente, ma le forze mi hanno abbandonata,
il mio corpo non risponde. Ed  in questo momento
che mi accorgo di non sentire pi le mani.
...
.
...
Isola di Detaille.
(6652'S, 6647'O).
...
.
...
Per molto tempo ho pensato all'Antartide come a un
essere vivente, come a Gaia: il respiro profondo delle sue
tempeste, le mutevoli espressioni della sua faccia scolpita
nel ghiaccio, le venature di alghe e flora che sopravvivono
sotto la sua pelle ricoperta di neve. Adesso pi che mai,
il continente sembra pi una persona che un luogo, dal
temperamento imprevedibile, intraprendente e selvaggio.
Dall'altra parte dell'obl, l'isola di Detaille mi restituisce
lo sguardo con occhi tormentati. Per la prima volta
riesco a rapportarmi con le parole di Robert Scott scarabocchiate
sul suo diario: Buon Dio! Che posto terribile
 questo.
Mi ero svegliata da sola in una cabina del Cormorant:
ricordo una sensazione ondeggiante, quasi fossi nell'acqua,
l'impressione di un corpo accanto al mio. Avevo
avvertito la forte presenza di Keller, e quando avevo riaperto
gli occhi ero rimasta l sdraiata per un bel pezzo,
cullandomi nella speranza che fosse ancora vivo da qualche
parte. Poi, la realt mi invest - una scossa di panico
nel rendermi conto che ancora non lo avevamo trovato
- e tentai di sollevarmi, di rimettermi in piedi per tornare
a cercarlo. Ma le gambe cedettero, il dolore alla caviglia si
riaccese sotto il mio peso. Notai allora che la caviglia mi
era stata fasciata, la ferita alla testa medicata e bendata.
Avevo le mani rosse e mi pizzicavano furiosamente, cos
come le orecchie e la faccia. Mi pressai i palmi formicolanti
sulla vita. Avvertii un dolore acuto che subito dopo
mi si diffuse in tutto il corpo, alimentato da immagini di
Keller sul ghiaccio, sotto il ghiaccio. Riuscii a scendere
dalla cuccetta e ad appoggiarmi accanto all'obl: nonostante
quella devastazione, mi era impossibile distogliere
gli occhi da terra.
I passeggeri si radunano sul terreno accidentato. Dietro
di loro, le colline nere, marmorizzate di neve, incorniciano
un cielo minaccioso. Raggomitolati nelle coperte e muovendosi
perlopi a coppie, i sopravvissuti mi ricordano
pinguini che sfidano un vento violento; le loro sagome riflettono
gli Adelia a poche centinaia di metri di distanza.
Camminano in tondo, le spalle chine verso il suolo, cercando
le spose o gli sposi, i figli, gli amici; si chiamano l'un
l'altro, sperando di riunirsi. Alcuni siedono da soli, come
uccelli nei nidi vuoti.
Sento il mio stesso corpo rattrappirsi, curvarsi contro
l'obl. Vorrei aver avuto pi tempo, mi aveva detto Kate
sull'isola di Deception, parole che ora mi riecheggiano
nella mente. Se solo avessimo avuto in qualche modo pi
tempo: le altre navi a quest'ora sarebbero qui, si sarebbero
potuti salvare pi passeggeri, forse avrebbe potuto
essere salvata perfino l'Australis. E avremmo potuto trovare
Keller.
Non abbiamo mai avuto abbastanza tempo, io e Keller:
non ha avuto la possibilit di sapere che sarebbe stato padre,
e io avevo solo cominciato a carezzare l'idea di avere
una famiglia. Mi si chiude la gola, ostacolandomi il respiro.
Poso la fronte contro il vetro e comincio a piangere.
La porta della cabina si apre, ma io non mi giro, nemmeno
quando sento il tocco gentile di una mano sulla spalla.
Non voglio vedere nessuno.
Poi, una voce - profonda, familiare, seppure rauca -
dice il mio nome, e da l a un istante affondo in quegli
occhi striati di muschio che pensavo non avrei pi rivisto.
Oh, mio Dio. Cerco di riprendere fiato. Sei vero?
Colpisco con il palmo bruciante il torace di Keller:  solido,
tutto calore e soffice pile, e sotto al pile, premendo la
mano con tanta forza quanta il dolore pungente mi concede,
sento il battito del suo cuore.  vero.  vivo.
Non ti ricordi? chiede.
Ricordo... cosa?
Keller mi sfiora con le dita il viso ancora bagnato.
Quando ti abbiamo trovata. Sul ghiaccio.
Allora non era un sogno, ma un ricordo, seppure confuso.
Raccontami.
Mi adagia piano nella piccola cuccetta e mi si siede accanto.
Nonostante il dolore bollente alle mani, non riesco
a smettere di toccarlo, temendo che possa svanire.
Ero bloccato sul ghiaccio dice, e ho visto uno Zodiac
zigzagare intorno... in modo davvero bizzarro. Ho
pensato che fosse stato requisito da qualche passeggero
dell'Australis, ma era uno dell'equipaggio, con indosso un
parka arancione. Gli ho fatto cenno di fermarsi. Dapprima
mi ha ignorato... sembrava stesse cercando qualcuno... poi
finalmente mi si  avvicinato.
La voce di Keller  roca, ma forte. E saltato fuori che
il tizio non era affatto un membro dell'equipaggio... era un
passeggero. Di questa nave.
Richard riesco a dire. Come diavolo aveva fatto a
uscire di nuovo in mare?
Come fai a saperlo?
Per poco prima non si ammazzava... e non ammazzava
pure me. Il farmaco contro il mal di mare lo manda fuori
di testa.
Sar, ma per come la vedo io  un eroe dice Keller.
Mi ha raccolto, ed  grazie alla sua fissa che l fuori ci
fosse ancora qualcuno, che ti abbiamo trovata. Non voleva
cedere il timone, continuava a girare in tondo, e stavo
quasi per stordirlo e legarlo dentro lo Zodiac quando ti
ha avvistata. Fa un gran sorriso. Sembrava deluso che
fossi tu, e non quello che stava cercando, chiunque fosse...
non me l'ha detto. Ma se non ti avessimo trovata in
quel momento...
Ero venuta a cercarti.
Lo so.
Ci sono cos tante domande, cos tanto da dire... e proprio
mentre comincio a ripetergli quello che gli avevo detto
al telefono, mi sorride, mi posa delicatamente le mani
sul ventre, e io mi blocco. Allora mi avevi sentita. Non mi
avevi buttato gi il telefono.
Ci sono pi rughe intorno ai suoi occhi di quante ne
ricordassi, o forse  perch sta sorridendo in un modo che
prima non ho mai visto. No, non ti ho buttato gi il telefono.
Si erano interrotte le comunicazioni.
Come sto, va tutto bene?
Ti sei fratturata almeno un osso della caviglia e hai
quattro punti in quella tua testaccia dura. Ma Susan dice
che non ci sono segni di danni al bambino. Niente che
lei possa vedere.  impaziente di portarti in un ospedale,
per.
Sono contenta che tu e lei ne abbiate parlato. A quanto
pare presupponete entrambi che sia tuo.
Ride e io gli strizzo la mano, con forza, nonostante il
dolore che mi risale lungo il braccio. Adesso che siamo
seduti qui, insieme, sembra tutto pi reale. Non ti crea
problemi? Desideri davvero questo bambino?
E tu no? chiede.
S, certo, ma... come ci organizziamo? Fra il nostro
lavoro, e i viaggi quaggi, e... Sto farneticando, pensando
a voce alta.
Mi posa un dito sulle labbra. Pi tardi, Deb. C' un
sacco di tempo per pensarci. Adesso non  il momento.
Perch non adesso? domando. Non  che stiamo
andando da qualche parte.
Mi alzo barcollando e zoppico di nuovo fino all'obl.
L sull'isola, un capanno lungo e stretto costruito dalla
British Antarctic Survey funziona da rifugio temporaneo
per i passeggeri soccorsi. Sono stata l dentro abbastanza
volte per ricordarne le pareti erose e grigiastre, l'ambiente
gelido e disadorno, a parte alcuni rimasugli: i barattoli di
avena scozzese, le latte arrugginite di sardine, mensole
di libri, mutandoni e calzettoni ancora appesi ad asciugare
al di sopra della stufa, e cerco di immaginare quel
piccolo pezzo di storia affollato di sopravvissuti del Ventunesimo
secolo.
Mentre sto osservando, un altro Zodiac pieno di passeggeri
approda alla spiaggia, e l'obl muta in una veduta
del passato di Detaille: i fantasmi dei ricercatori britannici,
lo scheletro del loro rifugio, le impronte sulla neve degli
Adelia poco distanti; e adesso questa scena tratta dalla
nuova e raccapricciante storia dell'isola, casa temporanea
per sopravvissuti.
Che incubo mormoro, e avverto Keller dietro di me,
le sue braccia avvolgermi dolcemente le spalle.
Hai bisogno di riposare dice. E appena arrivata
un'altra nave da crociera, e altre ancora sono sulla rotta.
Presto torneremo a nord.
Mi sdraio nuovamente a letto, con l'aiuto di Keller, che
per questa volta non si unisce a me. Alzo lo sguardo su di
lui. Non resti?
Sar di ritorno presto dice. Hanno bisogno di
aiuto...
Mi tiro su a sedere. Stai scherzando? Per poco non ci
morivi l fuori.
Sar prudente. Lo sono sempre.
Cerco di rimettermi in piedi, stimolata dalla paura, dagli
ormoni, determinata a non lasciarlo andare.
Non ti preoccupare dice. Mi bacia la fronte, indugiandovi
con le labbra, e poi si gira per andarsene.
Gli afferro il braccio, stringendoglielo forte nonostante il
bruciore alla mano. No, Keller. Non pensarci nemmeno.
Nell'alzarmi in piedi, serro ancor pi forte la presa,
il dolore che si scatena dalle dita, e quando abbasso lo
sguardo sulla sua mano senza guanto, attraverso il velo improvviso
di lacrime noto le cicatrici dei morsi di pinguino
nella membrana fra pollice e indice.
Andiamo, Deb dice dolcemente. Tu faresti lo stesso.
Cazzo se l'ho fatto, Keller... ero l fuori a cercarti, per
poco non ci morivo, te lo ricordi? Siamo scampati tutti e
due per miracolo... e adesso tu ci vuoi tornare?
S, siamo scampati dice.  questo il punto. Non credi
che anche quelli che sono ancora l fuori meritino una
possibilit?
Gli sto ancora stringendo forte il polso. Non ti lascio
andare. Non senza di me.
Non riesci nemmeno a camminare.
 la mia ultima offerta... resta qui, o portami con te.
Sospira, il corpo completamente immobile, china la
fronte contro la mia. Pur non allentando la presa, assaporo
questo brandello di tempo, la sua presenza qui, quasi
impossibile. Respiro appena, per non rompere l'incantesimo,
per fare di questo istante un ricordo: ne abbiamo gi
cos pochi.
Resta fermo e zitto talmente a lungo che forse credo di
averlo convinto. Poi sento la sua mano sulla mia, cercare
di sciogliermi le dita. Perdo forza, ma le serro pi forte
che posso.
Lui solleva le nostre mani unite. Il tuo anello ha resistito
dice.
Abbasso gli occhi sulla mia mano, arrossata e gonfia per
il principio di congelamento, l'anello pi che mai stretto
intorno al dito.
 tenace, come te dice. Come noi.
Ogni cosa ha il suo punto di rottura. Mi giro e guardo
fuori dall'obl. Non capisci la fortuna che hai? Dico,
pi al mio riflesso nel vetro che a Keller. Non dovresti
nemmeno essere qui.
Lo sento dietro di me, il respiro lento e regolare, quasi
stesse pazientemente aspettando il mio permesso, che non
ho alcuna intenzione di concedergli. Scatto all'indietro
quando un'onda spicca un balzo infrangendosi contro il
vetro.
Ti ricordi Blackborow? mi domanda.
Il clandestino durante la spedizione di Shackleton.
Nemmeno lui sarebbe dovuto essere l dice Keller.
E lavorava pi ore al giorno di chiunque altro.
S, e non perse forse tutte le dita dei piedi per cancrena?
Ma ce l'ha fatta dice Keller. Ce l'hanno fatta tutti...
perch  questo che conta. Ce la devono fare tutti.
E noi allora? Ti ucciderebbe non essere fra i primi,
per una volta?
Me la caver dice, avvolgendomi di nuovo le spalle
fra le braccia, la sua guancia contro la mia. Sono resistente
al ghiaccio, ricordi?
So che sta cercando di farmi sorridere, ma non ci riesco.
Non  solo per me che devi tornare.
Questo lo so dice. E ci sono ancora genitori e bambini
l fuori ad aver bisogno d'aiuto. Sai perch lo devo fare.
Certo, esattamente come lui sa che sarei l fuori anch'io,
se potessi. E so anche che non se ne andr senza la mia
benedizione, e non concedergliela cambierebbe tutto ci
che siamo.
Mi giro e lascio cadere la fronte sul suo torace. Sento le
sue mani fra i capelli, e sposto la testa di lato. Attraverso il
pile riesco a percepire i battiti del suo cuore, mi ricordano
il ritmo di quello di Ammiraglio Byrd quando mi si era
adagiato in grembo.
Sollevo il viso su Keller. C' cos tanto che vorrei dirgli
- quanto fossi disperata nel non riuscire a ritrovarlo,
quanto mi fossi sentita smarrita all'idea della sua scomparsa
- ma i miei pensieri non sono che un riflesso mentale
della baia l fuori, un misto di frantumi, di speranza e di
paura alla deriva che s'impennano e si scontrano per poi
fondersi fra loro o sciogliersi e svanire.
Da sola nella cabina, fisso il soffitto, incapace di dormire,
perfino di chiudere gli occhi. Giro la testa e mi guardo
intorno. A differenza dei funzionali alloggi dell'equipaggio,
questa sembra una stanza d'albergo, dipinta di un
verde caldo e rasserenante. Fotografie di balene e albatros
adornano le pareti.
Mi tiro su a sedere e ruoto le gambe oltre il bordo del
letto. Metto alla prova la caviglia, mi duole ma non tanto
quanto prima. Mi alzo, vengo colta da vertigini, aspetto
che passino. Quando mi sento pi stabile, mi guardo intorno
alla ricerca del mio giaccone. Il mio parka da naturalista
non lo vedo - a dire il vero, non indosso nessuno dei
miei indumenti - ma aprendo la porta dell'armadio trovo
uno dei parka rossi forniti dalla compagnia di crociera,
e me lo metto. Mi sta grande,  una taglia da uomo, e mi
chiedo a chi appartenga la cabina in cui sono finita e perch
non lo stia indossando lui.
Mentre salgo al ponte di coperta, do una sbirciata nella
lounge. Riconosco molti passeggeri del Cormorant che
adesso stanno aiutando Susan ad accudire i feriti, o confortare
chi  sconvolto, offrendo coperte e tazze di t o
caff. Scorgo Kate intenta a fasciare la mano escoriata e
sanguinante di una donna. Proseguo verso la sinistra del
ponte, da dove posso vedere l'isola e osservare l'equipaggio
scaricare gli Zodiac gi dabbasso. So che a questo
punto stanno facendo pi recuperi che salvataggi.
Vedo Keller in uno Zodiac vicino alla spiaggia di
Detaille: almeno, credo sia lui. Mi porto la mano al binocolo
prima di accorgermi che  sparito: perduto in mare,
probabilmente. Non sopporto il pensiero di tutti i detriti
della nave e dei suoi passeggeri che finiranno in fondo
all'oceano o, peggio ancora, alla deriva in superficie, per
poi finire nello stomaco di pinguini, foche e balene. Le
vittime che stiamo vedendo adesso sono solo le prime
di quelle che alla fine saranno troppe per poter essere
contate.
Risalgo zoppicando di un altro piano, fino al ponte
dell'equipaggio, quello in cui io e Keller ci rifugiavamo
per pochi istanti di libert dai turisti, dalle domande, dalle
richieste. Offre una visuale migliore, e continuo a cercarlo
da qui. Lo Zodiac su cui pensavo che fosse  sparito.
Cerco di respirare lentamente attraverso il groviglio
d'ansia che ho in petto. Quando la caviglia comincia a
pulsare, mi appoggio di peso alla balaustra con gli avambracci.
Le mani, fasciate in guanti asciutti, continuano a
bruciarmi, e ho il viso esposto al freddo e al vento. Non
dovrei stare fuori in queste condizioni, ma non so dove
altro stare.
Sono in piedi davanti all'obl, quando vengo colta da
nausea. Faccio appena in tempo a barcollare fino al piccolo bagno
della cabina. Dopodich mi siedo sul pavimento
per qualche istante a riprendere fiato.
Sento bussare alla porta. Mi alzo proprio mentre Kate
sta entrando.
Come stai? mi domanda. Ho sentito che ti sei rotta
la caviglia.
Una semplice frattura. Le do le spalle e zoppico verso
l'obl, deglutendo forte per contrastare un nuovo attacco
di nausea, le mani all'altezza del ventre. Odio restare
bloccata a bordo in questo modo.
Conosco la sensazione dice.
Anche tuo marito ribatto, girandomi. L'hai saputo?
Che ha trovato Keller e insieme hanno trovato me?
Annuisce, poi si stringe fra le braccia. Sono contenta.
Cio, so che la prima volta aveva combinato un bel
casino...
Non ti preoccupare. Anche se  stata una cosa stupida,
gli siamo tutti grati per essersela di nuovo svignata.
Vorrei ringraziarlo. Dov'?
Su nella lounge, credo dice. Gli ho chiesto di non
scendere qui perch hai bisogno di riposare.
E la vostra cabina?
Volevo che tu avessi un posto tranquillo per riprenderti.
Io e Richard non riusciremmo a dormire comunque.
Non eravate tenuti a farlo.
Sorride. E ti far piacere sapere che finalmente si 
tolto il cerotto.
Ottimo.
Kate si avvicina di un passo, studiandomi. Ti senti
bene? Sei molto pallida.
Ho solo un po' di nausea, tutto qui.
Getta uno sguardo alla benda sulla fronte. Non  un
buon segno. Dovrei andare a chiamare Susan.
No dico. Non  necessario.
Ma se hai sbattuto la testa...
Non  questo dico. Sono incinta.
Kate sorride, poi va verso la piccola caffetteria di cui
dispongono tutte le cabine. T alla menta dice, dandomi
le spalle. Ne ho bevuto come fosse acqua. Aiuta
parecchio.
Mi porge una grossa tazza di t, si siede sul letto di fronte
al mio, e mi domanda a che mese sono. Ripeto quello
che mi ha detto Susan, un po' a fatica, con lo stomaco che
ricomincia a torcersi. Butto gi pochi sorsi, ma non riesco
ad andare oltre e poso la tazza sul ripiano dello stipetto
fra i letti.
Kate prende una coperta dall'armadio e me la stende
sopra. Un gesto cos gentile che mi manca il coraggio di
dirle che sento gi fin troppo caldo. Seduta a gambe incrociate
sull'altro letto, mi dice che ha intenzione di parlare a
Richard della gravidanza non appena sbarcheranno, magari
durante una bella cena a Ushuaia o a Santiago, quando
avranno rimesso i piedi a terra e tutto sembrer pi normale.
Sar forse il tono della sua voce che mi placa, o la spossatezza
che mi cattura, oppure il senso di nausea che finalmente
si sta alleviando: lascio che mi si chiudano gli occhi,
e subito dopo mi risveglio di soprassalto.
Kate non c' pi, ma quando sollevo la testa vedo Susan
dall'altra parte della stanza. Mi volge le spalle, rovistando
nella sua borsa medica.
Quanto ho dormito? domando. Dov' Kate?
Non risponde, ma mi si avvicina con un bicchiere d'acqua.
Come ti senti?
Non male. Prima avevo un po' di nausea. Adesso va
meglio. Eppure quando mi tiro su a sedere, mi gira la
testa, e sento una fitta di dolore alla tempia.
Disorientata, mi sdraio di nuovo e cerco di guardare
dall'obl, ma tutto ci che riesco a cogliere  uno sfocato
bagliore di luce. La nave non si sta muovendo, d'altronde
non ho cognizione n di dove sono, n di quanto tempo
 passato. Qui sotto non ci sono orologi, e il mio orologio
subacqueo  sparito. Che ore sono?
Circa le quattro.
Di pomeriggio? Mi sembra di aver dormito pi di un
paio d'ore.
No, del mattino risponde. Hai dormito tutta la notte.
Ne avevi davvero bisogno.
Tutta la notte? Ho dormito per oltre dodici ore.
L'Australis ormai sar sott'acqua, il carburante in fuoriuscita.
Trovare altri sopravvissuti sarebbe pi di quanto si
possa sperare.
Cerco nuovamente di mettermi seduta. Come stanno
andando i soccorsi?
Susan ha l'aria di chi non ha dormito affatto, gli occhi
gonfi e aperti a fatica, le labbra strette dalla tensione.
Siamo ancora a Detaille dice. Adesso l fuori c'
un'intera flottiglia di navi.
Allora perch non stiamo navigando verso nord?
Esita. Stanno ancora cercando due persone.
Questo potrebbe voler dire solo una cosa. Intendi due
dei nostri.
Annuisce.
Chi?
Ma lei tace.
Chi, Susan?
Uno  Richard Archer.
Non mi sorprende, ma provo una stretta di compassione
per Kate. Aspetto che Susan prosegua, e quando non lo
fa, le chiedo: Chi  l'altro?
Perch non riposi ancora un po'?
Susan, dimmelo. Di fronte al suo silenzio, trovo la
risposta da sola. E Keller, vero?
Annuisce.
Avverto qualcosa colare a picco dentro di me.
Lo stanno cercando in questo momento, Deb. Tutti,
l'equipaggio di tutte le navi. Esita. Lo troveranno.
Mi allungo e le afferro la mano. Devi farmi uscire da
qui. Fasciami questa gamba e iniettami tutto quello che
puoi. Devo andare l fuori a cercare.
Deb dice. Riesci a malapena a camminare.
Mi ha salvato dico io. Non puoi obbligarmi a star
seduta qui a far niente.
Gli occhi di Susan si riempiono di lacrime.
Cerco di respirare, cerco di stare calma. Ma conosco le
probabilit.
Le volto le spalle e chiudo gli occhi. Sento il rombo
degli Zodiac all'esterno, gli sporadici versi delle procellarie.
Poi percepisco la nave vibrare, sento i motori avviarsi.
Questo significa che si stanno preparando a partire, con o
senza Keller, con o senza Richard. Dalle vibrazioni capisco
che non hanno riparato quell'elica danneggiata. La nave
sembra tremante, ferita.
Un dolore fisico mi avvolge cos totalmente da non riuscire
a capire da dove origini. Susan mi offre dell'acetaminofene,
ma lo rifiuto. Perfino qualcosa di pi forte non
servirebbe: anche senza pi il corpo, proverei il fremito e
lo shock di tutto ci che abbiamo perduto. Se non altro
senza medicinali posso concentrarmi su qualcosa: su ogni
dolore, ogni fitta, ogni palpitazione.
Kate prepara il t, e insieme aspettiamo, guardando a
turno, disperatamente, fuori dall'obl. I motori del Cormorant
stanno girando, ma siamo ancora all'ancora. I soccorritori
hanno gi tirato fuori centinaia di corpi dall'acqua,
i ponti delle rompighiaccio britanniche e russe giunte
in aiuto sono ricoperti di cadaveri. E quando Glenn e Nigel
appaiono sulla porta della cabina, l'espressione seria
rivolta a Kate, capisco subito che Richard  fra quelli.
Osservo il viso di Kate perdere il colore. Sebbene mi costi
camminare, insisto per accompagnarla al seguito di Glenn e
Nigel fino a uno Zodiac. Lei mi afferra il braccio, come per
aiutarmi, ma sento che sta tremando. Glenn ci dice che una
squadra di russi ha trovato uno Zodiac arenato su un lastrone
di ghiaccio, con a bordo due passeggere dell'Australis
spaventate. Non lontano, l'equipaggio russo ha rinvenuto
un corpo, tenuto a galla dal giubbotto salvagente.
Quando saliamo a bordo della rompighiaccio, ci conducono
in una stanza. Il corpo di Richard giace su un tavolo
improvvisato. Indossa un giubbotto di salvataggio
con impresso il logo della compagnia. Il viso bluastro, la
pelle levigata e cerea. Kate allunga una mano per toccargli
la faccia. Alla fine mormora rivolta a me, sembra quasi
rilassato.
Sullo Zodiac, di ritorno al Cormorant, rivolge a Glenn
la domanda che io non ho il coraggio di pormi: E Keller?
Ancora niente risponde Glenn.
Ma continuerete a cercare?
Noi presto dovremo rientrare dice Glenn, incrociando
il mio sguardo. Ma gli altri continueranno a cercare,
certo. Per la prima volta avverto la voce di Glenn vacillare,
sul punto di rompersi.
Allora resto pure io dico. Glenn non risponde, ma
sento la sua mano sulla spalla, e l la tiene finch non torniamo
al Cormorant.
Di nuovo a bordo, Kate mi porta una ciotola di zuppa, '
che io non riesco a mangiare. Amy viene a trovarmi, ma
non riesco a parlare. Premo la faccia contro il vetro dell'obl,
e continuo a fissare il mare - imbrattato di frammenti
di ghiaccio, di detriti del naufragio e delle operazioni di
soccorso - e penso a tutto quello che si  preso.
Nigel, Amy, e alcuni membri dell'equipaggio resteranno
con le altre squadre di soccorso: ci sono ancora corpi
da recuperare. L'Australis sta perdendo carburante. Il lavoro
di recupero  solo all'inizio.
Osservo un vicino banco di ghiaccio galleggiante. Un
Adelia c' appena balzato sopra e ha girato la testa di lato,
per guardare la nave. Vorrei gridargli qualcosa, avvertirlo
di fuggire perch presto sar ricoperto di gasolio. Il suo
corpo disperder calore, non potr pi nuotare e accoppiarsi
e nutrire i suoi piccoli. Ma gli Adelia hanno un istinto
territoriale. Non sono capaci di andarsene.
Il dolore e la nausea peggiorano, ed  solo quando vedo
il sangue che mi accorgo di aver trascurato quanto stava
accadendo dentro il mio corpo, dove una parte di Keller
vive ancora.
Susan non ha l'equipaggiamento a bordo per offrirmi
le rassicurazioni di cui ho bisogno, ma mi ordina di stare a
letto. Il corpo si prender cura di s mi dice, ed  un'impensata
fonte di conforto questa, un promemoria che dopotutto
non siamo che corpi, come qualsiasi altro animale.
Ho il sonno agitato, mi risveglio da incubi di uova
spezzate, skua che si cibano di pinguini morti, pulcini che
annegano nell'acqua di disgelo. Penso agli uccelli che ho
osservato negli anni, a quelli che hanno perduto i piccoli a
causa dei predatori o del cattivo tempo o del cattivo tempismo.
Tirano avanti, ricordo a me stessa. Non possono
permettersi di fermarsi.
Ma ci non vuol dire che non piangano il lutto. Quando
chiudo gli occhi, rivedo la pinguina di Magellano vegliare
sul corpo senza vita del suo compagno a Punta Tombo.
Rivedo gli Adelia aggirarsi nelle loro colonie alla ricerca
dei compagni che non torneranno pi. Rivedo i sottogola
sedere avviliti dentro nidi vuoti. E, forse pi chiaramente
di tutto, rivedo lo struggimento degli Imperatore. La
femmina che ritorna, che cerca, la testa sollevata nel grido
estatico. Quando i suoi richiami non ottengono risposta,
abbassa il becco sul suolo ghiacciato. Quando individua il
suo pulcino irrigidito dalla morte, assume la postura curva
del lutto mentre si allontana attraverso il ghiaccio. E poi,
giunto il momento, lascer che il mare la porti lontano,
come io sto facendo adesso.
...
.
...
Canale di Drake.
(5822'S, 6105'O).
...
.
...
Una cosa che il regno animale non mi aveva ancora insegnato
 che la speranza sfianca molto pi del dolore.
Non sappiamo molto della capacit degli animali di
nutrire speranza. Sappiamo che si struggono, che sono
gioiosi e giocosi e dispettosi e intelligenti. Abbiamo visto
animali lavorare insieme per un fine comune, e li abbiamo
visti usare degli strumenti per ottenere ci che vogliono.
Nonostante quello che credono in molti, non sono cos
diversi da noi.
Eppure non riusciamo a sondare i loro cuori e le loro
menti; possiamo solo osservare il loro comportamento. Un
inverno, guardavo una pinguina di Adelia badare al nido
durante un'inattesa tempesta di neve. Ben presto lei stessa
ricoperta di neve, non si muoveva. Le sue uova non si
sarebbero mai schiuse, e se anche l'avessero fatto, i suoi
pulcini sarebbero morti congelati, o annegati. Eppure lei
non li lasciava. Questione di istinto? O di speranza? Sperava
anche lei, come me adesso, in qualcosa che a detta di
tutti sarebbe praticamente un miracolo?
Durante il viaggio verso casa resto confinata nella mia
cuccetta.
Non dormo, sebbene abbia bisogno di riposo, e a ogni
oscillazione e sobbalzo attraverso il Drake mi aggrappo alle
robuste stecche di legno della cuccetta, e oso sperare; anche
se una parte di me si chiede se la speranza non sia anch'essa
soltanto cieco istinto.
E con nient'altro che tempo per pensare, cerco di ricostruire
quello che  successo a Keller.
Richard doveva avere ancora il farmaco in circolo,
evidentemente era sempre in preda alla folle, malriposta
convinzione di stare aiutando i soccorritori: qualsiasi fosse
la ragione, aveva deciso di tornare in mare per cercare
quell'introvabile persona che era cos fissato di dover salvare.
Kate ha detto che sembrava aver un estremo bisogno
di aiutare, e dimostrare che era in grado di fare qualcosa
di buono, forse per rimediare a quella sua bravata alpinistica
sull'isola di Deception per la quale si sentiva ancora
a disagio.
Kate aveva visto Richard montare su uno Zodiac con
Keller, gli aveva gridato dietro ma erano troppo distanti
per udirla. Aveva visto i due uomini discutere, Keller indicare
verso il Cormorant varie volte, e alla fine alzare le
mani in senso di resa, quasi avesse capito che discutere
con Richard era inutile. Poi erano partiti insieme a bordo
del gommone. Quella era stata l'ultima volta che li aveva
visti.
Dovevano essersi diretti verso l'Australis alla ricerca di
altre vittime, schivando la banchisa, con il passaggio fra
i ghiacci sempre pi angusto. Da quanto aveva riferito
Glenn, dopo che il Cormorant si era ritirato a Detaille il
ghiaccio si era richiuso, rendendo i tentativi di soccorso
quasi impossibili. A quel punto, in aiuto era giunta solo
un'altra piccola nave da crociera.
Keller non doveva aver fatto altro che fermarsi e rinculare,
girando e svoltando nel tentativo di trovare un punto
d'accesso adeguato. Riesco a vederlo con chiarezza nella
mente: il peso di ogni singolo istante che passava impresso
sulle spalle contratte, la riluttanza a lasciarsi sfuggire anche
la pi piccola opportunit di trovare altri sopravvissuti.
Quando una rotta culminava su un banco di ghiaccio, ne
cercava un'altra, e poi un'altra.
A un certo punto, Keller si era tolto il giubbotto di salvataggio
e l'aveva dato a Richard.
Questo lo so perch Kate disse che quando Richard era
salito sullo Zodiac, non lo indossava, mentre Keller s. Il
corpo di Richard  stato ritrovato solo perch era tenuto
a galla da un salvagente, e il fatto che Keller non sia stato
trovato  perch probabilmente lui non lo aveva pi.
Keller, sempre determinato, avrebbe diretto il gommone
fra gli stretti canali ghiacciati, lanciandosi a tutto gas,
con il ghiaccio che mordeva i fianchi, graffiandoli, mentre
si frantumava al loro passaggio. Avrebbe saputo che le paratie
multiple dello Zodiac concedono qualche danneggiamento,
e in un momento come quello la salvezza di vite
umane contava pi della salvaguardia di un gommone. Si
sarebbe spinto avanti, e il ghiaccio avrebbe cominciato a
perdere gradualmente la presa man mano che il fiume si
allargava. Sarebbero sbucati in un grande lago di mare che
avrebbe permesso loro di girare e fare marcia indietro verso
l'Australis.
Keller sarebbe stato troppo concentrato sul ghiaccio
che aveva di fronte per fare attenzione a Richard. E Richard,
incapace di riflettere con lucidit, sarebbe stato
concentrato solo sul ritrovamento di quel sopravvissuto
che pensava di aver abbandonato. Era possibile che avesse
visto qualcosa che non c'era? Ricordo le parole di Keller:
 grazie alla sua fissa che l fuori ci fosse ancora qualcuno
che ti abbiamo trovata.
Si potrebbe mai odiare Richard per aver ritrovato me,
e perduto Keller?
Durante le operazioni di soccorso, ho sentito membri
dell'equipaggio dire che avevano intravisto un corpo dimenarsi
sul ghiaccio e che, fra neve e foschia, vi si erano
diretti solo per scoprire, una volta pi vicini, che non era
un umano bens una foca. O che, avendo visto un giubbotto
galleggiare nei paraggi, l'avevano arpionato fuori
dall'acqua solo per scoprire che era vuoto.
Non so cosa potrebbe aver spinto Keller fuori dallo Zodiac
senza un salvagente addosso a meno che non fosse
per aiutare qualcuno. Qualcuno che era l, o qualcuno che
Richard pensava fosse l.
Keller avrebbe spento il motore, facendo accostare lo
Zodiac contro il fianco del ghiaccio: e qui  dove non riesco
pi a seguire.
Posso solo supporre che Richard pens di aver visto
qualcuno, e che Keller gli abbia creduto. Immagino Keller
sul ghiaccio, mentre si guarda intorno.
Forse vide davvero qualcuno. O Richard insistette che
l qualcuno ci fosse. Forse gli indic un punto e Keller vi si
avventur avanzando sul ghiaccio, con cautela, sbirciando
l'acqua da una distanza di sicurezza.
Ma perch mai Richard lo aveva lasciato l?
Per quanto fosse fuori di testa, dubito che avrebbe deliberatamente
abbandonato Keller sul ghiaccio: le sue intenzioni
erano buone e, a detta di Kate, il suo peggior nemico
era sempre stato se stesso. E forse  proprio questo:
forse in quel momento stava ancora cercando di provare
a se stesso di essere un eroe. E riscattarsi per tutto quello
che pensava di aver fatto di sbagliato nel corso del viaggio,
per rimediare a tutte le discussioni che aveva avuto con
sua moglie.
Sappiamo che due passeggere dell'Australis furono ritrovate
da sole a bordo di uno Zodiac Eravamo bloccate
sul ghiaccio, saremmo state spacciate. Ma dopo che ci ha
prese a bordo, non ha voluto portarci in salvo. Ha detto
che doveva continuare a cercare qualcuno e qui  dove
credo che le cose abbiano preso un'altra piega.
Richard doveva averle in qualche modo udite: due donne,
gridavano aiuto. Dapprima le aveva ignorate, sapendo
di dover aspettare il ritorno di Keller, o credendo che
fossero solo urla del vento o versi di uccelli nel cielo -
ma ben presto doveva essersi reso conto che erano voci
umane, doveva essersi girato e attraverso la nebbia aver
visto le loro piccole sagome agitare le braccia, gridando
verso di lui.
Richard avrebbe chiamato Keller a gran voce, ma a quel
punto lui era troppo distante per udirlo e, percependo disperazione
in quelle urla, avrebbe deciso di salvare le donne
per poi tornare a prendere Keller.
Avrebbe messo in moto lo Zodiac, ma pilotarlo si sarebbe
rivelato molto pi difficile di quanto credesse. Lo
Zodiac cambia facilmente direzione, e lui avrebbe fatto fatica
a mantenere saldo il braccio. A ogni urto contro uno
spuntone di ghiaccio avrebbe perso l'equilibrio, sprecando
ogni volta secondi preziosi per riguadagnarlo.
Avrebbe sollevato lo sguardo per vedere se faceva progressi.
Per niente. Continuava a pilotare, eppure quelle
due donne sembravano non avvicinarsi mai. Girandosi indietro,
avrebbe ancora potuto vedere Keller stagliarsi contro
il bianco del ghiaccio. Torno subito, avrebbe promesso.
Per poi, improvvisamente, pentirsi di averlo lasciato l.
Ma quelle due donne bloccate sul ghiaccio sarebbero
state pi vicine, adesso, pi vicine a lui di Keller, e quel
blocco galleggiante su cui si trovavano stava pericolosamente
oscillando nel vento. Non aveva scelta, doveva soccorrere
prima loro e poi tornare da Keller.
Questo  quanto abbiamo appreso dalle due donne:
Richard accost al banco di ghiaccio, sbattendoci contro
e lottando per tenere il gommone adiacente al bordo. Le
donne riuscirono a strisciare fin dentro lo Zodiac proprio
mentre il ghiaccio cominciava a infrangersi e incrinarsi
sotto di loro. Avevano freddo, tremavano incontrollabilmente.
Erano finite a bordo di una scialuppa di salvataggio
danneggiata che si era ribaltata in mezzo al ghiaccio
devastante, e invece di finire in acqua avevano avuto la
fortuna di arrampicarsi su un banco ghiacciato. Erano state
separate dagli altri otto passeggeri che erano con loro.
Sapevano che due erano riusciti a issarsi su un altro banco,
ma erano bagnati fradici e di certo dovevano essere morti
per ipotermia. Gli altri, sospettavano, erano probabilmente
annegati.
Ha delle coperte? Gli chiese una di loro.
Richard fece cenno di no, girando il gommone verso il
punto da cui era venuto, verso Keller.
Grazie a Dio ci ha viste, disse la donna. Non so
quanto altro tempo avremmo resistito su quel ghiaccio.
Dove ci sta portando?
Non lo so, rispose Richard, scrutando nella nebbia.
La donna si guard intorno, confusa. E allora dove
stiamo andando?
Devo andare a prendere qualcuno.
Dove?
Proprio l davanti.
Ma a quel punto Richard non riusciva pi a vedere Keller:
entrambe le donne dissero che l non c'era nessuno.
Richard sembrava in preda al panico; faceva fatica a prendere
fiato. Dissero che continuava a cercare di avvicinarsi,
girando intorno al bordo del ghiaccio quasi quella persona
potesse apparire come per magia.
Una delle donne chiese:  sicuro che l c' qualcuno?
A voi vi ho viste, no? Le url Richard.
Va bene, va bene, disse lei. Apr uno stipetto dello
Zodiac e ci trov dentro una coperta che le due donne
si avvolsero intorno alle spalle. Si raggomitolarono vicine,
sempre pi preoccupate dal comportamento via via pi
stravagante di Richard.
Chi  che sta cercando? Chiese l'altra donna, osservandolo
mentre si sforzava di scrutare il ghiaccio davanti
a s. Di nuovo lui non rispose; qualche momento dopo
cominci a tremare, e il tremore della sua mano sul timone
faceva beccheggiare e sobbalzare lo Zodiac nell'acqua.
Ehi! Gridava Richard nella nebbia. Dove sei?
Nessuna risposta.
Non pronunci mai il nome di Keller.
Aiutatemi, disse Richard, ma quando una delle due
donne si alz cercando di sostituirsi al timone, Richard
la spinse via, perdendo nuovamente il controllo dello Zodiac.
Quando urt contro un grosso lastrone, inciamp
finendo fuori bordo, e cadendo duramente sul ghiaccio.
Le donne si misero a gridare, e una di loro si sporse sul
fianco, allungandosi verso Richard, mentre l'altra tentava
disperatamente di controllare lo Zodiac e di mantenerlo
accostato al ghiaccio.
Ma Richard non volle risalire a bordo. Torno subito,
disse, indicando davanti a s.  proprio laggi.
 difficile immaginare cosa sia successo in seguito: Richard
e Keller, entrambi abbandonati sul ghiaccio, troppo
distanti l'uno dall'altro per potersi ritrovare, e alla
fine troppo immersi nella nebbia perch le donne potessero
aiutarli. Niente radio e, per Keller, niente giubbotto
di salvataggio.
Mi sforzo di tener conto di Richard, di cosa debba aver
provato, di quanto debba aver sofferto:  il solo modo che
ho per riuscire a comprendere e a perdonare.
Lo immagino avanzare incespicando sul ghiaccio, paranoico
e irrazionale. Doveva esserci un vento gelido, che
buttava gi le nuvole, che scuriva il cielo. A un certo punto
dev'essere scivolato, o il ghiaccio gli si dev'essere spaccato
sotto i piedi, o un'onda deve averlo travolto: in un modo
o nell'altro  finito sotto, soffocando nell'acqua salata, i
polmoni che bruciavano.
Potrebbe essere successo qualcosa di simile a Keller,
ma nel caso di Richard il salvagente lo avrebbe poi riportato
a galla. Da una grossa abrasione in cima al cranio, a
Kate  stato detto che probabilmente Richard era stato
risucchiato sotto un lastrone di ghiaccio e nel tornare in
superficie aveva picchiato contro un soffitto di vetro gelido,
solido e rigido.
Doveva essersi sospinto artigliando il ghiaccio da sotto,
escoriandosi la punta delle dita, fino a uscire nuovamente
all'aria aperta. A quel punto era esausto, esaurito. Tent
di issarsi fuori dall'acqua, ma non aveva abbastanza forza,
le mani a pezzi e troppo insensibili perfino per reggersi, e
cos non gli restava che galleggiare, il salvagente incastrato
fra le orecchie e le guance, con il peso del corpo a trascinarlo
gi.
Qui  dove mi fermo.
Non posso immaginare cos'altro sia successo a Richard
perch non posso permettermi di pensare agli ultimi istanti
di Keller.
Quello che cerco di immaginare di Keller  che in parte
sia stata una cosa tranquilla: che non soffr quando cadde
in mare, che i pinguini che lui amava tanto andarono a
curiosargli intorno, e che lui si lasci scivolare dolcemente
alla deriva, che i suoi ultimi pensieri sulla vita, su di me, su
di noi, furono pieni di speranza, perfino felici. Che si sent,
finalmente, a casa.
...
.
...
Cinque anni dopo il naufragio.
Portland, Oregon.
...
.
...
Sento l'altoparlante annunciare il numero del mio volo:
Santiago via Los Angeles, e poi da Santiago la coincidenza
per Ushuaia. La mano di mia figlia si stringe alla mia, ma
non cos forte come l'anno scorso, e il prossimo anno lo
sar ancora di meno.
A nessuna delle due piace stare separata, ma lei adora
ricevere telefonate da in capo al mondo; adora anche i
giocattoli sudamericani che le porto al mio ritorno. Seppure
Nick sia il solo padre che ha conosciuto, nel sangue
le scorre lo stesso spirito vagabondo di Keller e mio. Ha
saputo dei pinguini dalla coda a spazzola dell'Antartide e
non vede l'ora che arrivi il giorno in cui la porter con me.
Dopo che il Cormorant era tornato a fatica a Ushuaia,
molto pi pesante di quando era partito, io fui trasportata
a Buenos Aires e ricoverata in ospedale per una settimana.
Quando tornai negli Stati Uniti, rimasi a letto per la maggior
parte della gravidanza. Kelly nacque con tre settimane
di anticipo, piccola ma sana, e quando la settimana successiva
la portai a casa, Nick apr la porta dall'altra parte
del giardino per poterla sentire piangere, e non la richiuse
pi finch non ci trasferimmo entrambe da lui.
Mia madre giunse in aereo per conoscere Kelly sei mesi
pi tardi, e mio padre promise di fare lo stesso. Prima di
riuscirci mor di infarto su un volo durante un viaggio
d'affari. A partire dal secondo compleanno di Kelly, mia
madre  venuta a trovarci ogni anno, visite che hanno fatto
bene a tutti. Non parla spesso di mio padre, ma quando
lo fa  pi con tenerezza che con tensione, come se la sua
assenza avesse per lei finalmente un senso. In primavera,
io e Nick abbiamo programmato di andare a St. Louis e a
Chicago, dove vive la sua famiglia, cos Kelly potr conoscere
i suoi parenti. E poi voleremo a Boston, cos potr
incontrare zia Colleen, la sorella di Keller. E sorprendente
come questa piccola bambina, di soli diciotto chili, abbia
unito - e, nel mio caso, riunito - le nostre famiglie.
Anche se io e Nick dividiamo il letto, credo che la prima
che lui ha amato sia stata Kelly. Era spesso lui a sentirla
nel cuore della notte; la portava da me e lei si riaddormentava
fra noi due. Non aveva mai fatto il genitore, ma scivol
nel ruolo senza difficolt, come se quella parte lo avesse
atteso da sempre. E guardandolo con Kelly, il modo in cui
la teneva e le dava la pappa e le cantava ninne nanne per
farla addormentare, compresi di aver trovato il compagno
giusto: non sarei pi tornata a casa in un nido vuoto, una
casa che, per la prima volta, non mi andava pi di lasciare.
Ma tre anni fa sono finalmente tornata sul continente;
spinta a farlo da Nick. Da allora ci sono stata altre due
volte. Detesto lasciare Nick e Kelly, cos non ci vado per
pi di un viaggio per stagione, e non posso fare le lunghe
escursioni a piedi che facevo senza sentire una fitta alla
caviglia dove l'osso fratturato non  mai del tutto guarito.
Non c' niente nel paesaggio che non mi ricordi Keller.
La prima volta che ci tornai, la sua assenza era ovunque:
nel nuovo compagno di ricerca, nei corpi dei pinguini
ricoperti di gasolio, nel luccicore dell'acqua che disgelando
gocciolava dagli iceberg. Rientrai a casa dubitando che
sarei stata in grado di ritornarvi. Ma poi l'ho fatto, perch
 dove mi sento pi vicina a lui. Dove posso ricordare.
Dopo il disastro dell'Australis, la mia ricerca ha preso
un nuovo corso. Non  pi sufficiente studiare gli effetti
del turismo e dei cambiamenti climatici sulle colonie dei
pinguini in Antartide. Adesso abbiamo un intero nuovo
campo di studio, gli effetti del naufragio: gli uccelli
morti e feriti in seguito alla fuoriuscita di carburante, la
quantit di plastica e di altri rifiuti che hanno ingerito,
come tutto questo condizioni la loro sopravvivenza e la
loro riproduzione.
Un videografo che era a bordo dell'Australis, dopo circa
un anno dal naufragio realizz un documentario catturando
eventi cui solo in seguito ho assistito. Aveva filmato dal
ponte l'istante in cui la nave colp l'iceberg che squarci
lo scafo. Aveva catturato immagini di una calma azzurra
e glaciale, chiacchiere dell'equipaggio, battute nervose sui
mari inesplorati. Poi, il momento in cui avevano capito che
avrebbero colpito il ghiaccio, il grido del capitano, Tutto a
dritta, in un disperato tentativo di evitare l'impatto.
E per poco non c'erano riusciti. Ma quel particolare
iceberg presentava una parte nascosta molto affilata che
riusc a produrre uno sfregio di trenta metri lungo la linea
di galleggiamento.
Chiunque guardi il filmato vedr il momento in cui la
nave colpisce il ghiaccio: il fremito e il sussulto della videocamera,
seguito dal pi totale silenzio sul ponte. Perfino
dopo quei primi lunghi, innaturali momenti, quando
la videocamera si gira a inquadrare la faccia del capitano,
lui resta in silenzio, il viso cos immobile da essere quasi
inespressivo. Il capitano non fu tra i sopravvissuti.
Sappiamo che le cose degenerarono in fretta; che la sala
macchine si allag rapidamente, che il malfunzionamento
delle porte stagne fece s che quattro compartimenti si
riempissero di acqua gelida, che il sistema elettrico e i generatori
andarono in avaria. Il videografo film i volti terrorizzati
dei passeggeri, molti di loro ricoperti di sangue
e lividi dopo che l'impatto li aveva scaraventati a terra o
contro gli arredi. Film le scialuppe di salvataggio mentre
venivano calate, e continu a filmare anche dopo che un
membro dell'equipaggio gli ostru rabbiosamente l'obiettivo
con una mano. Cattur il forte beccheggio dell'Australis
mentre si chinava sul mare, il segnale di abbandonare
la nave e il silenzio inquietante che era seguito, interrotto
dalle grida dei passeggeri e da esplosioni provenienti da
qualche parte nel ventre della nave. Film i passeggeri che
si precipitavano alle scialuppe attraverso l'aria densa di
fumo e nebbia, e il ribaltamento di quelle scialuppe subito
dopo che il distaccamento di un ghiacciaio aveva fatto
infuriare il mare tutt'intorno. Uno fra gli ultimi a essere
evacuati, cattur i momenti finali di molti dei passeggeri:
lastroni di ghiaccio costiero frantumati dalle onde, segnali
luminosi a impregnare il cielo e il ghiaccio di vampate rossastre,
scricchiolii e gemiti dall'interno della nave mentre
colava a picco.
Non avrei mai guardato il documentario se Kate Archer
non mi avesse convinta che non si trattava di un film
tipo disastro del Titanic, ma di un manifesto ambientalista.
Come finanziatrice del documentario, si era assicurata
che catturasse tutto ci che di buono c' sull'Antartide,
tutto ci che c' di prezioso e di bello: i pinguini, le balene,
i tramonti eterni. Quando la gente mi chiede dell'Australis,
io le rispondo di guardare il film.
Richard ha lasciato a Kate molto denaro. Dopo la nascita
di sua figlia si  trasferita a Seattle, dove una donazione
di oltre quattro milioni di dollari le ha procurato
un seggio nel consiglio del Progetto Pinguini Antartici e
ha permesso all'organizzazione di ampliare la sua piccola
squadra a tempo pieno, che adesso include la sottoscritta.
Kate viene frequentemente a Eugene, spesso abita per
intere settimane nel mio vecchio cottage, e le nostre figlie
stanno crescendo insieme. Quando vado a Seattle, io e
Kelly stiamo da lei, il pi a lungo possibile. Se mi viene
proposto di tenere un discorso o delle lezioni, cerco sempre
di portare con me Nick e Kelly. Voglio che Kelly sia
una buona viaggiatrice, perch ho intenzione di portarla
con me a sud un giorno: e voglio farlo prima che tutto
cambi, prima che i ghiacci si sciolgano, prima di cominciare
a vedere l'ultimo degli Adelia.
All'aeroporto, l'abbraccio forte, finch Nick non mi
tocca la spalla. Ultima chiamata per l'imbarco dice.
Sono sempre l'ultima a salire a bordo.
Lascio andare Kelly e mi rialzo, guardando Nick posarle
la mano sulla testa, e le sue dita sparire subito nella selva
di riccioli castani. Li bacio entrambi un'ultima volta, poi
mi giro e presento la carta d'imbarco. Cammino all'indietro
fino al cancello d'uscita, salutandoli con la mano finch
non giro l'angolo.
Seppure abbiamo formato una famiglia - io, Kelly, Nick,
e Gatsby - non credo che smetter mai di cercare Keller.
Quando sono sulla penisola mi dico che sono qui per soccorrere
i pinguini, anche se so che ogni volta sono i pinguini
a soccorrere me. Quando le navi da crociera visitano
l'isola di Booth, io me la svigno su uno Zodiac. Vado su
una spiaggia isolata e salgo su fino a una distante colonia di
Papua. L mi siedo, e aspetto. Ogni volta provo una fitta
di paura, domandandomi se non sia questa la stagione in
cui non apparir. E poi lo vedo.
Ammiraglio Byrd si avvicina ondeggiando, ruotando la
testa di lato, mostrandomi un occhio scuro e tondo. Metto
le gambe nel solito modo. Una volta che mi si  sistemato
in grembo, mi sfilo i guanti e gli accarezzo le morbide piume
imbrattate.
A volte, nel sentire il peso di Ammiraglio Byrd sul
grembo, avverto fra noi la presenza di Keller. Penso a quel
giorno in cui mi sieder qui con Kelly, insegnandole a stare
seduta, ferma e tranquilla, come una volta suo padre
l'aveva insegnato a me; e immagino lo sguardo sul suo
viso, in quegli occhi striati di muschio che sono gli stessi
di Keller, quando Ammiraglio Byrd far la sua comparsa,
per poi lasciarsi cadere sul suo grembo.
Poich il corpo di Keller adesso appartiene all'oceano
Meridionale, mi piace credere che un giorno lo vedremo:
grazie a una fata morgana, lo vedremo di sfuggita in mezzo
a una frotta di pinguini, la bandana rossa intorno al
collo, le palpebre socchiuse al riflesso del sole che gli rimbalza
negli occhi. Lui ci vedr e sorrider. Dir, com'era
suo solito, Fin del mundo, e noi risponderemo: principio de todo.
La fine del mondo, l'inizio di ogni cosa.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Mentre i luoghi descritti nel romanzo - le isole della penisola antartica, le stazioni di ricerca - sono reali, mi sono presa alcune libert, fra queste l'invenzione della colonia dei pinguini di Garrard vicino alla stazione di McMurdo, che  vagamente basata su una colonia vera e su circostanze reali, ma che per il resto  del tutto romanzesca. Anche il Papua Ammiraglio Byrd   un'invenzione, ed  ispirato a un pinguino di Magellano eccessivamente cordiale della colonia di Punta Tombo in Argentina, di nome Turbo, che  adorato dai ricercatori e dai volontari che hanno fatto la straordinaria esperienza di incontrarlo. (Per informazioni sul Center for Penguins as Ocean Sentinels e seguire Turbo su Twitter, visitate il sito www.penguinstudies.org.)
Il Progetto Pinguini Antartici  un'associazione fittizia ispirata alla no profit Oceanites (www.oceanites.org), un'organizzazione non governativa finanziata con fondi pubblici, la cui ricerca scientifica in Antartide aiuta a promuovere la sensibilizzazione e la tutela ambientale. Eventuali imprecisioni nel romanzo, fatte involontariamente o per necessit di racconto, sono da ritenersi di mia responsabilit.
Sono grata a tutti coloro che hanno reso possibile l'esistenza di questo libro. Fra questi: la dottoressa Dee Boersma, che mi ha istruita sui pinguini dall'Antartide all'Argentina, e la cui ricerca con il Center for Penguins as Ocean Sentinels sta facendo meraviglie per la conservazione di questi straordinari animali. Molly Friedrich, che con la sua genialit, l'intuito spiccato e la tenace passione editoriale ha aiutato questo romanzo ad affrontare il mondo. Un milione di grazie anche a Nichole LeFebvre, Lucy Carson e Alix Kaye, per le loro straordinarie letture, per l'entusiasmo e il sostegno.
Liese Mayer, che non solo  una fantastica editor, ma conoscerla e lavorare con lei  stata una vera gioia. Un enorme grazie anche alla fantastica squadra di Scribner per lo splendido lavoro su ogni aspetto della confezione del libro. Grazie all'Helen Riaboff Whiteley Center, che mi ha fatto dono del tempo e dello spazio per scrivere, e senza il quale questo libro sarebbe ancora un work in progress.
Grazie all'Ontario Review, che per prima ha pubblicato il mio racconto, The Ecstatic Cry, da cui infine  nato L'ultimo continente.
Grazie alla mia famiglia, per l'amore e per il sostegno. Soprattutto a John Yunker, per la sua presenza in ogni fase di questo mio viaggio, sia dentro sia fuori della pagina.
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FINE.

